JONATHAN FRANZEN.
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ZONA DISAGIO.
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Titolo originale: The Discomfort Zone. 2006.
Traduzione di: Silvia Pareschi.
2008 Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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A quarant'anni, poco dopo la morte della madre, Jonathan Franzen ritorna a Webster Groves, il sobborgo di St Louis dov' cresciuto. I due fratelli maggiori l'hanno incaricato di cercare un agente immobiliare per vendere la casa di famiglia. Appena entra nelle stanze in cui ha trascorso infanzia e adolescenza, Franzen si sente un "conquistatore che bruciava le chiese e fracassava le icone del nemico". E il nemico  la famiglia. Ma questo  solo il primo impatto, perch il suo atteggiamento rivela subito un'intenzione pi profonda. Se decide di entrare nella "zona disagio" che  il proprio passato, Franzen lo fa per prolungare il gesto del padre, che ogni sera muoveva il termostato del riscaldamento di casa verso la "zona benessere". In lui l'ironia  sempre accompagnata da un movimento contrario di indulgenza e innesco emotivo. Sei sono le tessere che compongono il puzzle di questa autobiografia: la vendita della casa di famiglia; i "Peanuts" di Charles Schulz, e in particolare Snoopy, come chiave tragicomica della contestazione degli anni Settanta; un gruppo d'ispirazione cristiana, la Comunit, specchio dell'anomalia suburbana di Webster Groves; gli scherzi adolescenziali ai danni delle strutture scolastiche; l'innamoramento per la lingua tedesca, segno di una vocazione letteraria che inizia a esigere i suoi spazi; la passione per il bird watching. E intrecciata a questi momenti, naturalmente, una tormentata educazione sentimentale. 
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A Bob e Tom.
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Casa in vendita.
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Quella sera a St Louis c'era stato un temporale. L'acqua ristagnava in nere pozzanghere fumanti sul marciapiede davanti all'aeroporto, e dal sedile del taxi vedevo i rami delle querce muoversi sullo sfondo di basse nuvole cittadine. Le strade del sabato sera erano pervase da una sensazione di ritardo, di posteriorit - non stava piovendo, aveva gi piovuto. 
La casa di mia madre a Webster Groves era buia, tranne che per una lampada temporizzata in soggiorno. Aprii la porta, andai subito verso lo scaffale dei liquori e mi versai una robusta dose di alcol, come mi ripromettevo di fare da quando ero salito sul primo dei due aerei che mi avevano condotto fin l. Mi sentivo una specie di vichingo, in diritto di saccheggiare tutte le provviste a portata di mano. Stavo per compiere quarant'anni, e i miei fratelli maggiori mi avevano affidato il compito di andare in Missouri a scegliere un agente immobiliare per la vendita della casa. Finch fossi rimasto a Webster Groves ad agire per conto degli eredi, lo scaffale dei liquori sarebbe stato mio. Mio! Idem per l'impianto di aria condizionata, che regolai su una temperatura glaciale. Idem per il freezer in cucina, che sentii la necessit di aprire immediatamente e rovistare da cima a fondo, sperando di trovare qualche salsiccia, un po' di stufato di manzo fatto in casa, qualcosa di grasso e appetitoso che potessi riscaldare e mangiare prima di andare a letto. Mia madre non dimenticava mai di etichettare il cibo con la data in cui l'aveva congelato. Sotto innumerevoli sacchetti di mirtilli trovai un persico pescato da un vicino tre anni prima. E sotto il persico c'era una punta di petto di manzo vecchia di nove anni.
Ispezionai la casa e tolsi le foto di famiglia da tutte le stanze. Era un gesto che non vedevo l'ora di compiere, quasi quanto versarmi quel bicchiere. Mia madre teneva troppo all'eleganza formale del salotto e della sala da pranzo per ingombrarli di fotografie, ma altrove ogni davanzale e ogni tavolo erano gorghi in cui si accumulavano i ritratti nelle loro cornici a buon mercato. Riempii un sacchetto di plastica con la mercanzia che tirai gi dal mobile del televisore. Colsi un'altra sacchettata da una parete del soggiorno, carica come una spalliera di alberi da frutto. La maggior parte erano foto dei nipotini, ma in alcune comparivo anch'io: con un sorriso ortodontico su una spiaggia della Florida, con i postumi della sbronza alla cerimonia di laurea, con le spalle curve il giorno del mio sfortunato matrimonio, a un metro di distanza dal resto della famiglia durante una vacanza in Alaska che mia madre, poco prima di morire, ci aveva offerto spendendo una considerevole percentuale dei suoi risparmi. In quest'ultima foto, nove di noi erano venuti cos bene che mia madre aveva disegnato con la penna blu gli occhi della decima persona, una nuora che aveva battuto le palpebre al momento dello scatto e che ora, con quegli occhi d'inchiostro malriusciti, aveva un'aria placidamente mostruosa o folle. 
Mi dissi che era importante spersonalizzare la casa prima che gli agenti immobiliari venissero a vederla. Ma se qualcuno mi avesse chiesto perch, quella sera stessa, avessi trovato necessario ammucchiare i cento e passa portaritratti sopra un tavolo nel seminterrato e strappare, tagliare, staccare o sfilare via ogni fotografia dalla cornice, buttare tutte le cornici dentro sacchetti di plastica che poi stipai negli armadietti, e ficcare tutte le foto in una busta in modo che nessuno le vedesse - se qualcuno mi avesse fatto notare che sembravo un conquistatore che bruciava le chiese e fracassava le icone del nemico - avrei dovuto ammettere che mi stavo godendo il possesso della casa.
Ero l'unico della famiglia ad aver passato l'intera infanzia l dentro. Da ragazzino, quando i miei genitori dovevano uscire, contavo quanti secondi mancavano al momento di prendere pieno ancorch temporaneo possesso della casa, e finch rimanevano fuori mi dispiaceva che dovessero tornare. Da allora in poi, per decenni, osservai sdegnato l'addensamento sclerotico delle foto di famiglia, mi irritai quando mia madre mi usurp cassetti e armadi, e alla sua richiesta di far sparire le mie vecchie scatole piene di libri e carte, reagii come un gatto domestico al quale si volesse inculcare uno spirito comunitario. Mia madre, a quanto pareva, era convinta che quella casa le appartenesse.
E naturalmente aveva ragione. Era la casa in cui, cinque giorni al mese per dieci mesi, mentre io e i miei fratelli continuavamo a vivere sulle due coste, era tornata da sola per trascinarsi a letto dopo la chemioterapia. La casa da cui, un anno dopo, all'inizio di giugno, mi aveva telefonato a New York dicendo che doveva tornare in ospedale per un altro intervento esplorativo, scoppiando poi in lacrime e scusandosi per averci delusi tutti e averci dato un'altra brutta notizia. La casa dove, una settimana dopo che il chirurgo aveva scosso tristemente la testa e le aveva ricucito l'addome, aveva torchiato la nuora pi fidata sull'idea dell'aldil, e quando mia cognata aveva confessato che, sotto un profilo puramente logistico, le sembrava un'idea piuttosto inverosimile, mia madre, d'accordo con lei, aveva per cos dire messo una crocetta accanto alla voce Decidere sull'aldil, ed era tornata alla sua lista di cose da fare con il consueto pragmatismo, occupandosi di altre incombenze rese ancora pi urgenti dalla sua decisione, come per esempio Invitare uno alla volta gli amici pi intimi e dir loro addio per sempre. Era la casa da dove, un sabato mattina di luglio, mio fratello Bob l'aveva accompagnata dalla sua solita parrucchiera a buon mercato, una vietnamita che l'aveva accolta dicendo: Oh, signora Fran, signora Fran, la trovo malissimo, e dove era tornata un'ora dopo per finire di sistemarsi, perch aveva speso le miglia frequent-flyer accumulate in molti anni per due biglietti di prima classe, e un viaggio in prima classe era l'occasione per apparire al meglio, e quindi anche per sentirsi al meglio; era scesa dalla sua stanza vestita da prima classe, aveva detto addio alla sorella, che era venuta da New York per assicurarsi che la casa non fosse vuota al momento della sua partenza - che ci fosse qualcuno a salutarla - e poi era andata all'aeroporto con mio fratello ed era partita per la costa nordoccidentale del Pacifico, dove avrebbe trascorso il resto della vita. La casa, per il fatto stesso di essere una casa, era pi lenta a morire, e ci la rendeva una zona di benessere per mia madre, che aveva bisogno di aggrapparsi a qualcosa pi grande di lei ma che non credeva nel soprannaturale. La casa era il Dio pesante (ma non infinitamente pesante) e solido (ma non eterno) che mia madre aveva amato e servito e al quale si era appoggiata, e mia zia era stata molto saggia a starle vicino in quel momento. 
Ma adesso dovevamo metterla in vendita, e in fretta. Eravamo gi alla seconda settimana di agosto, e la qualit pi interessante della casa, ci che ne compensava i numerosi difetti (la cucina minuscola, l'insignificante giardino sul retro, il bagno al piano di sopra troppo piccolo), era l'ubicazione nel quartiere della scuola cattolica, attigua alla chiesa di Mary, Queen of Peace. Considerata la qualit delle scuole pubbliche di Webster Groves, non capivo perch una famiglia dovesse spendere di pi per vivere in quel quartiere, allo scopo di spendere ancora di pi per mandare i figli a una scuola di suore, ma erano molte le cose del cattolicesimo che non riuscivo a capire. Secondo mia madre, i genitori cattolici di tutta St Louis aspettavano con impazienza la vendita di nuove case nella zona, ed era noto che alcune famiglie di Webster Groves avevano traslocato un paio di isolati pi in l per risiedere entro i confini del quartiere.
Purtroppo di l a tre settimane, una volta cominciato l'anno scolastico, i giovani genitori avrebbero perso interesse. Inoltre mi sentivo sotto pressione perch volevo aiutare mio fratello Tom, l'esecutore testamentario, a finire in fretta il suo lavoro. Un altro genere di pressione arrivava dall'altro mio fratello, Bob, il quale mi aveva esortato a ricordare che si trattava di un sacco di soldi. (La gente abbassa il prezzo da 782000 a 770000 dollari durante le contrattazioni, pensando che sia sostanzialmente la stessa cifra, - mi aveva detto. - E invece no, in realt sono dodicimila dollari in meno. Non so tu, ma io ho in mente parecchie cose che preferirei fare con dodicimila dollari, piuttosto che regalarli all'estraneo che sta comprando la mia casa). Tuttavia la pressione pi forte proveniva da mia madre, la quale, prima di morire, aveva messo in chiaro che il modo migliore per onorare la sua memoria e conferire valore agli ultimi decenni della sua vita sarebbe stato vendere la casa per una somma esorbitante.
Contare le era sempre stato di conforto. Non collezionava nulla, a parte piatti di Natale danesi e blocchi di francobolli americani nuovi, ma teneva un elenco di tutti i viaggi che aveva fatto, di tutti i paesi in cui era stata, di tutti i Meravigliosi (eccezionali) ristoranti europei dove aveva mangiato, di tutte le operazioni che aveva subto, e di tutti gli oggetti assicurabili che teneva in casa e nella cassetta di sicurezza. Era membro fondatore di un club di investimento assai parsimonioso chiamato Le Magnati, di cui controllava minuziosamente il rendimento. Negli ultimi due anni di vita, mentre la prognosi si aggravava, aveva prestato particolare attenzione al prezzo di vendita di altre case del quartiere, annotandone l'ubicazione e la superficie. Su un foglio di carta, sotto l'intestazione Guida immobiliare per la vendita della propriet al n. 83 di Webster Woods, aveva scritto un modello di annuncio, come altri avrebbero composto il proprio necrologio:
Solida casa di mattoni a due piani in stile coloniale con sala centrale, costruita su terreno ombreggiato in strada privata senza uscita. Tre camere da letto, soggiorno, sala da pranzo con bovindo, studio al pianterreno, cucina abitabile con lavastoviglie GE nuova, ecc. Due verande chiuse, due caminetti, box doppio, sistema antifurto e antincendio, pavimenti in legno in tutte le stanze e seminterrato diviso.
In fondo alla pagina, sotto una lista di elettrodomestici nuovi e riparazioni recenti, c'era l'ipotesi finale sul prezzo di vendita: 1999 - valore stimato a partire da 350000 dollari. Era pi di dieci volte quanto lei e mio padre l'avevano pagata nel 1965. Non solo quella casa costituiva il grosso del suo patrimonio, ma era anche, e di gran lunga, il miglior investimento che avesse mai fatto. Io non ero dieci volte pi felice di mio padre, i suoi nipoti non erano dieci volte pi istruiti di lei. Cos'altro, nella sua vita, aveva avuto una resa paragonabile a quella dei beni immobiliari?
Questo far vendere la casa!, aveva esclamato mio padre dopo aver costruito un piccolo gabinetto nel seminterrato. Questo far vendere la casa!, aveva detto mia madre dopo aver ingaggiato un capomastro per pavimentare in mattoni il vialetto d'ingresso. Aveva tanto ripetuto quella frase che mio padre, spazientito, aveva cominciato a elencare le numerose migliorie apportate da lui, compreso il gabinetto nuovo, che secondo lei evidentemente non avrebbe fatto vendere la casa; si era chiesto ad alta voce come gli fosse saltato in testa di lavorare il fine settimana per tanti anni quando per vendere la casa bastava un nuovo vialetto di mattoni! Si era completamente disinteressato del vialetto, lasciando a mia madre il compito di sfregar via il muschio dai mattoni e di staccare delicatamente il ghiaccio in inverno. Ma dopo averci messo una vita ad applicare le modanature decorative in sala da pranzo, augnando, stuccando e imbiancando, entrambi avevano ammirato il lavoro finito ripetendo pi volte, con grande soddisfazione: Questo far vendere la casa.
Questo far vendere la casa.
Questo far vendere la casa.
Molto dopo mezzanotte, spensi le luci al piano di sotto e salii nella stanza che avevo condiviso con Tom fino alla sua partenza per il college. Mia zia aveva fatto un po' di pulizie prima di tornare a New York, e adesso che avevo tolto tutte le foto di famiglia, la stanza era pronta da mostrare agli acquirenti. Il cassettone e la scrivania erano sgombri; le fibre della moquette erano accuratamente sollevate dal passaggio dell'aspirapolvere; i letti gemelli sembravano appena rifatti. E cos, quando tirai indietro il copriletto, rimasi sbigottito nel vedere qualcosa sul materasso accanto al cuscino. Era un fascio di piccole buste di carta oleata contenenti blocchi di francobolli: la vecchia collezione di mia madre.
I francobolli erano cos palesemente fuori posto che sentii un formicolio alla nuca, come se avessi percepito la presenza di mia madre ancora ferma sulla soglia. Era chiaro che li aveva nascosti lei, probabilmente a luglio, mentre si preparava a lasciare la casa per l'ultima volta. Qualche anno prima, quando le avevo chiesto di regalarmi la sua vecchia collezione, mi aveva risposto che sarei stato libero di prendere tutto ci che restava dopo la sua morte. Forse temeva che Bob, appassionato di filatelia, se ne sarebbe impossessato, o forse stava solo spuntando un'altra voce dalla lista di cose da fare. Per aveva preso le buste da un cassetto in sala da pranzo e le aveva portate di sopra, nell'unico posto in cui con tutta probabilit sarei stato il primo a mettere mano. Che preveggenza micromanageriale! Il messaggio privato che quei francobolli rappresentavano, la strizzatina d'occhio con cui Bob era stato escluso, il segnale arrivato dopo la morte del mittente: non era lo sguardo intimo che Faye Dunaway e Warren Beatty si scambiano in Bonnie and Clyde un istante prima di venire uccisi, ma era il massimo d'intimit che io e mia madre avessimo mai raggiunto. Trovare quel fascio di francobolli fu come sentirla dire: Io sto prestando attenzione ai dettagli. Lo stai facendo anche tu?
Le tre agenti immobiliari con cui parlai il giorno dopo erano diverse fra loro come i tre pretendenti di una fiaba. La prima, dell'agenzia Century 21, era una donna con i capelli color paglia e la pelle lucida, che doveva compiere grandi sforzi per dire qualcosa di carino sulla casa. Ogni stanza rappresentava una nuova delusione per lei e per il suo socio olezzante di colonia; parlottarono a bassa voce di potenziale e ampliamenti. Mia madre, che era figlia di un barista e non aveva finito il college, aveva un gusto che lei stessa definiva Tradizionale, eppure mi sembrava improbabile che le altre case della Century 21 fossero arredate in uno stile sostanzialmente migliore. Notai infastidito che l'agente non guardava con entusiasmo gli acquarelli parigini di mia madre, ma stava paragonando la nostra piccola cucina all'antica agli spazi grandi come hangar delle case pi moderne. Se l'avessi incaricata della vendita, disse, mi avrebbe suggerito di chiedere fra i 340000 e i 360000 dollari. 
La seconda agente, una bella donna di nome Pat con un elegante tailleur estivo, era l'amica di una cara amica di famiglia che ci aveva parlato molto bene di lei. Arriv accompagnata dalla figlia Kim, che era sua socia in affari. Mentre le due donne passavano da una stanza all'altra, fermandosi ad ammirare proprio i dettagli di cui mia madre andava pi fiera, mi sembrarono due avatar della vita domestica di Webster Groves. Era come se Pat stesse meditando di comprare la casa per Kim; come se pensasse che Kim avrebbe presto raggiunto la sua stessa et e, come lei, avrebbe desiderato una casa dove tutto aveva un'aria sobria, dove i mobili e i tessuti erano proprio quelli giusti. I figli sostituivano i genitori, una famiglia si succedeva all'altra: il ciclo della vita suburbana. Ci sedemmo in soggiorno.
-  una splendida casa, - disse Pat. - Sua madre la teneva benissimo. E credo che potremo ricavarne una bella somma, ma dobbiamo fare in fretta. Io suggerirei di metterla in vendita a trecentocinquantamila, pubblicare un annuncio sul giornale marted e farla vedere ai potenziali acquirenti il prossimo fine settimana. 
- E la sua commissione?
- Sei per cento, - rispose, guardandomi intensamente. - Conosco diverse persone che sarebbero molto interessate fin da adesso.
Le dissi che le avrei dato una risposta verso sera.
La terza agente immobiliare irruppe in casa un'ora dopo. Si chiamava Mike, ed era una graziosa bionda all'incirca della mia et, con i capelli corti e un ottimo paio di jeans. Aveva gi troppa carne al fuoco, disse con voce roca, veniva dalla terza visita della giornata, ma venerd, dopo la mia telefonata, era passata di l per dare uno sguardo alla casa e se ne era innamorata dalla strada: l'esterno era fantastico, e lei aveva capito che doveva vederla all'interno, e uau, proprio come aveva immaginato - intanto passava avidamente da una stanza all'altra - era adorabile, trasudava fascino, dentro le piaceva ancora di pi che fuori, e avrebbe tanto tanto tanto tanto tanto desiderato essere lei a venderla, in effetti se il bagno di sopra non fosse stato cos piccolo avrebbe potuto spingersi fino a 405000 dollari, quel quartiere era richiestissimo - sapevo della scuola di Mary, Queen of Peace, vero? - ma persino con il bagno problematico e il giardino sul retro deplorevolmente piccolo non si sarebbe stupita di ricavarne una cifra intorno ai trecentonovantamila, e in pi c'erano altre cose che poteva fare per me: in genere la sua commissione era del cinque e mezzo per cento, ma se l'agente del compratore fosse appartenuto al suo gruppo l'avrebbe abbassata a cinque, e se l'agente del compratore fosse stata lei stessa, allora sarebbe scesa anche fino a quattro, mio Dio, adorava come mia madre aveva sistemato la casa, l'aveva capito gi vedendola dalla strada che la voleva a tutti i costi - Jon, la voglio a tutti i costi, disse guardandomi negli occhi - e a proposito, tanto perch lo sapessi, non per vantarsi, certo, ma da tre anni era la numero uno nel mercato immobiliare residenziale di Webster Groves e Kirkwood.
Mike mi eccitava. Il davanti della camicetta umido di sudore, la lunga falcata messa in risalto dai jeans. Flirtava apertamente con me, ammirando la portata delle mie ambizioni, paragonandole favorevolmente alle proprie (che non erano affatto limitate), sostenendo il mio sguardo e parlando senza sosta con quella splendida voce roca. Disse che capiva perfettamente perch volessi vivere a New York. Disse che non le capitava spesso di incontrare qualcuno che conosceva il desiderio, la brama, come evidentemente li conoscevo io. Disse che avrebbe fissato il prezzo fra i 380000 e i 385000 dollari, sperando di scatenare una guerra di offerte. Il suo entusiasmo mi faceva sentire un vichingo.
Non avrei mai pensato che telefonare a Pat sarebbe stato cos difficile. La immaginavo come una madre che ero costretto a deludere, una madre che mi intralciava, una fastidiosa voce della coscienza. Sembrava sapere certe cose - cose concrete - su di me e sulla casa che avrei preferito non sapesse. Lo sguardo che mi aveva rivolto nel menzionare la sua commissione era stato scettico e indagatore, come se non fosse sicura che potessi capire ci che qualunque adulto responsabile avrebbe capito al volo, e cio che lei e sua figlia erano le agenti migliori per quell'incarico. 
Aspettai fino all'ultimo minuto utile, e alle 9,30 la chiamai. Come temevo, Pat non nascose la sorpresa e il dispiacere. Poteva chiedermi chi era l'altro agente?
Percepii il gusto e la forma del nome di Mike nel momento stesso in cui lo pronunciai.
- Oh, - disse stancamente Pat. - Okay.
Mike non sarebbe piaciuta neppure a mia madre, neanche per un istante. Dissi a Pat che era stata una decisione molto difficile, una scelta faticosa, che le ero grato di essere venuta e mi dispiaceva che non saremmo stati...
- Be', buona fortuna, - rispose.
Ora toccava alla telefonata piacevole, quella del S-sono-libero-venerd-sera. Mike, dal telefono di casa, mi confid a bassa voce, come per non farsi sentire dal marito: - Jon, sapevo che sarebbe venuto con me. Ho sentito subito che qualcosa ci legava -. C'era solo una piccola complicazione, disse, e cio le vacanze che aveva da tempo programmato con il marito e i figli. Sarebbe partita venerd, e avrebbe potuto cominciare a mostrare la casa solo alla fine del mese. - Ma non si preoccupi, - disse. 
Sono cresciuto nel mezzo della nazione, nel mezzo dell'et dell'oro della classe media americana. I miei genitori erano nati nel Minnesota, si erano trasferiti pi a sud, a Chicago, dove ero nato io, e infine si erano fermati in Missouri, il fulcro cartografico del paese. Da bambino attribuivo molta importanza al fatto che nessuno stato americano avesse pi stati limitrofi del Missouri (otto, insieme al Tennessee), e che i suoi vicini confinassero a loro volta con stati remoti come Georgia e Wyoming. Il centro demografico della nazione - il campo di grano o l'incrocio sulla provinciale che l'ultimo censimento aveva identificato come il centro di gravit della popolazione americana - non distava mai pi di qualche ora di macchina da casa nostra. Gli inverni erano migliori di quelli del Minnesota, le estati migliori di quelle della Florida. E il luogo dove vivevamo, Webster Groves, si trovava al centro di quel centro. Non era un sobborgo ricco come Ladue o Clayton; non sorgeva vicino alla citt come Maplewood, o lontano come Des Peres; circa il sette per cento dei residenti erano neri di classe media. Webster Groves era, come diceva mia madre imitando Riccioli d'Oro, giusto giusto.
I miei genitori si erano conosciuti a un corso serale di filosofia della University of Minnesota. Mio padre lavorava per la Great Northern Railroad e seguiva le lezioni per svago. Mia madre era segretaria a tempo pieno in uno studio medico, e stava lentamente accumulando crediti per una laurea in pedagogia dello sviluppo. Una volta, all'inizio di un tema intitolato La mia filosofia, descrisse se stessa come una ragazza americana media - e con questo intendo dire che condivido interessi, dubbi, emozioni e quant'altro con ogni ragazza della mia et di qualunque citt americana. Ma poi confessava di nutrire seri dubbi sulla religione (Credo fermamente nell'insegnamento di Cristo, in tutto ci che Lui ha rappresentato, ma rimango incerta davanti al soprannaturale), dimostrando cos che la sua affermazione di sentirsi media era pi che altro un desiderio. Non penso che i miei dubbi debbano valere per tutti, - scriveva. - Nella vita dell'uomo c' un innegabile bisogno di religione.  sicuramente giusto per l'umanit, ma per me non saprei. Incapace di impegnarsi fino in fondo con Dio, il Paradiso e la Resurrezione, e diffidente nei confronti di un sistema economico che aveva prodotto la Grande Depressione, mia madre concludeva il tema citando l'unica cosa di cui non dubitava: Credo fermamente nella famiglia. Ritengo che in America la casa sia il fondamento della vera felicit - molto pi di quanto potranno mai esserlo la chiesa o la scuola.
Per tutta la vita, mia madre aveva cercato l'appartenenza. Ogni cosa che tendeva a dividerci dal resto della comunit (la sua mancanza di fede, il senso di superiorit di mio padre) andava neutralizzata con qualche principio che ci riportasse verso il centro e ci aiutasse a integrarci. Quando parlava del mio futuro, sottolineava il fatto che il carattere di una persona era pi importante dei suoi successi, e che pi doti una persona aveva, pi doveva sentirsi in debito con la societ. Le persone che la colpivano erano sempre molto capaci, mai intelligenti o dotate, e neppure laboriose, perch chi si considerava intelligente era probabilmente anche vanitoso, egoista o arrogante, mentre chi si riteneva capace era sempre consapevole del proprio debito verso la societ. 
La societ americana della mia infanzia era plasmata su ideali analoghi. La distribuzione del reddito su scala nazionale non era mai stata cos equa, e non lo sarebbe stata mai pi; in genere il presidente di un'azienda portava a casa uno stipendio appena quaranta volte superiore a quello del suo dipendente meno pagato. Nel 1965, quasi all'apice della carriera, mio padre guadagnava 17000 dollari all'anno (poco pi del doppio del reddito medio nazionale) e mandava tre figli alla scuola pubblica; possedevamo una Dodge di media cilindrata e una Tv in bianco e nero da venti pollici; la mia paghetta settimanale ammontava a venticinque centesimi, riscuotibili la domenica mattina; il divertimento del fine settimana poteva consistere nell'affittare una macchina a vapore per staccare la vecchia tappezzeria dalle pareti. Per i progressisti, la met del secolo fu l'epoca del materialismo incontrollato in patria, dell'imperialismo indisturbato all'estero, dei diritti negati a donne e minoranze, del saccheggio dell'ambiente e della malefica egemonia del complesso militare-industriale. Per i conservatori fu l'epoca del crollo delle tradizioni culturali, dell'invadenza del governo federale, delle aliquote fiscali esose, dello stato assistenziale e dei piani di pensionamento di stampo socialista. Ma l, al centro del centro, mentre guardavo la vecchia tappezzeria staccarsi come pelle morta e formare pesanti grumi odorosi di pasta di legno che si riappiccicavano agli scarponi da lavoro di mio padre, non c'erano altro che famiglia e casa e vicinato e chiesa e scuola e lavoro. Ero racchiuso dentro bozzoli, a loro volta racchiusi dentro altri bozzoli. Ero il figlio arrivato tardi al quale il padre, durante la lettura della fiaba serale, confidava l'amore per Ih Oh, l'asinello depresso di A. A. Milne, e al quale la madre, all'ora di andare a letto, cantava la ninnananna che aveva inventato per festeggiare la sua nascita. I miei genitori erano avversari e i miei fratelli rivali, e ognuno di loro si lamentava con me degli altri, ma erano tutti uniti nel trovarmi divertente, e il mio amore per loro era assoluto.
C' bisogno di aggiungere che tutto questo non dur? Mentre i miei genitori invecchiavano e io e i miei fratelli abbandonavamo il centro geografico per finire sulle coste, la nazione nel suo complesso abbandonava il centro economico per finire con il sistema attuale, in cui l'uno per cento della popolazione guadagna il sedici per cento del reddito totale (rispetto all'otto per cento del 1975). Questo  un grande momento per essere un amministratore delegato americano, e un brutto momento per essere il suo dipendente meno pagato. Un grande momento per essere la Wal-Mart, un brutto momento per essere d'intralcio alla Wal-Mart; un grande momento per essere un estremista in carica, un brutto momento per essere uno sfidante moderato. Essere un fornitore della difesa  fantastico, mentre  terribile essere un riservista; avere una cattedra a Princeton  grandioso, fare il professore a contratto al Queens College  sfibrante; gestire fondi pensione  un'ottima idea, ma lo  molto meno dover dipendere da essi; questo  il momento migliore per trovarsi in cima alla classifica delle vendite, il peggiore per trovarsi a met; vincere un torneo di Texas Hold'em  fenomenale, ma avere il vizio del video-poker  una seccatura.
Un pomeriggio di agosto, sei anni dopo la morte di mia madre, mentre una grande citt americana veniva distrutta da un uragano, andai a giocare a golf con mio cognato in un piccolo e strambo campo di montagna nel Nord della California. Era un brutto momento per trovarsi a New Orleans, ma un grande momento per essere all'Ovest, dove il clima era perfetto e gli Oakland Athletics, una squadra di baseball sottopagata che mi diverto a seguire, stavano facendo l'annuale corsa al primo posto di fine estate. I gravi dubbi della mia giornata erano: sentirmi o meno in colpa per aver smesso di lavorare alle tre, e scoprire se il mio fruttivendolo biologico preferito avesse i limoni Meyer per i margarita che volevo preparare dopo il golf. A differenza di Michael Brown, l'amicone di George Bush che quella settimana pensava alla manicure e alle prenotazioni al ristorante, io avevo la scusa di non essere il direttore della Protezione civile. Ogni volta che sbagliavo un colpo e la palla finiva nei boschi o dentro un laghetto, mio cognato mi prendeva in giro: Almeno non sei seduto in cima a un tetto senza scorte d'acqua ad aspettare un elicottero. Due giorni dopo, quando tornai a New York, temetti che gli strascichi di Katrina potessero creare sgradevoli turbolenze durante il volo, ma il viaggio fil insolitamente liscio, e sulla costa orientale trovai un clima mite e un cielo limpido.
Negli anni successivi alla morte di mia madre, le cose erano andate piuttosto bene. Invece di essere indebitato e vivere alla merc delle leggi cittadine sull'equo canone, ora possedevo un bell'appartamento in East Eighty-first Street. Quando entrai in casa, dopo due mesi passati in California, ebbi la sensazione di entrare nell'appartamento di un altro. Il tizio che abitava l era evidentemente un prosperoso newyorchese di Manhattan, un uomo di mezza et uso allo stile di vita che dai trenta ai quarant'anni avevo invidiato da lontano, con un vago senso di disprezzo, senza riuscire neppure a immaginare come ottenerlo. Strano, dunque, che ora avessi le chiavi del suo appartamento. 
La persona che badava alla casa in mia assenza aveva lasciato tutto pulito e in ordine. Mi sono sempre piaciuti i pavimenti nudi e l'arredamento essenziale - avevo gi avuto la mia dose di stile Tradizionale da bambino - e dopo la morte di mia madre avevo portato via poche delle sue cose. Utensili da cucina, album di foto, qualche cuscino. Una cassa degli attrezzi costruita dal mio bisnonno. Il quadro di una nave che poteva essere il Veliero dell'alba. Un assortimento di piccoli oggetti a cui rimanevo attaccato per un senso di fedelt verso mia madre: una banana di onice, un portacaramelle Wedgwood, uno spegnitoio di peltro, un astuccio di cuoio verde che conteneva un tagliacarte d'ottone con manico in niello e un paio di forbici coordinate.
Dato che nell'appartamento c'erano cos pochi oggetti, non ci misi molto ad accorgermi che uno di essi - le forbici contenute nell'astuccio - era scomparso mentre mi trovavo in California. Reagii come Smaug, il drago dell'Hobbit, quando si accorge che manca una coppa d'oro dalla sua montagna di oggetti preziosi. Svolazzai per l'appartamento, soffiando fumo dalle narici. Interrogai la persona a cui avevo lasciato le chiavi di casa, e quando mi rispose di non aver visto le forbici, dovetti sforzarmi di non staccarle la testa a morsi. Rovistai dappertutto, ispezionai due volte ogni cassetto e armadietto. Ero particolarmente irritato perch, di tutti gli oggetti che potevano sparire, ne avevo perso proprio uno appartenuto a mia madre.
Ero anche irritato per le conseguenze di Katrina. Per qualche tempo, quel settembre, fu impossibile collegarsi a internet, aprire un giornale, persino prelevare dal bancomat senza incontrare appelli per le vittime dell'uragano rimaste senza casa. L'apparato per la raccolta dei fondi era cos esteso e ben orchestrato da sembrare quasi ufficiale, come i nastri con la scritta Sosteniamo le nostre truppe che nel giro di una notte erano comparsi su met delle auto del paese. Ma a me sembrava che aiutare le vittime di Katrina fosse compito del governo, non mio. Avevo sempre votato per candidati che volevano aumentarmi le tasse, sia perch pensavo che pagare le tasse fosse patriottico, sia perch la mia idea di tranquillit - il mio ideale libertario! - era un governo centrale ben finanziato e ben gestito che mi risparmiasse di compiere un centinaio di scelte di spesa ogni settimana. Per esempio, Katrina era una catastrofe grave quanto il terremoto in Pakistan? O come il cancro al seno? Come l'Aids in Africa? Non altrettanto grave? In quale misura meno grave? Volevo che fosse il mio governo a risolvere questi problemi. 
Era vero che i tagli fiscali di Bush mi avevano messo in tasca un po' di denaro in pi, e che quelli di noi che non avevano votato per un'America privatizzata erano comunque tenuti a essere buoni cittadini. Ma adesso, con un governo che abbandonava tante delle sue responsabilit, spuntavano centinaia di nuove cause a cui contribuire. Bush non si era limitato a trascurare la gestione dell'emergenza e il controllo delle inondazioni; Iraq a parte, erano poche le cose che non aveva trascurato. Perch avrei dovuto elargire denaro per quel disastro in particolare? E fornire assistenza politica a persone che secondo me stavano rovinando il paese? Se i repubblicani erano tanto contrari a un governo forte, che chiedessero soldi ai loro finanziatori! Era possibile, inoltre, che i miliardari antitasse e i piccoli imprenditori antitasse che avevano eletto rappresentanti antitasse al Congresso stessero contribuendo generosamente alle operazioni di soccorso, ma era altrettanto probabile che queste persone, che trovavano ingiusto poter trattenere solo 2 dei 2,8 milioni di dollari del loro reddito annuo, contassero segretamente sulla generosit dell'americano medio per aiutare le vittime di Katrina: ci prendevano per babbei. Quando le donazioni private sostituivano gli stanziamenti federali, era impossibile sapere chi andava a scrocco e chi si faceva in quattro per dare una mano.
Tutto questo per dire che il mio impulso caritatevole era completamente subordinato alla mia rabbia politica. E non ero affatto contento di sentirmi cos scisso. Volevo essere in grado di firmare un assegno, perch volevo togliermi dalla testa le vittime di Katrina e tornare a godermi la vita, cosa che, come newyorchese, mi sentivo pienamente in diritto di fare, dato che vivevo al centro dell'obiettivo terroristico numero uno dell'emisfero occidentale, la destinazione preferita di ogni futuro pazzo con un'arma nucleare portatile o con il virus del vaiolo in tasca, e dato che la vita a New York poteva cessare di essere fantastica e diventare orribile anche pi rapidamente di quanto fosse accaduto a New Orleans. Si poteva obiettare che stessi gi facendo la mia parte di cittadino semplicemente convivendo con i numerosi nuovi bersagli che George Bush mi aveva dipinto sulla schiena - sulla mia e su quella di ogni altro newyorchese - cominciando la sua guerra impossibile in Iraq, sprecando centinaia di miliardi di dollari che avrebbe potuto spendere per combattere i veri terroristi, galvanizzando una nuova generazione di jihadisti nemici dell'America, e incrementando la dipendenza dal petrolio straniero. La vergogna e il pericolo di essere cittadino di un paese che il resto del mondo identificava con Bush non erano gi un fardello abbastanza pesante?
Ero tornato in citt da due settimane, e mentre ero immerso in queste riflessioni ricevetti una e-mail collettiva da un pastore protestante di nome Chip Jahn. Avevo conosciuto Chip e sua moglie negli anni Settanta, e di recente ero andato a trovarli nelle campagne del Sud dell'Indiana, dove lui mi aveva mostrato le due chiese di cui era pastore e la moglie mi aveva lasciato montare il suo cavallo. L'oggetto dell'e-mail, Missione Louisiana, mi spinse a temere un'altra richiesta di donazioni. Ma Jahn raccontava semplicemente dei due camion a rimorchio che i membri delle sue chiese avevano riempito di provviste e guidato fino in Louisiana:
Un paio di donne della congregazione dissero che avremmo dovuto mandare un camion a sud per contribuire ai soccorsi. I Foertsch erano disposti a donare un camion, e Lynn Winkler e la Winkler Foods ci avrebbero aiutati a raccogliere cibo e acqua...
I nostri piani si ampliarono con l'arrivo di offerte d'aiuto sempre pi numerose. (Poco pi di 35000 dollari in doni e denaro. Pi di 12000 solo dalla chiesa di St Peter and Trinity). Cominciammo rapidamente a cercare un altro camion, e gli autisti. Trovarli non risult pi difficile che raccogliere il denaro. Larry e Mary Ann Wetzel erano pronti con il loro camion, e Phil Liebering li avrebbe accompagnati come secondo autista...
Il camion di Foertsch, quello con il rimorchio pi pesante e pi corto, era carico d'acqua. Il camion di Larry aveva i bancali con il cibo e i prodotti per bambini. All'ultimo minuto, grazie al gran numero di offerte, comprammo asciugamani e strofinacci per un valore di 500 dollari, oltre a 100 materassini di gommapiuma, tutte cose elencate nella lista dei desideri di Thibodaux. Furono felici di vederci. Le operazioni di scarico si svolsero in fretta, e ci chiesero se potevano usare l'autoarticolato di Wetzel per trasferire i vestiti in un altro magazzino, cos da poterli spostare con un elevatore anzich a mano...
Leggendo l'e-mail di Jahn desiderai ci che normalmente non avrei mai desiderato, e cio di appartenere a una chiesa del Sud dell'Indiana, in modo da poter viaggiare su uno di quei camion. Sarebbe stato imbarazzante, certo, sedere in chiesa ogni domenica e cantare inni a un Dio in cui non credevo. Ma non era proprio quello che i miei genitori avevano fatto per tutta la loro vita adulta? Mi chiesi come fossi riuscito a passare dal loro mondo all'appartamento di un me stesso che non riconoscevo neppure. Per tutto l'autunno, ogni volta che mi cadeva lo sguardo sull'astuccio di cuoio mezzo vuoto, l'assenza delle forbici tornava a ferirmi. Non riuscivo a credere che fossero sparite. Per mesi, dopo il mio ritorno, continuai a rovistare in cassetti e scaffali che avevo gi ispezionato tre volte. 
L'altra casa della mia infanzia era una mastodontica residenza da ricchi con la facciata in vetro e sei camere da letto, che sorgeva su una grande spiaggia bianca nella Florida nordoccidentale. In aggiunta al lungomare privato prospiciente il Golfo del Messico, gli ospiti potevano sfruttare liberamente la tessera del golf e i diritti di pesca d'altura del padrone di casa, oltre a un fusto di birra refrigerata che venivano incoraggiati a consumare senza restrizioni; c'era un numero da chiamare in caso rimanessero a secco. Per sei agosti consecutivi ci venne offerta la possibilit di trascorrere l le vacanze, vivendo da ricchi, perch ogni tanto la societ ferroviaria per cui lavorava mio padre acquistava attrezzature di manutenzione dal proprietario della casa. Inoltre, senza informare il proprietario, i miei genitori si prendevano la libert di invitare i nostri cari amici Kirby ed Ellie, con il figlio David e persino, una volta, con il nipote Paul. Il fatto che quel comportamento non fosse del tutto irreprensibile era evidenziato dalle raccomandazioni che ogni anno i miei genitori rivolgevano a Kirby ed Ellie: era estremamente importante che non arrivassero troppo presto, per evitare di imbattersi nel proprietario o nel suo agente.
Nel 1974, dopo aver trascorso le vacanze in quella casa per cinque anni di fila, mio padre decise che dovevamo smettere di accettare l'ospitalit del proprietario. Stava affidando sempre pi commesse a un concorrente, un produttore austriaco che secondo mio padre fabbricava attrezzature migliori di quelle americane. Alla fine degli anni Sessanta, mio padre aveva aiutato gli austriaci a sfondare sul mercato americano, e loro l'avevano ripagato con una gratitudine totale e immediata. Nell'autunno del 1970 lui e mia madre, invitati dal fornitore, avevano fatto il loro primo viaggio in Europa, passando una settimana in Austria e sulle Alpi e un'altra settimana in Svezia e Inghilterra. Non ho mai scoperto se la societ avesse offerto tutto, compreso il biglietto aereo, o solo il vitto e l'alloggio in alberghi di lusso - come l'Imperial a Vienna e il Ritz a Parigi - e la Lincoln Continental con l'autista Johann, che li port in giro per tre paesi e li aiut a fare acquisti, tutte cose che i miei non avrebbero mai potuto permettersi. I loro compagni di viaggio erano il responsabile per gli Stati Uniti e sua moglie Ilse, che tutti i giorni all'ora di pranzo insegnava loro a mangiare e bere come europei. Mia madre era al settimo cielo. Teneva un diario dei ristoranti, degli alberghi e delle bellezze naturali:
Pranzo all'Hotel Geiger Berchtesgarden - cibo eccellente & atmosfera spettacolare - Schnapps, salsiccia (tipo bacon crudo) & pane nero in cima a una montagna...
e se era al corrente di certi fatti storici che si celavano dietro il panorama, come le frequenti vacanze ricreative di Hitler a Berchtesgaden, non ne fece mai parola.
Mio padre si era fatto parecchi scrupoli riguardo alla sontuosa offerta di ospitalit degli austriaci, ma mia madre aveva talmente insistito da indurlo a chiedere al suo capo, il signor German, se dovesse declinare l'invito. (Il signor German gli aveva praticamente risposto: Mi stai prendendo in giro?) Nel 1974, quando mio padre espresse i suoi dubbi sull'idea di tornare in Florida, mia madre ricominci a insistere. Gli fece notare che Kirby ed Ellie aspettavano il nostro invito, e continu a ripetere la frase Ancora quest'anno e poi basta, finch lui, con riluttanza, non conferm il solito programma.
Kirby ed Ellie erano bravi giocatori di bridge, e i miei genitori si sarebbero annoiati se avessero trascorso la vacanza solamente con me. Fui una presenza silenziosa e introversa sul sedile posteriore per i due giorni che impiegammo ad attraversare Cape Girardeau, Memphis, Hattiesburg e Gulfport. Mentre ci avvicinavamo alla casa sulla spiaggia, in un pomeriggio nuvoloso reso ancora pi cupo da un'inquietante fila di nuovi condomini che avanzavano da est, mi accorsi che quell'anno non ero affatto emozionato all'idea di trovarmi l. Avevo appena compiuto quindici anni, e mi interessavano pi i libri e i dischi che la vita da spiaggia.
Eravamo in vista del vialetto d'accesso quando mia madre grid: Oh no! No! Mio padre grid: Dannazione!, e sterz bruscamente, uscendo di strada e fermandosi dietro una bassa duna coperta di uniola. Lui e mia madre - non avevo mai visto niente di simile - si rannicchiarono sui sedili anteriori e sbirciarono da sopra il cruscotto. 
- Dannazione! - ripet con rabbia mio padre.
E poi lo disse anche mia madre: - Dannazione!
Era la prima e ultima volta che la sentii imprecare. Pi avanti, sul vialetto, vidi Kirby in piedi accanto alla portiera aperta della sua berlina. Chiacchierava affabilmente con un uomo, e capii senza bisogno di chiedere che si trattava del padrone di casa. 
- Dannazione! - disse mio padre.
- Dannazione! - disse mia madre.
- Dannazione! Dannazione!
Erano stati scoperti.
Esattamente venticinque anni dopo, l'agente immobiliare Mike e mio fratello Tom si accordarono per mettere in vendita la casa a 382000 dollari. Nel fine settimana del Labor Day, quando ci trovammo tutti a St Louis per il servizio religioso in memoria di mia madre, Mike fece solo una breve visita. Sembrava aver dimenticato l'ardore del nostro primo incontro - ora mi parlava a malapena - ed era remissiva e deferente con i miei fratelli. Qualche giorno prima aveva finalmente mostrato la casa, ma nessuno dei due potenziali acquirenti che si erano dichiarati interessati aveva fatto un'offerta.
Nei giorni successivi al servizio religioso, mentre io e i miei fratelli giravamo per le stanze ed esaminavamo gli oggetti, arrivai a pensare che quella casa era il romanzo di mia madre, la storia tangibile che aveva raccontato su di s. Aveva cominciato nel 1944, con le prime suppellettili bruttine ed economiche acquistate ai grandi magazzini. Ogni volta che i soldi glielo permettevano aveva aggiunto e sostituito diversi passaggi del romanzo, cambiando i rivestimenti di poltrone e divani, accumulando quadri sempre meno orribili delle stampe che aveva comprato a ventitre anni, abbandonando le combinazioni di colori arbitrarie mentre scopriva e perfezionava i veri colori per interni che portava dentro di s come un destino. Ponderava la disposizione dei quadri sulle pareti come uno scrittore pondera le virgole. Anno dopo anno, si guardava intorno e si chiedeva cosa potesse soddisfarla ancora di pi. Chi entrava l dentro doveva sentirsi a proprio agio, rasserenato; la sua idea di ospitalit consisteva nel mostrare se stessa; gli ospiti dovevano provare il desiderio di restare. 
Anche se i mobili della versione finale erano robusti e ben fatti, di buon legno di acero e ciliegio, io e i miei fratelli non potevamo costringerci a desiderare ci che non desideravamo. Non riuscivo a preferire il bel comodino di acero di mia madre alla cassa da vino recuperata che tenevo accanto al letto a New York. Eppure, andarsene lasciando la casa completamente arredata come lei l'aveva sempre voluta mi dava il medesimo, spaventoso senso di spreco che avevo provato due mesi prima, quando avevo lasciato il suo corpo ancora integro, con le mani, gli occhi, le labbra e la pelle perfettamente intatti e fino a poco prima ancora funzionanti, perch gli uomini delle pompe funebri lo portassero al crematorio. 
In ottobre incaricammo un liquidatore del patrimonio di mettere il cartellino del prezzo su tutto quello che non portavamo via. Alla fine del mese la gente venne a comprare, Tom si prese un assegno di quindicimila dollari, il liquidatore fece sparire tutti gli oggetti invenduti e io cercai di non pensare ai piccoli, miseri prezzi che i beni materiali di mia madre avevano spuntato.
Quanto alla casa, ci eravamo impegnati a fondo per venderla finch era ancora arredata. Con l'anno scolastico gi iniziato, e nessuna giovane coppia di genitori cattolici che ci subissava di offerte, avevamo abbassato il prezzo a 369000 dollari. Un mese dopo, mentre le querce perdevano le foglie e la vendita dei beni di mia madre incombeva, l'avevamo ulteriormente calato a 359000. Inoltre, su consiglio di Mike, avevamo pubblicato un annuncio che mostrava la casa sotto un manto di neve natalizio, come pi piaceva a mia madre, insieme a una nuova frase pubblicitaria (anche quella consigliata da Mike): A CASA PER LE VACANZE. Nessuno si fece vivo. La casa rimase vuota per tutto novembre. Nessuna delle migliorie apportate dai miei genitori era servita a venderla. Dovemmo attendere l'inizio di dicembre perch una giovane coppia ci offrisse misericordiosamente 310000 dollari.
A quel punto ero ormai convinto che l'agente Pat avrebbe potuto vendere la casa a met agosto, al prezzo suggerito da mia madre. Sapere che l'avevamo venduta per molto meno sarebbe stato un duro colpo per lei: avrebbe percepito quella svalutazione come un annientamento delle sue speranze, un rifiuto del suo lavoro creativo, uno sgradito indizio della sua mediocrit. Ma quello non era il peggior tradimento che avevo commesso ai suoi danni. Lei era morta, dopotutto. Era al riparo da qualsiasi colpo. Ci che continuava a vivere - dentro di me - era il disagio di essermi completamente allontanato dal romanzo nel quale un tempo ero cos felice, senza neppure dispiacermi per il prezzo a cui era stato venduto.
Venne fuori che il nostro amico Kirby aveva conquistato il proprietario della casa in Florida, e con il fusto di birra perfettamente operativo la nostra ultima settimana di vita da ricchi si svolse in modo amichevole. Trascorsi in solitudine quantit di tempo malsane e deliziose, spinto dallo stesso impulso ormonale che immagino induca i gatti a mangiare l'erba. Anche se avessimo deciso di tornare l'anno dopo, i grattacieli in costruzione a oriente erano pronti a soffocare il nostro idillio, ma la trasformazione di una tranquilla spiaggia popolata di piro piro in un centro ad alta densit abitativa era una cosa talmente nuova che non disponevamo neppure di una categoria in cui inserire quella perdita. Osservavo le torri scheletriche come osservavo l'avvicinarsi del maltempo.
Alla fine della settimana io e i miei genitori ci addentrammo verso il centro della Florida, perch io potessi visitare Disney World. Mio padre ci teneva a essere imparziale, e dato che molti anni prima i miei fratelli avevano trascorso una giornata a Disneyland, considerava impensabile non offrirmi una giornata analogamente piacevole a Disney World, a prescindere dalla mia effettiva volont e dal fatto che fossi troppo grande per divertirmi. Non mi sarebbe dispiaciuto andarci con il mio amico Manley, o con la mia non-fidanzata Hoener, insieme ai quali mi sarei concesso di apprezzare quel luogo schernendolo e smitizzandolo. Ma schernire e smitizzare in presenza dei miei genitori era fuori questione.
Nella camera d'albergo di Orlando supplicai mia madre di lasciarmi indossare un paio di jeans tagliati e una maglietta, ma ebbi la peggio, e arrivai a Disney World in calzoncini con la piega e camicia sportiva alla Bing Crosby. Vestito in quel modo, infelice e imbarazzato, mi muovevo solo dietro ordine esplicito. Non desideravo altro che chiudermi in macchina a leggere. Davanti a ogni attrazione tematica mia madre mi chiedeva se non mi sembrasse divertente, ma io osservavo gli altri ragazzi in fila, sentivo i loro sguardi sui miei vestiti e sui miei genitori e rispondevo, con un nodo in gola, che la fila era troppo lunga. Mia madre cercava di persuadermi, ma mio padre la interrompeva: Irene, non vuole salire l sopra. Allora arrancavamo sotto la luce diffusa e accecante della Florida fino alla successiva attrazione gremita di gente. E l si ripeteva la stessa storia.
- Devi provarne almeno una, - disse infine mio padre dopo pranzo. Eravamo fermi all'ombra di un piccolo ristorante, mentre giovani turiste dalle gambe brunite si accalcavano intorno alle attrazioni acquatiche. Lo sguardo mi cadde su una giostra l accanto, popolata solo da alcuni bambinetti. 
- Prover quella, - dissi in tono cupo.
Girammo tutti e tre su quella squallida giostra per venti minuti, per assicurarci che i nostri biglietti non andassero sprecati. Io fissavo i rilievi a zigzag del pavimento di metallo e irradiavo vergogna, rivomitando mentalmente il piacere che i miei avevano cercato di offrirmi. Mia madre, come sempre ligia al dovere di turista, fotograf me e mio padre in groppa alle nostre piccole e scomode cavalcature, ma sotto il sorriso forzato era arrabbiata con me, perch sapeva che mi stavo prendendo la rivincita per la discussione sui vestiti. Mio padre stringeva debolmente l'asta metallica che impalava il cavallo, con lo sguardo perso nel vuoto e l'espressione rassegnata che riassumeva tutta la sua vita. Non so come abbiano fatto a resistere. Il figlio tardivo e felice di un tempo non desiderava altro, ormai, che allontanarsi da loro. Mia madre mi sembrava orribilmente conformista e inguaribilmente ossessionata dal denaro e dalle apparenze; mio padre mi sembrava allergico a qualunque tipo di divertimento. I miei desideri e valori erano diversi dai loro. E tutti e tre eravamo ugualmente dispiaciuti di trovarci su quella giostra, e ugualmente incapaci di spiegare cosa ci era successo. 

Due pony.

Nel maggio del 1970, qualche sera dopo l'uccisione di quattro studenti della Kent State University per mano della Guardia nazionale, mio padre e mio fratello Tom si misero a litigare. Non litigavano per la guerra del Vietnam, alla quale erano entrambi contrari. La lite riguardava probabilmente diverse cose nello stesso tempo. Ma la ragione immediata era il lavoro estivo di Tom. Mio fratello disegnava bene e aveva un carattere meticoloso, e mio padre l'aveva incoraggiato (per non dire costretto) a scegliere il college da un breve elenco di scuole con un valido programma di architettura. Tom aveva volutamente scelto la pi lontana, la Rice University, ed era appena tornato a casa dopo il secondo anno di studi a Houston, dove le sue avventure nella cultura giovanile di fine anni Sessanta lo stavano spingendo a specializzarsi in cinema anzich in architettura. Mio padre, tuttavia, gli aveva trovato un ottimo lavoro estivo presso la Sverdrup & Parcel, la grande societ di ingegneria di St Louis il cui socio anziano, il generale Leif Sverdrup, era stato un eroe del Genio militare nelle Filippine. Non doveva essere stato facile per mio padre, sempre restio a chiedere favori, darsi da fare per ottenere i necessari appoggi alla Sverdrup. Ma quell'ufficio aveva una gestalt guerrafondaia, militaresca e generalmente ostile agli studenti di cinema sinistroidi con i pantaloni a zampa d'elefante; e Tom non voleva lavorare l dentro.
Di sopra, nella camera da letto che dividevo con Tom, le finestre erano aperte e l'aria aveva quell'odore di chiuso che si sente sempre in primavera nelle case di legno. Io preferivo il finto non-odore dell'aria condizionata, ma mia madre, la cui esperienza soggettiva della temperatura dipendeva in gran parte dalle bollette del gas e dell'elettricit, si dichiarava una patita dell'aria fresca, e spesso le finestre rimanevano aperte fino al Memorial Day. 
Sul comodino avevo il Peanuts Treasury1, una grossa raccolta rilegata delle strisce quotidiane e domenicali di Charles M. Schulz. Me l'aveva regalata mia madre per Natale, e da allora non facevo altro che leggerla e rileggerla prima di dormire. Come la maggior parte dei bambini americani di dieci anni, avevo una relazione intensa e privata con Snoopy, il bracchetto della striscia. Era un animale non-animale solitario che viveva fra creature pi grandi appartenenti a una specie diversa, e questa era all'incirca la medesima sensazione che io stesso provavo in casa mia. I miei fratelli somigliavano pi che altro a un paio di simpatici quasi-genitori supplementari. Gli amici non mi mancavano e avevo anche una buona reputazione come lupetto scout, eppure passavo parecchio tempo da solo, circondato da animali parlanti. Rileggevo ossessivamente le opere di A. A. Milne e i romanzi di Narnia e del Dottor Dolittle, e il mio attaccamento alla collezione di animali di peluche stava diventando poco appropriato alla mia et. Un altro elemento di affinit tra me e Snoopy era che anche lui amava i giochi con gli animali. Impersonava tigri e avvoltoi e puma, squali, mostri marini, pitoni, mucche, piranha, pinguini e pipistrelli vampiro. Era il perfetto egoista felice, il protagonista delle sue assurde fantasie, e godeva delle attenzioni di tutti. In un fumetto pieno di bambini, il cane era il personaggio che trovavo pi simile a un bambino. 
Quando ero andato a letto, mio padre e Tom stavano parlando in soggiorno. Pi tardi, dopo che avevo messo via il Peanuts Treasury e mi ero addormentato nella stanza sempre pi soffocante, Tom entr di colpo, gridando in tono sarcastico. - Ti passer! Ti dimenticherai di me! Sar tutto pi facile! Ti passer!
Mio padre, da qualche parte fuori scena, emetteva suoni fragorosi e astratti. Mia madre era ferma dietro Tom e gli singhiozzava sulla spalla, supplicandolo di smetterla, di smetterla. Tom apriva i cassetti del com e rifaceva le valigie che aveva disfatto da poco. - Voi credete di volermi qui, - disse, - ma vi passer.
Non pensi a me?, implor mia madre. E a Jon?
- Vi passer.
Io ero una persona piccola e fondamentalmente ridicola. Anche se avessi osato mettermi a sedere sul letto, cosa avrei potuto dire? Scusate, sto cercando di dormire? Rimasi immobile e seguii l'azione attraverso le palpebre socchiuse. Ci furono altre entrate e uscite drammatiche, durante le quali potrei effettivamente aver dormito a sprazzi. Infine sentii i passi pesanti di Tom gi per le scale e le terribili invocazioni di mia madre, ormai praticamente strilli, che si allontanavano con lui: Tom! Tom! Tom! Ti prego! Tom! E poi sentii sbattere la porta d'ingresso.
A casa nostra non era mai successo niente di simile. La lite peggiore a cui avessi mai assistito si era svolta fra i miei fratelli sulla musica di Frank Zappa, che Tom amava e che un pomeriggio Bob aveva denigrato con tanta sufficienza che Tom aveva cominciato a deridere il gruppo preferito di Bob, le Supremes; la discussione era finita a male parole. Ma una vera scena con pianti e grida di rabbia era assolutamente inconcepibile. Il mattino dopo, quando mi svegliai, il ricordo di quell'episodio mi sembrava gi vecchio di decenni, quasi onirico, e innominabile. 
Mio padre era andato al lavoro, e mia madre mi serv la colazione senza commenti. Il cibo sul tavolo, i motivetti alla radio e il tragitto a piedi fino a scuola non ebbero nulla di diverso dal solito; eppure ogni istante di quella giornata era impregnato di terrore. Quella settimana, nelle ore della maestra Niblack, dovevamo provare il saggio teatrale di quinta. Il copione, di cui ero l'autore, conteneva numerose particine e un unico ruolo molto ampio creato su misura per le mie capacit di memorizzazione. L'azione si svolgeva su una barca, con un protagonista cattivo e taciturno di nome Mr Scuba, e mancava del pi elementare umorismo, di efficacia e di morale. Non mi divertivo neppure io, bench parlassi per quasi tutto il tempo. La bruttezza del copione - la mia responsabilit per quella bruttezza - divenne parte del terrore generale di quella giornata. 
La primavera stessa aveva qualcosa di terrificante. Il tumulto della biologia, il ronzio da Signore delle mosche, il fango pullulante di vita. Dopo la scuola, invece di rimanere fuori a giocare, seguii il terrore fino a casa e bloccai mia madre in sala da pranzo. La interrogai sul mio imminente saggio teatrale. Pap sarebbe venuto a vederlo? E Bob? Sarebbe tornato in tempo dal college? E Tom? Sarebbe venuto anche Tom? Si trattava di una serie di domande ragionevolmente innocenti - ero un bambino avido di attenzioni, e spostavo sempre l'argomento della conversazione su me stesso - e per un po' mia madre mi forn risposte ragionevolmente innocenti. Poi si lasci cadere su una sedia, si nascose la faccia tra le mani e scoppi in lacrime. 
- Non hai sentito niente ieri sera? - mi chiese.
- No.
- Non hai sentito gridare pap e Tom? Non hai sentito sbattere le porte?
- No!
Mi prese fra le braccia, probabilmente la cosa che pi temevo. Rimasi rigido nella sua stretta. - Tom e pap hanno avuto una lite terribile, - disse. - Dopo che sei andato a letto. Hanno avuto una lite terribile, e Tom ha preso la sua roba e se n' andato, non sappiamo dove.
- Oh.
- Pensavo che oggi si sarebbe fatto vivo, e invece non ha chiamato, e il fatto di non sapere dov' mi sconvolge. Sono sconvolta!
Mi divincolai un po' nel suo abbraccio.
- Ma tu non c'entri, - prosegu. -  una faccenda tra lui e pap, e tu non c'entri. Sono sicura che gli dispiacer di non poter vedere il tuo saggio. O forse, chiss, venerd sar gi tornato e verr a vederlo.
- Okay.
- Ma non devi dire a nessuno che se n' andato finch non sappiamo dov'. Prometti di non dirlo a nessuno?
- Okay, - dissi, liberandomi. - Possiamo accendere l'aria condizionata?
Anche se non me ne rendevo conto, nel paese era scoppiata un'epidemia. I tardo-adolescenti dei sobborghi come il nostro erano improvvisamente usciti di senno, scappavano in altre citt per fare sesso ed evitare il college, ingerivano ogni sostanza su cui riuscivano a mettere le mani, non si limitavano a scontrarsi con i genitori, ma rifiutavano e spazzavano via tutto ci che li riguardava. Per un po' i genitori furono sopraffatti dalla paura, dalla confusione e dalla vergogna, tanto che ogni famiglia, soprattutto la mia, si mise in quarantena e soffr in solitudine. 
Quando salii di sopra, la mia camera mi sembr la stanza surriscaldata di un malato. La traccia pi evidente di Tom era il poster dell'album Don't Look Back appeso su un lato del cassettone, dove l'acconciatura psichedelica di Bob Dylan non sarebbe continuamente caduta sotto lo sguardo censorio di mia madre. Il letto di Tom, rifatto con cura, era il letto di un ragazzo portato via da un'epidemia. 
In quella stagione turbolenta, mentre il cosiddetto gap generazionale lacerava il panorama culturale, l'opera di Charles Schulz era universalmente amata. A dicembre cinquantacinque milioni di americani avevano visto Un Natale di Charlie Brown, con uno share di pi del cinquanta per cento. Il musical You're a Good Man, Charlie Brown era al secondo anno di tutto esaurito a Broadway. Gli astronauti dell'Apollo 10, nella prova generale del primo allunaggio, avevano battezzato la capsula Charlie Brown e il modulo lunare Snoopy. I giornali con le strisce dei Peanuts venivano letti da pi di 150 milioni di persone, le classifiche dei bestseller erano piene di raccolte dei Peanuts, e se prendevo a campione i miei amici, dovevo dedurre che fossero ben pochi i ragazzini americani a non avere nella loro stanza il cestino dei Peanuts, le lenzuola dei Peanuts o la tappezzeria dei Peanuts. Schulz era di larghissima misura il pi famoso artista vivente del pianeta.
Per la controcultura, i riquadri in cui erano inserite le vignette erano l'unica cosa inquadrata di quel fumetto. Un bracchetto con gli occhialoni che pilotava una cuccia e veniva abbattuto dal Barone Rosso aveva la stessa valenza grottesca di Yossarian2 che raggiungeva la Svezia in barca a remi. La nazione non avrebbe fatto meglio ad ascoltare Linus Van Pelt anzich Robert McNamara? Era l'epoca dei figli dei fiori, non degli adulti dei fiori. Ma la striscia piaceva anche agli americani pi maturi. Era assolutamente inoffensiva (Snoopy non alzava mai la zampa), ed era ambientata in un sobborgo gradevole e sicuro dove i bambini, tranne Pigpen, di cui Ron McKernan dei Grateful Dead aveva volutamente adottato l'immagine, erano puliti, parlavano bene e vestivano in modo tradizionale. Hippy e astronauti, ragazzi contestatori e adulti contestati, su questo argomento erano tutti d'accordo.
La mia famiglia faceva eccezione. A quanto ne so, mio padre non lesse mai un fumetto in vita sua, e a mia madre interessava soltanto The Girls, una vignetta di cui trovava infinitamente divertenti le protagoniste, generiche matrone di mezza et sempre in lotta con la linea, spilorce, imbranate al volante e con un debole per i saldi dei grandi magazzini.
Io non compravo libri di fumetti, e neppure la rivista Mad, ma idolatravo i cartoni animati della Warner Bros. e la pagina dei fumetti del St Louis Post-Dispatch. Leggevo prima quelli in bianco e nero, saltando le storie drammatiche come Steve Roper e Juliet Jones e dando una rapida occhiata a Li'l Abner solo per assicurarmi che fosse sempre scadente e disgustoso. Nell'ultima pagina, quella a colori, leggevo le strisce rigorosamente in ordine inverso di preferenza, facendo del mio meglio per divertirmi con gli spuntini di mezzanotte di Dagoberto e sforzandomi di ignorare il fatto che Tiger e Punkinhead erano il prototipo dei ragazzini disordinati e incauti che mi erano antipatici nella vita reale, prima di concedermi la lettura del mio fumetto preferito, B.C. La striscia, disegnata da Johnny Hart, aveva un umorismo da et della pietra. Hart spremeva centinaia di gag dall'amicizia tra un uccello incapace di volare e una tartaruga paziente dedita a poco tartarughesche prodezze di agilit e flessibilit. I debiti si pagavano sempre in conchiglie; la cena era sempre un cosciotto arrostito di qualche animale. Quando avevo finito con B.C., avevo finito con il giornale.
I fumetti del Globe-Democrat, l'altro giornale di St Louis che i miei genitori non compravano, mi sembravano deprimenti ed estranei. Brumilda, Funky Winkerbean e The Family Circus erano sgradevoli quanto il bambino dalle mutande in parte visibili, con il cognome CUTTAIR scritto a pennarello sull'elastico, che avevo fissato ininterrottamente durante la visita al Parlamento canadese con la mia famiglia. Anche se non era per nulla divertente, The Family Circus era chiaramente basato sulla vita domestica umida e piena di bambini di una famiglia autentica, e si rivolgeva a un pubblico che si riconosceva in quella vita, cosa che mi induceva a presumere l'esistenza di un'intera sottospecie umana che trovava esilarante quel fumetto. 
Naturalmente sapevo benissimo perch le strisce del Globe-Democrat erano cos insulse: il giornale che pubblicava i Peanuts non aveva bisogno di altri fumetti di qualit. In effetti, avrei dato l'intero Post-Dispatch per una dose quotidiana di Schulz. Solo i Peanuts, la striscia che a casa nostra non arrivava, si occupava delle cose davvero importanti. Non credevo nemmeno per un istante che i protagonisti dei Peanuts fossero veri bambini - erano molto pi enfatici e fumettisticamente reali di qualunque bambino del mio quartiere - e tuttavia consideravo le loro storie come messaggi provenienti da un universo infantile pi concreto e convincente del mio. Invece di giocare a palla e ai quattro cantoni, come facevamo io e i miei amici, i bambini dei Peanuts avevano vere squadre di baseball, veri equipaggiamenti da football, vere scazzottate. Il loro rapporto con Snoopy era molto pi articolato degli inseguimenti e dei morsi che costituivano il mio rapporto con i cani del vicinato. Ogni giorno subivano lievi ma incredibili incidenti, che spesso introducevano nuove parole. Lucy veniva ostracizzata dai Bluebird. Lanciava la palla da croquet di Charlie Brown cos lontano che lui doveva chiamare gli altri giocatori da una cabina telefonica. Consegnava a Charlie Brown un documento firmato nel quale giurava di non tirar via il pallone da football quando lui stava per calciarlo, ma la particolarit di questo documento, osservava Lucy nella vignetta finale, era che non  mai stato autenticato da un notaio. Quando Lucy sfasci il busto di Beethoven sul pianoforte giocattolo di Schroeder, trovai strano e buffo che Schroeder avesse un armadio pieno di busti di riserva, ma lo accettai come umanamente possibile perch l'aveva disegnato Schulz.
Ben presto al Peanuts Treasury aggiunsi altre due raccolte rilegate altrettanto ricche, Peanuts Revisited e Peanuts Classics. Un parente benintenzionato mi regal una copia del bestseller di Robert Short, Il Vangelo secondo Charlie Brown, che non mi suscit il minimo interesse. I Peanuts non erano una porta sul Vangelo. Erano il mio vangelo.
Capitolo 1, versetti 1-4, ossia ci che sapevo sulla delusione: Charlie Brown passa davanti alla casa della ragazzina dai capelli rossi, l'oggetto del suo eterno e inappagato desiderio. Si siede accanto a Snoopy e dice: Vorrei avere due pony. Immagina di offrire un pony alla ragazzina dai capelli rossi, di cavalcare al suo fianco in mezzo alla campagna e di sedersi con lei sotto un albero. D'un tratto guarda torvo Snoopy e gli chiede: Perch non sei due pony? Snoopy alza gli occhi al cielo e pensa: Sapevo che saremmo arrivati a questo.
Oppure capitolo 1, versetti 26-32, ossia ci che sapevo sui misteri dell'etichetta: Linus sta sfoggiando il suo nuovo orologio in tutto il quartiere. Orologio nuovo!, dice con orgoglio a Snoopy, il quale, dopo un attimo di esitazione, lo lecca. A Linus si rizzano i capelli in testa. HAI LECCATO IL MIO OROLOGIO! - grida. - Si arrugginir! Diventer verde! Me l'ha rovinato! Snoopy, con un'espressione lievemente perplessa, pensa: Credevo che fosse maleducato non assaggiarlo.
O anche capitolo 2, versetti 6-12, ossia ci che sapevo sulla narrativa: Linus sta tormentando Lucy per convincerla a leggergli una storia. Lucy, per farlo tacere, prende un libro, lo apre a caso e dice: Un uomo nacque, visse e mor. Fine! Poi butta da parte il libro, e Linus lo raccoglie con reverenza. Che racconto affascinante, - dice. - Ti fa quasi desiderare di aver conosciuto quell'uomo.
La perfetta stupidit di queste storie, la loro imperscrutabilit da koan, mi incantavano anche a dieci anni. Ma molte delle sequenze pi elaborate, soprattutto quelle sulle umiliazioni e la solitudine di Charlie Brown, mi facevano solo una blanda impressione. A scuola, in una gara di ortografia a cui Charlie Brown non vedeva l'ora di partecipare, la prima parola che gli viene chiesto di scrivere  mais. Lui sorride soddisfatto e scrive M-A-Y-S3. La classe si sbellica dalle risate. Charlie Brown torna a sedersi e appoggia la faccia sul banco, e quando la maestra gli chiede cos'ha, lui si mette a urlare e finisce dal preside. I Peanuts erano impregnati della consapevolezza di Schulz che per ogni vincitore, in una gara, deve esserci uno sconfitto, o venti, o duemila, ma io personalmente amavo vincere e non capivo il motivo di tanto interesse per i perdenti.
Nella primavera del 1970, la classe della maestra Niblack studiava gli omofoni in vista della cosiddetta gara di spelling a eliminazione. Svolsi qualche saltuaria esercitazione con mia madre, scrivendo sleigh4 per slay5 e slough6 per slew7 alla velocit con cui altri bambini lanciavano la palla a centrocampo. L'unico dubbio vagamente interessante che nutrivo sulla gara era chi sarebbe arrivato secondo. Quell'anno avevo un nuovo compagno di classe, Chris Toczko, uno sgobbone piccolo e magro dai capelli scuri che si era messo in testa di competere con me. Io ero un ragazzino buono e mite, finch non mi si pestavano i piedi. Toczko era fastidiosamente ignaro del fatto che per diritto naturale il pi bravo della classe ero io, e non lui. Il giorno della gara di spelling mi provoc. Disse che aveva studiato molto e che mi avrebbe battuto! Abbassai lo sguardo su quella piccola peste, senza sapere cosa dire. Evidentemente mi attribuiva molta pi importanza di quanta io ne attribuissi a lui. 
Per la gara ci mettemmo tutti davanti alla lavagna: la maestra Niblack citava un termine di una coppia di omofoni, e al primo errore si tornava al posto. Toczko era pallido e tremante, ma conosceva bene gli omofoni. Era l'ultimo bambino rimasto in piedi, oltre a me, quando la maestra Niblack pronunci la parola liar8. Toczko, fremendo per l'emozione, tent: L... I... E io capii di averlo battuto. Aspettai con impazienza mentre, in preda all'angoscia, si strappava di bocca altre due lettere: E... R?
- Mi dispiace, Chris, non  una parola, - disse la maestra Niblack.
Con un'aspra risata di trionfo, senza neppure aspettare che Toczko si sedesse, mi feci avanti e dissi ad alta voce: - L-Y-R-E9! Lyre.  uno strumento a corde.
Non avevo mai dubitato della mia vittoria, ma le provocazioni di Toczko mi avevano fatto salire il sangue alla testa. Fui l'ultimo a notare il suo crollo emotivo. Divent tutto rosso e cominci a piangere, ripetendo con rabbia che lier era una parola, era una parola. 
Non m'importava se era una parola o meno. Conoscevo i miei diritti. In teoria potevano anche esistere pi omofoni di liar, ma la parola richiesta dalla maestra Niblack era chiaramente lyre. Le lacrime di Toczko mi turbarono e mi delusero, e lo dimostrai andando a prendere il vocabolario di classe e facendogli vedere che lier non c'era. Fu cos che finimmo entrambi dal preside.
Era la prima volta che ci andavo. Scoprii con interesse che il preside, il signor Barnett, aveva in ufficio il Webster's International Unabridged. Toczko, che pesava poco pi del dizionario, us entrambe le mani per aprirlo e far scorrere all'indietro le pagine fino alla lettera L. Da sopra la sua spalla vidi la parola che indicava con l'indice minuscolo e tremante: lier, sost., colui che sta (per es. in agguato). Il signor Barnett ci dichiar subito vincitori a pari merito - un compromesso che non trovai affatto giusto, perch se ci fosse stato un altro round avrei sicuramente stracciato Toczko. Ma il suo scoppio di pianto mi aveva spaventato, e decisi che per una volta potevo anche accettare di lasciar vincere un altro. 
Qualche mese dopo la gara di spelling, all'inizio delle vacanze estive, Toczko usc di corsa in Grant Road e venne travolto da un'auto. Il poco che sapevo allora sulla crudelt del mondo l'avevo imparato soprattutto durante una gita in campeggio di qualche anno prima, quando avevo buttato una rana nel fuoco e l'avevo vista accartocciarsi e rotolare gi dal lato appiattito di un ceppo. Era un ricordo sui generis, distinto dagli altri. Un po' come avere in corpo un atomo di rimprovero, fastidioso e nauseante. Mi sentii ugualmente rimproverato quando mia madre, che non sapeva nulla della nostra rivalit, mi disse che Toczko era morto. Piangeva come aveva pianto qualche settimana prima per la sparizione di Tom. Mi fece scrivere una lettera di condoglianze alla madre di Toczko. Non ero affatto abituato a riflettere sullo stato d'animo altrui, ma era impossibile non riflettere su quello della signora Toczko. Anche se non l'avevo mai incontrata, nelle settimane successive immaginai la sua sofferenza in modo cos vivido e incessante da riuscire quasi a vederla: una donna piccola e snella, dai capelli scuri, che piangeva come suo figlio.
Ogni volta che faccio qualcosa mi sento in colpa, dice Charlie Brown.  sulla spiaggia, ha appena tirato un sasso in acqua, e Linus ha commentato: Ottimo lavoro... Quella pietra ci ha messo quattromila anni a raggiungere la riva, e tu l'hai ributtata indietro.
Mi sentivo in colpa per Toczko. Mi sentivo in colpa per la ranocchia. Mi sentivo in colpa perch sfuggivo agli abbracci di mia madre quando sembrava averne pi bisogno. Mi sentivo in colpa per gli strofinacci ammucchiati in fondo all'armadio della biancheria, gli strofinacci pi vecchi e lisi che usavamo di rado. Mi sentivo in colpa perch preferivo le mie biglie migliori, la rossa e la gialla, il mio re e la mia regina, a quelle che occupavano le posizioni pi basse nella rigida gerarchia delle biglie. Mi sentivo in colpa per i giochi da tavolo che non mi piacevano - Uncle Wiggily, U.S. Presidential Elections, Game of States - e ogni tanto, quando non c'erano i miei amici, aprivo le scatole ed esaminavo i pezzi, nella speranza di farli sentire meno abbandonati. Mi sentivo in colpa perch trascuravo l'orsacchiotto dalle membra rigide e dal pelo ruvido, che non aveva una voce propria e sembrava fuori posto accanto agli altri peluche. E per evitare di sentirmi in colpa anche per loro, dormivo ogni notte con un animale diverso, seguendo una rigorosa scaletta settimanale. 
Ridiamo dei bassotti che tentano di accoppiarsi con la nostra gamba, ma la specie umana ha un'immaginazione ancora pi egocentrica. Non esiste un oggetto cos Altro da non poter essere antropomorfizzato e costretto a conversare con noi. Alcuni oggetti, per, sono pi adatti di altri. Il mio orsacchiotto aveva il problema di essere pi realistico degli altri animali. Era un personaggio diverso, arcigno, selvatico; a differenza degli anonimi strofinacci, era risolutamente Altro. Non c'era da stupirsi che non riuscissi a farlo parlare.  pi facile attribuire una personalit comica a una scarpa vecchia che, diciamo, a una foto di Cary Grant. Pi la pagina  bianca, e pi  facile riempirla con la nostra immagine. 
La corteccia visiva  progettata per riconoscere rapidamente le facce e per sottrarre rapidamente da ogni faccia un'enorme quantit di dettagli, concentrandosi sul messaggio essenziale: questa persona  felice? Arrabbiata? Spaventata? I singoli volti possono variare molto, ma un ghigno  sempre un ghigno, su qualunque volto esso appaia. Il ghigno  concettuale, non iconico. Il nostro cervello  come un disegnatore di fumetti - e il disegnatore di fumetti  come il nostro cervello: semplifica ed esagera, subordina i dettagli del volto a concetti comici astratti. 
Scott McCloud, nel suo trattato Capire il fumetto, sostiene che mentre conversiamo abbiamo un'immagine di noi stessi molto diversa da quella della persona con cui stiamo conversando. Il nostro interlocutore potr esibire sorrisi e cipigli universali che favoriranno la nostra identificazione a livello emotivo, ma avr anche un naso, una carnagione e dei capelli particolari che ci ricorderanno continuamente la sua alterit. L'immagine che abbiamo della nostra faccia, al contrario,  molto simile a un fumetto. Il nostro sorriso ce lo immaginiamo come un sorriso da fumetto, senza l'insieme pelle-naso-capelli che lo accompagna. Sono proprio la semplicit e l'universalit dei volti dei fumetti, l'assenza di particolari che ne indichino l'alterit, che ci invitano ad amarli come amiamo noi stessi. I volti pi amati (e redditizi) del mondo moderno sono in genere quelli di personaggi estremamente rudimentali e astratti: Topolino, i Simpson, Tintin, e - il pi semplice di tutti, poco pi di un cerchio, due puntini e una linea orizzontale - Charlie Brown. 
Charles Schulz non volle mai fare altro che il disegnatore di fumetti. Nacque a St Paul nel 1922, unico figlio di un padre tedesco e di una madre di origini norvegesi. Molta della letteratura esistente su di lui racconta dei suoi traumi infantili alla Charlie Brown: la magrezza e i brufoli, l'impopolarit fra le compagne di scuola, l'inspiegabile rifiuto dell'annuario delle superiori di pubblicare alcuni suoi disegni, e, qualche anno dopo, il rifiuto della sua proposta di matrimonio da parte della vera ragazzina dai capelli rossi, Donna Mae Johnson. Lo stesso Schulz parlava della sua giovinezza in tono quasi rabbioso. Ci ho messo parecchio tempo a diventare un essere umano, disse a un giornalista nel 1987. 
Molti mi consideravano un po' effeminato, e io me la prendevo perch non ero affatto una femminuccia. Non ero un duro, ma... ero bravo negli sport in cui si doveva lanciare, colpire o afferrare qualcosa, o roba del genere. Odiavo le cose tipo sport acrobatici e nuoto, e quindi non ero per niente una femminuccia. [... Ma] gli allenatori erano intolleranti, e non c'erano programmi per tutti. Cos non ho mai avuto molta stima di me, non mi sono mai considerato bello, e alle superiori non uscivo con le ragazze perch pensavo, chi vorr uscire con me? E cos non mi prendevo la briga di invitarle.
Schulz non si prese la briga neppure di frequentare l'Accademia di belle arti - si sarebbe solo scoraggiato, disse, ad avere intorno persone che disegnavano meglio di lui. 
Alla vigilia del suo reclutamento nell'esercito, sua madre mor di cancro. Pi tardi Schulz descrisse quella perdita come una catastrofe da cui si era ripreso a stento. Per tutto il periodo di addestramento fu depresso, introverso e sofferente. Alla lunga, per, l'esercito gli fece bene. C'era entrato, ricord in seguito, come una nullit, e ne era uscito sergente di stato maggiore al comando di una squadra di mitraglieri. Ho pensato, perbacco, se non sono un vero uomo, allora mi domando chi lo , - disse. - Mi sono sentito fiero di me, ed  durato circa otto minuti, e poi sono ritornato dove mi trovo adesso.
Dopo la guerra torn a vivere col padre nel quartiere dov'era cresciuto, s'impegn intensamente in un gruppo giovanile cristiano e impar a disegnare bambini. Per il resto della vita, in pratica, non disegn mai adulti. Evit i vizi degli adulti - non beveva, non fumava, non imprecava - e il lavoro lo port a trascorrere sempre pi tempo nei giardini e nei campi da gioco immaginari della sua infanzia. Anche l'assolutezza dei suoi scrupoli e delle sue inibizioni aveva qualcosa di infantile. Persino quando era ormai famoso e potente, esitava a chiedere un'impaginazione pi flessibile per i Peanuts, perch non lo riteneva giusto nei confronti dei giornali che erano stati suoi fedeli clienti. Non riteneva giusto neppure disegnare caricature. (Se uno ha il naso grosso, - disse una volta, - sono sicuro che gli dispiace, e chi sono io per ricordarglielo con una volgare caricatura?) Lo sdegno per il nome Peanuts, attribuito alla striscia dalla redazione nel 1950, non si era ancora spento alla fine dei suoi giorni. Affibbiare un nome come Peanuts a quello che sarebbe diventato il lavoro di una vita fu un gesto davvero offensivo, disse a un giornalista nel 1987. Quando gli venne fatto notare che i trentasette anni trascorsi avrebbero dovuto mitigare l'offesa, Schulz rispose: No, no. Sono uno che porta rancore, io.
Il genio comico di Schulz era il prodotto delle sue ferite psichiche? Di certo l'artista raggiunse la mezza et con un ammasso di rancori e fobie che erano forse attribuibili, a loro volta, a traumi infantili. Era sempre pi incline ad attacchi di depressione e amara solitudine (Mi basta sentire la parola albergo per raggelarmi, disse al suo biografo), e quando infine scapp dal natio Minnesota cominci a replicarne i comfort in California, costruendosi una pista di pattinaggio con un bar che si chiamava Warm Puppy10. Negli anni Settanta, Schulz era ormai restio persino a prendere l'aereo se non era accompagnato da qualcuno dei suoi famigliari. Potrebbe sembrare un classico esempio della patologia che produce la grande arte: il nostro eroe, ferito nell'adolescenza, si rifugi per sempre nel mondo infantile dei Peanuts. 
Ma cosa sarebbe successo se Schulz avesse deciso di diventare un rappresentante di giocattoli, anzich un artista? Avrebbe ugualmente vissuto una vita cos ritirata ed emotivamente turbolenta? Credo di no. Credo che il rappresentante di giocattoli Schulz si sarebbe fatto strada in una vita normale con lo stesso coraggio con cui aveva superato il servizio militare. Avrebbe fatto tutto il necessario per mantenere la sua famiglia: implorare il medico di prescrivergli il Valium, bere qualche bicchierino al bar dell'albergo. 
Schulz non era un artista perch soffriva. Soffriva perch era un artista. Continuare a preferire l'arte alle comodit di una vita normale - sfornare una striscia al giorno per cinquant'anni, e pagarne l'esorbitante prezzo psicologico - non  certo una scelta da persona poco equilibrata. Al contrario,  il tipo di scelta che pu compiere solo una persona forte e piena di buonsenso. Le sofferenze giovanili di Schulz appaiono come le fonti della sua genialit perch lui ebbe il talento e la flessibilit necessari per trovarle umoristiche. Quasi tutti i giovani conoscono il dolore. Ci che contraddistingue l'infanzia di Schulz non  la sofferenza, ma il fatto che amava i fumetti fin dalla pi tenera et, che era portato per il disegno e che godeva dell'attenzione indivisa di due genitori affettuosi. 
Tutti gli anni, a febbraio, Schulz disegnava una striscia sul San Valentino senza valentine di Charlie Brown. In una puntata, Schroeder rimprovera Violet per aver cercato di appioppare una valentina scartata a Charlie Brown parecchi giorni dopo San Valentino, e Charlie Brown spinge via Schroeder dicendo Non impicciarti, la prendo! Ma l'esperienza del piccolo Schulz con le valentine era molto diversa. Quando era in prima elementare, sua madre lo aiut a preparare una valentina per ognuna delle sue compagne, in modo da non offenderne nessuna, ma lui era troppo timido per infilare le valentine nella scatola davanti a tutta la classe, e cos le riport a casa dalla mamma. Questa storia, a prima vista, ricorda una striscia del 1957 in cui Charlie Brown, dopo aver sbirciato al di l di uno steccato e aver visto una piscina pullulante di bambini felici, arranca da solo fino a casa e si siede dentro un secchio pieno d'acqua. Ma Schulz, a differenza di Charlie Brown, aveva una madre in servizio - una madre alla quale decise di regalare tutto il suo cesto di valentine.  poco probabile che un bambino profondamente segnato dalla mancanza di valentine diventi un adulto in grado di disegnare adorabili strisce sul dolore di non ricevere mai valentine. Un bambino del genere - viene in mente R. Crumb - potrebbe invece disegnare una scatola di valentine che si trasforma in una vulva, divorando il proprio contenuto e poi il bambino stesso. 
Con questo non voglio dire che il depresso e insicuro Charlie Brown, l'egoista e sadica Lucy, l'eccentrico filosofo Linus e l'ossessivo Schroeder (che soddisfa le sue ambizioni beethoveniane con un pianoforte giocattolo a una sola ottava) non siano tutti avatar di Schulz. Ma il suo vero alter ego  chiaramente Snoopy: l'imbroglione proteiforme che fonda la propria libert sulla certezza di essere in fondo adorabile, il trasformista che, per puro divertimento, pu diventare un elicottero, un giocatore di hockey o il Grande Bracchetto, e poi di nuovo, in un lampo, prima che il suo virtuosismo possa annoiarvi o sminuirvi, tornare a essere il cagnolino vivace che aspetta solo la cena. 
Non ho mai sentito mio padre raccontare una barzelletta. A volte tirava fuori la storia di un collega che aveva ordinato coca e scotch e filetto di passera in un diner di Dallas a luglio, e riusciva a ridere dei suoi momenti d'imbarazzo, delle sue osservazioni inopportune in ufficio e dei suoi sciocchi errori nei progetti di migliorie per la casa; ma non aveva un briciolo di senso dell'umorismo. Reagiva alle barzellette altrui con un sussulto o una smorfia. Una volta, da bambino, gli raccontai una storiella di mia invenzione su un'azienda per la raccolta dei rifiuti che era stata citata per fragranti violazioni. Lui scosse la testa, senza battere ciglio, e disse: Non  plausibile.
In un'altra archetipica striscia dei Peanuts, Violet e Patty maltrattano Charlie Brown gridandogli perfidamente in coro: VATTENE A CASA! NON TI VOGLIAMO QUI! Lui si allontana lentamente a testa bassa, e Violet osserva: Charlie Brown  proprio strano. Non ride quasi mai.
Le poche volte che giocava a palla con me, mio padre me la tirava come se volesse liberarsene, come un frutto marcio, e afferrava i miei rilanci con una goffa zampata. Non lo vidi mai toccare una palla da football o un frisbee. I suoi due passatempi preferiti erano il golf e il bridge, e il suo divertimento consisteva nella perpetua riconferma di essere negato per il primo e sfortunato nel secondo. 
Aveva sempre desiderato di non essere pi bambino. I suoi genitori erano una coppia di scandinavi del diciannovesimo secolo, impegnati in una lotta hobbesiana per sopravvivere nelle paludi del Minnesota centrosettentrionale. Il suo popolare e carismatico fratello maggiore anneg da giovane in un incidente di caccia. La sorella minore, una ragazza stramba, carina e viziata, ebbe una sola figlia che si schiant in macchina a ventidue anni. Anche i suoi genitori si schiantarono in macchina, ma solo dopo aver subissato mio padre di proibizioni, richieste e critiche per cinquant'anni. Non parl mai male di loro. E neppure bene.
Le poche storie d'infanzia che raccontava riguardavano il suo cane Spider e la sua banda di amici, e si svolgevano nella cittadina dal nome invitante di Palisade11, che suo padre e i suoi zii avevano costruito in mezzo alle paludi. Le scuole superiori si trovavano a una dozzina di chilometri da Palisade. Per frequentarle, mio padre visse in una pensione per un anno, e poi fece il pendolare con il Model A di mio nonno. Era una nullit sociale, invisibile al di fuori dell'orario scolastico. Tutti si aspettavano che per pronunciare il discorso di commiato venisse scelta la ragazza pi popolare della classe, Romelle Erickson, e la cricca mondana della scuola rimase scandalizzata, mi raccont pi volte mio padre, quando salt fuori che il prescelto era invece il campagnolo: Earl chi?
Quando si iscrisse alla University of Minnesota, nel 1933, suo padre lo accompagn e, arrivati in fondo alla fila, annunci: Diventer un ingegnere civile. Per il resto della vita, mio padre fu sempre irrequieto. Verso i trent'anni venne tormentato dal desiderio di studiare medicina; verso i quaranta gli offrirono di diventare socio di un'impresa di costruzioni, offerta che, con grande e perpetua delusione di mia madre, non ebbe il coraggio di accettare; verso i cinquanta e i sessanta mi ammon di non permettere mai a un'azienda di sfruttare il mio talento. Alla fine, tuttavia, pass cinquant'anni a fare esattamente quello che suo padre gli aveva detto di fare.
Alla sua morte ereditai alcune scatole piene di carte. Purtroppo era quasi tutta roba priva d'interesse, e della sua infanzia rimaneva solo una busta marrone in cui aveva conservato un grosso fascio di valentine. Alcune erano semplici foglietti senza firma, altre erano pi elaborate, con solidi di carta crespata o figurine in tre dimensioni, e quelle provenienti da una certa Margaret avevano anche la busta; lo stile andava dal vittoriano antiquato all'art dco anni Venti. Le firme - quasi tutte di bambini e bambine della sua et, alcune di cugini, una della sorella - erano nella rudimentale calligrafia delle elementari. Le pi numerose ed espansive provenivano dal suo migliore amico, Walter Anderson. Ma in nessuna delle scatole c'era una valentina dei suoi genitori, e neppure altri biglietti o pegni del loro affetto.
Mia madre lo definiva ipersensibile. Voleva dire che era facile ferirne i sentimenti, ma la sua era anche una sensibilit fisica. Quando era giovane, un medico l'aveva sottoposto a un test e l'aveva trovato allergico a quasi tutto, compresi grano, latte e pomodori. Un altro medico, che aveva lo studio in cima a cinque lunghe rampe di scale, lo accolse misurandogli la pressione e lo dichiar subito non idoneo a combattere i nazisti. O almeno cos mi raccont mio padre, con un'alzata di spalle e uno strano sorriso (come per dire: Cosa potevo fare?), quando gli chiesi perch non era andato in guerra. Anche da ragazzo intuivo che la sua sensibilit e la sua goffaggine nei rapporti sociali erano state aggravate dal fatto di non essere andato sotto le armi. E tuttavia, venendo da una famiglia di svedesi pacifisti, era molto felice di non aver fatto il soldato. Era felice che i miei fratelli avessero ottenuto il rinvio per motivi di studio e fossero stati fortunati con la lotteria di leva. Tra i suoi colleghi reduci di guerra si sentiva cos fuori posto che non osava parlare del Vietnam. A casa, in privato, sosteneva con veemenza che se Tom fosse stato estratto alla lotteria l'avrebbe accompagnato personalmente in Canada. 
Tom era un secondogenito dello stesso stampo di mio padre. L'edera velenosa gli provocava una reazione cos violenta da sembrare morbillo. Compiva gli anni a met ottobre ed era perennemente il pi piccolo della classe. L'unica volta che usc con una ragazza alle superiori, era cos nervoso che dimentic a casa i biglietti per la partita, e lasci la macchina in folle mentre correva in casa a prenderli; la macchina and gi lungo la discesa e urt contro il cordolo del marciapiede, devastando due livelli di un giardino terrazzato prima di fermarsi nel prato davanti alla casa di un vicino. 
Per me, il fatto che la macchina fosse rimasta non solo guidabile, ma assolutamente intatta serv solo a intensificare l'alone di mistero che circondava Tom. Ai miei occhi, n lui n Bob potevano fare qualcosa di sbagliato. Erano bravi a fischiare e a giocare a scacchi, maneggiavano attrezzi e matite con abilit straordinaria, ed erano i miei unici fornitori di aneddoti e informazioni che poi usavo per far colpo sugli amici. Lungo i margini dell'edizione scolastica di Ritratto dell'artista da giovane, Tom aveva disegnato la figura stilizzata di un saltatore con l'asta che superava l'ostacolo, atterrava sulla testa e veniva portato via in barella da infermieri stilizzati, in una sequenza che si animava facendo scorrere le pagine. Mi sembr un capolavoro di scienza e arte cinematografica. Ma mio padre gli aveva detto: Diventerai un bravo architetto. Ecco tre scuole fra cui puoi scegliere. E aveva aggiunto: Lavorerai alla Sverdrup.
Tom se n'era andato ormai da cinque giorni quando ci diede sue notizie. La sua telefonata arriv di domenica, al ritorno dalla chiesa. Eravamo seduti in veranda, e mia madre attravers di corsa la casa per andare a rispondere. La sua voce era cos euforica per il sollievo che mi sentii imbarazzato per lei. Tom era tornato fino a Houston in autostop e aveva trovato lavoro in un Church's Fried Chicken, nella speranza di mettere da parte abbastanza soldi per raggiungere il suo migliore amico in Colorado. Mia madre continuava a chiedergli quando sarebbe tornato a casa, assicurandogli che era il benvenuto e che non avrebbe dovuto lavorare alla Sverdrup; ma io capii, senza bisogno di sentire la risposta, che Tom non voleva avere niente a che fare con noi. 
Lo scopo delle strisce a fumetti, amava dire Schulz, era far vendere i giornali e far ridere la gente. Un'affermazione che a prima vista potrebbe sembrare autodenigratoria, ma che in effetti  un voto di lealt. Quando I. B. Singer, nel discorso per il conferimento del Nobel, dichiar che la prima responsabilit dello scrittore  quella di essere un narratore di storie, non disse nient'altro che un narratore di storie; e Schulz non disse nient'altro che far ridere la gente. Il suo era un atto di lealt nei confronti del lettore che voleva divertirsi con le pagine dei fumetti. Praticamente tutto - protestare contro la fame nel mondo; strappare una risata con parole come trombare; dispensare saggezza; morire -  pi facile che far ridere davvero. 
Schulz non smise mai di voler essere divertente. Intorno al 1970, tuttavia, cominci ad allontanarsi dall'umorismo aggressivo e a indulgere in fantasticherie malinconiche. Arrivarono le noiose digressioni nell'universo di Snoopy, con il poco spiritoso uccellino Woodstock e il poco divertente bracchetto Spike. Alcune trovate noiose, come l'insistenza di Marcie a chiamare capo Piperita Patty, vennero pesantemente riciclate. Alla fine degli anni Ottanta, la striscia era ormai cos scialba che i miei amici pi giovani sembravano stupiti della mia passione. A poco serv che le successive antologie dei Peanuts ristampassero fedelmente tante strisce di Spike e Marcie. I volumi che mettevano adeguatamente in mostra il genio di Schulz, le tre raccolte rilegate degli anni Sessanta, erano ormai esauriti. 
Ancora pi dannosi per la reputazione di Schulz furono i suoi stessi sottoprodotti kitsch. Gi negli anni Sessanta bisognava aprirsi un varco in mezzo agli stucchevoli gadget di Warm Puppy per raggiungere la parte comica; il livello di leziosaggine dei pi recenti special televisivi dedicati ai Peanuts mi faceva venire la pelle d'oca. Ci che all'inizio aveva reso grandi i Peanuts erano temi come la crudelt e il fallimento, e tuttavia su ogni biglietto d'auguri, ninnolo e dirigibile dei Peanuts doveva apparire qualche personaggio dal sorriso dolce e grinzoso. Tutto, nell'industria miliardaria dei Peanuts, sembrava negare che Schulz fosse un artista da prendere sul serio. Molto pi di Disney, che con la sua casa di produzione aveva sfornato kitsch fin dal principio, Schulz fin col diventare un'icona dell'arte corrotta dal commercio, che prima o poi dipinge un volto da venditore sorridente su tutto ci che tocca. Il fan che vuole vedere un artista vede invece un mercante. Perch non  due pony?
Eppure  difficile rinnegare un fumetto, se ne conserviamo ricordi pi vividi di quelli che ci ha lasciato la nostra vita. Quando Charlie Brown part per il campo estivo, io sognai di accompagnarlo. Sentii i suoi tentativi di fare conversazione con l'altro occupante del letto a castello, che si limitava a rispondergli: Sta' zitto e lasciami in pace. Lo vidi quando torn finalmente a casa e grid a Lucy: Sono tornato! Sono tornato!, e Lucy lo guard con aria annoiata e disse: Sei stato via?
Anch'io andai al campo estivo, nell'estate del 1970. Ma a parte l'allarmante situazione della mia igiene personale, che probabilmente dipendeva dal fatto di aver pisciato in mezzo all'edera velenosa e che, per parecchi giorni, attribuii a un tumore maligno o alla pubert, la mia esperienza impallid in confronto a quella di Charlie Brown. La parte migliore fu tornare a casa e vedere Bob che mi aspettava nel parcheggio della Ymca a bordo della sua nuova Karman Ghia.
Anche Tom era tornato a casa. Era riuscito ad arrivare in Colorado, ma i genitori dell'amico non erano contenti di dare asilo a un ragazzo scappato di casa, e cos l'avevano rimandato a St Louis. Ufficialmente ero entusiasta che fosse tornato. In realt, la sua presenza mi imbarazzava. Temevo che, se avessi menzionato la sua malattia e la nostra quarantena, avrei provocato una ricaduta. Volevo vivere nel mondo dei Peanuts, dove la rabbia era buffa e l'insicurezza adorabile. Il personaggio pi piccolo dei miei libri dei Peanuts, Sally Brown, per un po' era cresciuta, poi aveva urtato contro una barriera invisibile e si era fermata. Volevo che tutti i membri della mia famiglia andassero d'accordo e che nulla cambiasse; ma improvvisamente, dopo che Tom era scappato di casa, era come se tutti e cinque ci fossimo guardati intorno e ci fossimo chiesti perch avremmo dovuto stare insieme, senza trovare molte risposte plausibili. 
Per la prima volta, nei mesi che seguirono, i conflitti fra i miei genitori si fecero sentire. Nelle sere d'inverno, mio padre tornava dal lavoro e si lamentava della casa fredda. Mia madre ribatteva che non era fredda se si passava la giornata a fare i lavori domestici. Mio padre entrava a grandi passi in soggiorno e, con gesto teatrale, regolava il termostato sulla Zona benessere, un arco azzurrino fra i 22 e i 25 gradi. Mia madre diceva che si moriva di caldo. E io decidevo, come sempre, di non dar voce al mio sospetto che la Zona benessere fosse riferita all'aria condizionata in estate pi che al riscaldamento in inverno. Mio padre impostava la temperatura sui 22 gradi e si ritirava nel suo studio, direttamente sopra la caldaia. C'era un momento di calma, e poi cominciavano le esplosioni. In qualunque angolo della casa fossi andato a nascondermi, sentivo mio padre sbraitare: - LASCIA STARE QUEL MALEDETTO TERMOSTATO!
- Earl, non l'ho toccato!
- Invece s! Di nuovo!
- Non credevo di averlo mosso, l'ho solo guardato, non volevo spostarlo.
- Ancora! L'hai manomesso ancora! L'avevo regolato sulla temperatura giusta. E tu l'hai abbassato a venti!
- Be', se anche l'ho spostato, non era certo mia intenzione. Avresti caldo anche tu, se lavorassi tutto il giorno in cucina.
- Tutto quello che chiedo alla fine di una lunga giornata di lavoro  poter regolare la temperatura sulla Zona benessere.
- Earl, in cucina si muore di caldo. Tu non lo sai perch non ci entri mai, per si muore di caldo.
- Nel punto pi basso della Zona benessere! Neanche a met! Nel punto pi basso! Non mi sembra di chiedere troppo!
E io mi domando perch fumettistico abbia ancora un senso spregiativo. Ho impiegato met della vita per riuscire a vedere i miei genitori come personaggi dei fumetti. E che vittoria sarebbe, se anch'io riuscissi a identificarmi con un fumetto!
Alla fine mio padre applic la tecnologia al problema della temperatura. Compr una stufetta elettrica da mettere dietro la sua sedia in sala da pranzo, dove d'inverno gli spifferi del bovindo gli davano fastidio. Come molti dei suoi acquisti in materia di elettrodomestici, la stufetta era una cosina pateticamente dozzinale, un divoratore di elettricit con un ventilatore rumoroso e una ghignante bocca arancione che faceva abbassare le luci, soffocava la conversazione ed emanava puzza di bruciato ogni volta che si accendeva. Quando ero alle superiori, compr un modello pi silenzioso e costoso. Una sera io e mia madre ci abbandonammo ai ricordi della vecchia stufetta, ridicolizzando la sensibilit termica di mio padre, facendo battute sui difetti dell'aggeggio, sul fumo e sul ronzio, e mio padre si arrabbi e si alz da tavola. Pensava che ci fossimo coalizzati contro di lui. Pensava che fossi crudele, e in effetti lo ero, ma lo stavo anche perdonando.
1I nomi di libri, film, opere teatrali e strisce a fumetti sono stati lasciati in origi-nale quando non tradotti; altrimenti vengono citati con il nome italiano [Nota del traduttore].
2Protagonista del romanzo Comma 22 di Joseph Heller [Nota del traduttore]
3Willie Mays, famoso giocatore di baseball statunitense [Nota del traduttore].
4Slitta[Nota del traduttore].
5Uccidere[Nota del traduttore].
6Ha vari significati, ma si pronuncia in modo identico al successivo slew solonel significato di area paludosa [Nota del traduttore].
7Passato di slay [Nota del traduttore].
8Bugiardo [Nota del traduttore].
9Lira [Nota del traduttore].
10Cucciolo caldo, dalla famosa battuta dei Peanuts La felicit  un cucciolocaldo [Nota del traduttore].
11Palizzata, steccato [Nota del traduttore].

E la gioia trionfer.

Ci trovavamo tutte le domeniche alle cinque e mezza. Sceglievamo un compagno, gli bendavamo gli occhi e lo facevamo correre a rotta di collo lungo un corridoio vuoto, come prova di fiducia. Creavamo collage sulla protezione dell'ambiente. Recitavamo scenette su come superare le crisi emotive di seconda e terza media. Cantavamo canzoni di Cat Stevens accompagnati dai nostri assistenti. Scrivevamo haiku sul tema dell'amicizia e li leggevamo ad alta voce:
L'amico  qui
Anche se hai dei guai
E tu stai meglio.
Con l'amico tu
Ti sentirai sicuro
E fiducioso.
Il mio contributo a quell'esercizio - 
Capelli corti
La gente spesso ride
Ma l'amico no
- si riferiva alla mia esperienza delle scuole medie, e non a quella del gruppo. I membri del gruppo, anche quelli che non consideravo amici, non avrebbero mai riso di me. Era il motivo principale per cui avevo aderito.
Il gruppo si chiamava Comunit - senza articolo n specificazioni - ed era patrocinato dalla Prima Chiesa Congregazionalista, con l'appoggio della Chiesa Evangelica Unita di Cristo che sorgeva in fondo alla strada. La maggior parte dei membri di seconda e terza media erano arrivati insieme dalla scuola domenicale congregazionalista, e si conoscevano quasi come parenti. Ci eravamo visti con indosso giacche sportive in miniatura e cravatte a clip, o con scamiciati a scacchi e fiocchi di velluto, e ognuno di noi aveva trascorso lunghi minuti su una panca della chiesa a osservare la devozione degli inermi genitori altrui, e un mattino, nel seminterrato della chiesa, mentre cantavamo ispirati Jesus Loves the Little Children, avevamo visto una bambina in calzamaglia bianca farsi platealmente la pip addosso. L'aver superato insieme queste esperienze ci permise di entrare nella Comunit con un trauma sociale pressoch nullo. 
I problemi cominciarono in prima superiore. I ragazzi di quella classe erano inseriti in un gruppo distinto, come per riconoscere la particolare tossicit della loro adolescenza, e i primi incontri di quel gruppo, nel settembre del 1973, attirarono un mucchio di nuovi arrivati che sembravano pi spavaldi, duri e smaliziati della maggior parte di noi congregazionalisti. C'erano ragazze con nomi che facevano venire l'acquolina, come Julie Wolfrum e Brenda Pahmeier. C'erano ragazzi con la barba incipiente e i capelli lunghi. C'era una bionda statuaria che suonava incessantemente l'assolo di chitarra di The Needle and the Damage Done. Tutti questi ragazzi alzarono la mano quando gli assistenti ci chiesero chi volesse partecipare al primo fine settimana di ritiro in campagna, in ottobre.
Anch'io alzai la mano. Ero un veterano della Comunit e mi piacevano i ritiri. Ma ero piccolo e stridulo e molto pi forbito che maturo, e da quello stressante punto di vista l'imminente ritiro somigliava, pi che a un evento della Comunit, al genere di festa a cui solitamente non venivo invitato. 
Per fortuna i miei genitori erano all'estero. Si trovavano nel bel mezzo del loro secondo viaggio in Europa, intrattenuti dagli amici e colleghi austriaci a spese austriache. Io stavo passando le ultime tre settimane di ottobre sotto la custodia di vari vicini, e tocc a una di loro, Celeste Schwilck, accompagnarmi in macchina fino alla Chiesa Congregazionalista, un venerd verso sera. Sul sedile del passeggero della Oldsmobile bordeaux degli Schwilck, aprii la lettera che mia madre mi aveva spedito da Londra. La lettera cominciava con Carissimo, una parola che mia madre si ostinava a non riconoscere come pi invadente e meno affettuosa di Caro. Anche se fossi stato incline a sentire la sua mancanza, e non lo ero, quel Carissimo mi avrebbe ricordato che non era il caso. Infilai la lettera, non letta, dentro il sacchetto di carta che conteneva la cena preparata dalla signora Schwilck. 
Indossavo jeans, scarponi e giacca a vento, la mia tenuta antiansia. Nel parcheggio della chiesa, trentacinque ragazzi in jeans lanciavano frisbee e accordavano chitarre, fumavano sigarette, si scambiavano dolci e brigavano per salire sulle auto guidate dai giovani assistenti pi affascinanti. Eravamo diretti a Shannondale, un campo sui monti Ozark, tre ore a sud di St Louis. Per un tragitto cos lungo, era indispensabile evitare la macchina della Morte Sociale, solitamente piena di ragazze con pantaloni informi e ragazzi con un mediocre senso dell'umorismo. Non avevo niente contro queste persone, tranne un'enorme paura di venir preso per uno di loro. Mollai le borse in cima a una catasta di bagagli e corsi ad assicurarmi un posto a bordo di una macchina sicura, con un seminarista baffuto e alcuni congregazionalisti intelligenti e tranquilli che amavano giocare a ghost1.
In quella stagione, in Missouri, il crepuscolo arriva all'improvviso. Quando tornai a prendere le borse, non trovai pi la mia cena. Sentii le portiere sbattere, i motori avviarsi. Corsi in giro a interrogare chi non era ancora partito. Qualcuno aveva visto il mio sacchetto di carta? Cinque minuti dopo l'inizio del ritiro, la mia disinvoltura era gi sparita. E questo non era neppure il peggio, perch era possibile che, in quello stesso momento, a bordo di un'auto carica di gente affascinante, qualcuno stesse leggendo la lettera di mia madre. Mi sentivo come un ufficiale dell'Aeronautica che aveva perso una testata nucleare. 
Tornai di corsa verso la macchina prescelta e annunciai, con prolissa vergogna, di aver smarrito la cena. Ma il seminarista baffuto ne fu quasi contento. Disse che ogni passeggero dell'auto poteva offrirmi una piccola parte della sua cena, cos nessuno avrebbe avuto fame e tutti sarebbero stati sazi. Nel buio crescente, mentre uscivamo dalla citt diretti a sud, le ragazze continuarono a passarmi pezzi di cibo, che io prendevo sfiorando loro le dita.
Durante il mio unico fine settimana da boy-scout, due anni prima, i capi della squadriglia Bisonti avevano lasciato i Piedi Teneri come me a piantare le tende sotto una fitta pioggia. I capi si erano uniti agli amici delle squadriglie meglio organizzate, che avevano portato bistecche, bibite, accendifuoco di paraffina e grandi quantit di legna asciutta e stagionata. Quando noi giovani Bisonti ci fermammo l accanto per riscaldarci, i capi ci ordinarono di tornare al nostro accampamento fradicio. Pi tardi, quella sera, il Capo Gruppo ci consol con le barzellette di Silly Sally che gli scout pi grandi erano stanchi di sentire. (Una volta, mentre Silly Sally era nel bosco, un vecchio le disse: Silly Sally, voglio che ti togli i vestiti!, e Silly Sally rispose: Che sciocchezza, sono sicura che non ti vanno bene!) Tornai da quel fine settimana bagnato, affamato, stanco, sporco e furioso. Mio padre, che odiava tutte le strutture di tipo militare, fu lieto di esonerarmi dagli scout, ma insistette perch partecipassi a qualche attivit, e mia madre propose la Comunit.
Ai campi della Comunit c'erano ragazze in top e jeans tagliati. Tutti gli anni, a giugno, il gruppo di seconda e terza media passava cinque giorni a Shannondale a fare lavori di manutenzione per la chiesa locale, usando la falce e il rullo per verniciare. Il campo era vicino al Current River, un torrente sorgivo dal letto ghiaioso sul quale ogni anno facevamo un giro in canoa. La prima estate, dopo le scoraggianti esperienze sociali della seconda media, volevo rafforzare la mia immagine e apparire pi stupido, e ci provavo esclamando in continuazione Figlio di puttana! Mentre scendevo lungo il Current, esprimevo meraviglia davanti a ogni panorama verdeggiante gridando: Figlio di puttana! Ci irritava il mio compagno di canoa, che a ogni ripetizione rispondeva altrettanto meccanicamente: S,  quello che sei.
La nostra era una canoa friggi-gambe, un forno solare d'alluminio. Il giorno dopo il giro sul fiume ero pi paonazzo di Bean, un ragazzo di seconda media dai capelli rossi, ma molto meno di Peppel, il pi popolare ragazzo di terza media, sulla cui schiena atrocemente scottata Bean aveva rovesciato un'intera ciotola di minestra di pollo appena tolta dal fuoco. Era il destino di Bean, quello di commettere errori del genere. Aveva la voce chioccia e la sensibilit di un pezzo di legno, e se la passava generalmente male nella Comunit, dove il predominante spirito di sincerit e di crescita personale autorizzava ragazzi come Peppel a urlare: Ges Cristo! Non solo sei goffo fisicamente, sei anche goffo con i sentimenti degli altri! Devi stare pi attento a chi ti sta intorno!
Bean, anche lui un ex boy-scout, usc dalla Comunit poco dopo quell'episodio, lasciando me e la mia goffaggine a fare da allettanti bersagli della sincerit altrui. L'estate successiva, a Shannondale, stavo giocando a carte con MacDonald, una ragazza di seconda media dall'aria felina con un paio di occhialetti rotondi e dei riccioli alla Carole King che mi attraevano e mi innervosivano allo stesso tempo, e in un momento di ispirazione beanesca decisi che sarebbe stato uno scherzo divertente dare un'occhiata alle sue carte mentre lei era in bagno. MacDonald, tuttavia, non lo trov affatto comico. Aveva la pelle cos chiara che ogni emozione, per quanto lieve, si tramutava in una sfumatura di rossore. Cominci a chiamarmi baro, malgrado sostenessi, con un sorrisetto colpevole, di non aver visto le sue carte. Mi chiam baro per tutto il resto del ritiro. Il giorno della partenza tutti i ragazzi si scrissero dei biglietti di commiato, e quello che mi scrisse MacDonald cominciava con le parole Caro baro e finiva dicendo: Un giorno capirai, spero, che nella vita non basta barare. 
Quattro mesi dopo non avevo sicuramente imparato la lezione. Il benessere che provavo tornando a Shannondale nei panni di un alunno di prima superiore, portando i jeans e correndo nei boschi di notte, l'avevo ottenuto in larga parte con l'inganno. Dovevo fingermi uno che diceva spesso merda con naturalezza, che non aveva scritto una relazione lunga come un libro sulla fisiologia delle piante e che non si divertiva a calcolare la magnitudine assoluta delle stelle con la sua nuova calcolatrice Texas Instruments a sei funzioni, altrimenti sarei stato smascherato come era gi successo di recente, durante una lezione di inglese, quando un atleta mi aveva accusato di preferire il vocabolario a qualunque altro libro, e il mio vecchio amico Manley, a cui mi ero rivolto perch confutasse quella devastante calunnia, aveva confermato con un sorriso tranquillo: Ha ragione, Jon. Quando mi precipitai nella baracca dei ragazzi a Shannondale, identificando i bagagli del gruppo della Morte Sociale e reclamando un letto il pi lontano possibile da loro, contavo sul fatto che i miei amici della Comunit, non frequentando la mia stessa scuola, non sapessero che la Morte Sociale comprendeva anche me.
Fuori sentivo gruppi compatti di ragazzi avanzare scricchiolando con gli scarponi sulla ghiaia silicea dell'Ozark. Pi su, vicino al centro ricreativo di Shannondale, in un capannello di ragazze della Comunit dai capelli artisticamente ondulati e dal carattere dolce come una pesca ammaccata, due ragazzi sconosciuti con l'aria da duri e la giacca militare si chiamavano e si rispondevano con acute vocine femminili. Uno dei due, con i capelli flosci e una quantit di ormoni sufficiente per un paio di baffetti pelosi alla Fu Manchu, grid: - Carissimo Jonathan! - L'altro, talmente biondo da avere ciglia e sopracciglia invisibili, rispose: - Oh, carissimo Jonathan!
- Heh heh heh. Carissimo Jonathan.
- Carissimo Jonathan!
Girai sui tacchi e tornai di corsa nel bosco, mi buttai tra le foglie secche e mi rannicchiai nell'oscurit. Il ritiro era ormai ufficialmente un disastro. Mi consolava un po', tuttavia, il fatto che i membri della Comunit mi chiamassero Jon, mai Jonathan. A quanto ne sapevano i due duri, il Carissimo Jonathan poteva essere chiunque. Il Carissimo Jonathan poteva essere rimasto a Webster Groves a cercare il suo sacchetto di carta. Se fossi riuscito in qualche modo a evitarli per tutto il fine settimana, forse i due ladri non avrebbero mai scoperto a chi apparteneva la cena che avevano rubato.
Quando il gruppo si radun nel centro ricreativo, i ladri mi facilitarono un po' il compito rimanendo uniti e sedendosi fuori dal cerchio. Io entrai fra gli ultimi, a testa bassa, e mi intrufolai nella parte diametralmente opposta del cerchio, dove sedevano alcuni miei amici.
- Se volete far parte di questo gruppo, - disse ai ladri Bob Mutton, il pastore dei giovani, - unitevi al cerchio.
Mutton non aveva paura dei duri. Anche lui indossava una giacca militare e parlava come un duro incazzato. Chi lo sfidava non faceva la figura dello spavaldo, ma dello sciocco. Mutton sovrintendeva alla conduzione dell'intera Comunit, con i suoi 250 ragazzi e diverse dozzine di assistenti, e somigliava piuttosto paurosamente a Ges, non al Ges rinascimentale dal lungo naso ellenico, ma al pi tormentato Ges del gotico nordico. Aveva gli occhi azzurri e vicini sotto un paio di sopracciglia tristemente aggrottate. Un ispido groviglio di capelli castani gli sfiorava il colletto e gli ricadeva di sbieco sulla fronte; il suo pizzetto era un fitto cespuglio rossiccio nel quale era spesso infilato un sigaro Hauptmann. Quando non stava fumando o masticando un Hauptmann, teneva in mano un giornale arrotolato, oppure un attrezzo da caminetto, un bastone o una bacchetta con cui batteva il palmo della mano opposta. Parlando con lui non si poteva mai sapere se avrebbe riso, annuendo e dichiarandosi d'accordo, o se avrebbe inchiodato l'interlocutore con il suo giudizio preferito: Questa  proprio... una stronzata.
Siccome ogni parola che mi usciva di bocca era presumibilmente una stronzata, cercavo di tenermi alla larga da Mutton. La Comunit era una classe in cui non sarei mai stato il migliore; mi accontentavo di portare a casa qualche 7 e 6 in sincerit e socievolezza. Per il primo esercizio della serata, nel quale ognuno doveva rivelare in che modo sperava di crescere durante il ritiro, presentai l'insulso obiettivo di conoscere nuove persone. (Il mio vero obiettivo era evitare certe nuove persone). Poi il gruppo si divise in una serie di coppie e piccoli gruppi per il lavoro sulla sensibilit. Gli assistenti cercarono di rimescolarci, di separare le cricche e imporre nuove interazioni, ma io ero esperto nell'individuare e agguantare rapidamente un compagno che non fosse socialmente mortale ma neppure troppo amico, e applicai la mia tecnica al compito di evitare i ladri. Mi sedetti di fronte al figlio di un insegnante, un ragazzo simpatico con l'infelice propensione a parlare di Gandalf, chiusi gli occhi e gli toccai la faccia con le dita, lasciandomi poi toccare a mia volta. Formammo gruppi di cinque persone e collegammo i nostri corpi per creare delle macchine. Ci riunimmo di nuovo tutti insieme e ci sdraiammo in un cerchio zigzagante, ognuno con la testa sulla pancia del vicino, e scoppiammo in una risata collettiva.
Vidi con sollievo che anche i ladri partecipavano agli esercizi. Chiunque permettesse a un estraneo di palpargli il viso, anche se lo faceva con un sorrisetto o con un ghigno, diventava parte del gruppo, ed era meno probabile che lo ridicolizzasse il luned successivo. Inoltre avevo il sospetto che quegli esercizi costassero molto pi ai ladri che a me: due persone che rubavano colazioni al sacco dovevano sentirsi molto pi fuori posto di quanto mi sentissi io. Anche se ovviamente erano miei nemici, invidiavo loro i capelli lunghi e l'abbigliamento da ribelle che a me erano proibiti, e in parte ammiravo la purezza della loro rabbia adolescenziale, che contrastava con il mio miscuglio di imbarazzo, stupidit e affettazione. I ragazzi come quelli mi spaventavano anche perch mi sembravano autentici.
- Un piccolo promemoria, - disse Mutton prima che ci disperdessimo per la notte. - Qui abbiamo tre regole: niente alcol, niente sesso e niente droghe. Inoltre, se scoprite che qualcun altro ha infranto una regola, dovete riferirlo a me o a uno degli assistenti. Altrimenti  come se l'aveste infranta voi stessi.
Mutton lanci un'occhiata torva alle persone sedute in cerchio. I ladri della mia cena sembravano assai divertiti.
Ora, da adulto, quando dico le parole Webster Groves a una persona appena conosciuta, spesso questa persona mi informa che sono cresciuto in una cittadina oppressivamente ricca, chiusa e conformista, con una gerarchia sociale punitiva. Secondo i miei calcoli, le circa venti persone che nel corso degli anni mi hanno spiegato tutto questo avranno trascorso complessivamente una ventina di minuti a Webster Groves, ma ognuna di loro ha frequentato il college negli anni Settanta e Ottanta, e in quel periodo un'istituzione per chi studiava sociologia era un documentario trasmesso dalla Cbs nel 1966, intitolato 16 in Webster Groves. Il film, un precoce esperimento di lungometraggio sociologico da prima serata, descriveva le abitudini dei sedicenni dei sobborghi. Ho cercato di spiegare che la Webster Groves del documentario somiglia pochissimo alla cittadina cordiale e senza pretese che conoscevo da ragazzo. Ma  inutile contraddire la Tv; la gente mi guarda con sospetto, ostilit o compassione, come se negassi l'evidenza. 
Secondo il conduttore del documentario, Charles Kuralt, la Webster Groves High School era dominata da una minuscola lite sociale che rendeva la vita grigia e marginale alla stragrande maggioranza degli studenti che non erano capitani di football, ragazze pon-pon o reginette del ballo. Le interviste a questa onnipotente lite rivelavano un corpo studentesco ossessionato dai voti, dalle macchine e dai soldi. La Cbs trasmise ripetutamente le immagini delle case pi grandi di Webster Groves; nessuna inquadratura venne dedicata alle svariate migliaia di case piccole e medie della cittadina. Per nessuna ragione apparente, se non la pura assurdit visiva della scena, gli autori inserirono quasi un minuto di riprese di adulti in smoking e abito da cocktail che ballavano il rock and roll in un circolo sociale. In tono deluso, come per lasciar intendere quanto fosse soffocante quel luogo, Kuralt riferiva che alle superiori il numero di teppisti e bevitori era molto basso, e anche se ammetteva che una minoranza del venti per cento dei sedicenni attribuiva un grande valore all'intelligenza, era subito pronto a introdurre una postilla premonitrice alla Orwell: Questo modo di pensare pu mettere in pericolo il vostro status sociale alla Webster High.
Il film non aveva del tutto torto sulla Webster High di met anni Sessanta. Mio fratello Tom, pur non essendo uno dei 688 sedicenni eponimi del documentario (era nato con un anno di ritardo), ricorda i tempi delle superiori quasi esclusivamente come un periodo passato ad accumulare bei voti e a galleggiare sulle acque della palude sociale insieme agli altri esclusi dall'lite; il suo passatempo preferito era correre per le strade con gli amici muniti di auto. Il film non aveva torto neppure sul conservatorismo predominante della cittadina. Webster Groves, nel 1964, aveva votato in maggioranza per Barry Goldwater.
Quello di 16 era un problema di tono. Quando Kuralt, con una smorfia disperata, chiedeva a un gruppo di genitori di Webster Groves se una marcia per i diritti civili non avrebbe magari rivitalizzato un po' la situazione da queste parti, i genitori si ritraevano come davanti a un folle; e gli autori del documentario, incapaci di immaginare che si potesse essere brave persone e tuttavia non desiderare che il proprio figlio sedicenne partecipasse a una marcia per i diritti civili, descrissero Webster Groves come un incubo di controllo psichico e materialismo senz'anima. Credevamo che i giovani sognassero l'avventura, - recitava la voce fuori campo di Kuralt. - Ma i tre quarti di questi adolescenti hanno elencato come principale obiettivo della loro vita un lavoro ben pagato, il denaro, il successo. E credevamo che i sedicenni fossero pieni di desideri, d'insoddisfazione. Ma il novanta per cento si  detto contento di abitare a Webster Groves. Quasi la met dichiara che non gli dispiacerebbe restarci per tutta la vita. Kuralt cit quest'ultimo fatto con un'enfasi minacciosa. A quanto pare, la spiegazione pi ovvia - che la Cbs si fosse imbattuta in una comunit insolitamente armoniosa - non gli era neppure passata per la mente. 
Il film venne trasmesso il 25 febbraio 1966, e le telefonate e le lettere furibonde degli abitanti di Webster Groves furono cos numerose che la rete televisiva prepar un seguito straordinario della durata di un'ora, Webster Groves Revisited, che and in onda due mesi dopo. In esso, Kuralt andava il pi vicino possibile a scusarsi senza usare le parole chiedo scusa. Offriva inquadrature conciliatorie di membri dell'lite sociale che guardavano il documentario di febbraio e si prendevano la testa fra le mani per le frasi presuntuose pronunciate davanti alla telecamera; ammetteva che anche un bambino cresciuto in un ambiente sicuro poteva diventare un adulto avventuroso. 
Il pregio principale di Webster Groves, la cui assenza in 16 aveva suscitato la rabbia degli abitanti, era una specie di gentilezza apolitica. I membri della Prima Chiesa Congregazionalista, pur essendo in maggioranza repubblicani, sceglievano costantemente pastori progressisti. Negli anni Venti, il pastore della chiesa aveva informato i fedeli che il suo lavoro era di tipo clinico, non personale. (Un bravo pastore dev'essere uno psicanalista, - disse. - Se questo pensiero vi sconvolge, vi dir che Ges  stato il pi grande psicanalista di tutti i tempi. Come pu un pastore rifiutarsi di seguirlo?) Negli anni Trenta il pastore principale era un fervente socialista, che andava e tornava dalla chiesa in bicicletta con il basco in testa e la sigaretta in bocca. Gli succedette un ex combattente, Ervine Inglis, che aveva predicato il pacifismo per tutta la seconda guerra mondiale.
Bob Roessel, figlio di un avvocato repubblicano della citt, crebbe frequentando la chiesa del pastore socialista e trascorrendo le vacanze estive in New Mexico, a casa di uno zio che amministrava il Writers' Project dello stato per conto della Works Projects Administration2. Viaggiando nel Sudovest degli Stati Uniti, Roessel si innamor della cultura navajo e decise di diventare missionario - un'ambizione che sopravvisse finch non entr in seminario e incontr i veri missionari, che parlavano di condurre i selvaggi fuori dalle tenebre e dentro la luce. Roessel and a chiedere a Ervine Inglis, che simpatizzava per la Chiesa Unitaria (non credeva nell'efficacia della preghiera, per esempio), se si poteva essere cristiani e navajo nello stesso tempo. Inglis rispose di s. Roessel abbandon il seminario, spos la figlia di uno sciamano navajo e dedic tutta la vita a servire il suo popolo adottivo. Quando andava a trovare la madre a Webster Groves, allestiva un tavolo davanti alla Prima Chiesa Congregazionalista e raccoglieva soldi per la trib vendendo coperte e gioielli d'argento. Teneva discorsi incendiari sulla grandezza dei Navajo, spiegando ai membri della chiesa che il loro Midwest - i giardini ombreggiati, le buone scuole, i posti da quadro intermedio alla Monsanto - avrebbe rappresentato il paradiso per quel popolo. I Navajo - diceva - non possiedono niente. Vivono nel deserto senza niente. Eppure i Navajo hanno qualcosa che voi non avete: credono in Dio.
Nell'autunno del 1967, il nuovo assistente pastore Duane Estes radun sedici adolescenti e un seminarista e fece loro una proposta: Che ne pensavano di formare un gruppo e raccogliere denaro per andare in Arizona ad aiutare i Navajo durante le vacanze di primavera? Nella cittadina di Rough Rock, Bob Roessel stava avviando una scuola dimostrativa, la prima scuola indiana della nazione per la quale il Bureau of Indian Affairs avrebbe ceduto il controllo a un locale consiglio scolastico indiano, e aveva bisogno di volontari che lavorassero nella comunit. Il vecchio gruppo di liceali della Prima Chiesa Congregazionalista, la Comunit dei Pellegrini, stava attraversando un periodo difficile (forse anche per via dei copricapi neri da Padri Pellegrini che i membri dovevano indossare alle riunioni). Estes, ex cappellano di una scuola privata e allenatore di football, si sbarazz della parola Pellegrini (e anche dei copricapi) e propose un diverso genere di pellegrinaggio, un pellegrinaggio da allenatore di football: Usciamo fuori e facciamoli neri! Secondo le sue previsioni, un paio di station wagon sarebbero bastate per il viaggio in Arizona, ma il gruppo che part per Rough Rock, il giorno dopo l'assassinio di Martin Luther King, era cos numeroso da riempire un autobus preso a noleggio.
Il seminarista salito sull'autobus insieme a tutti quei ragazzi perbene dei sobborghi era Bob Mutton, con le sue folte basette e lo sguardo torvo da emarginato. Mutton era cresciuto in una cittadina operaia dalle parti di Buffalo. Alle superiori era uno scavezzacollo che correva dietro alle ragazze a bordo di una mastodontica Buick decappottabile del '49, risistemata con l'aiuto del padre meccanico. Il caso volle che una ragazza che gli piaceva particolarmente appartenesse a un gruppo religioso locale, e che la guida del gruppo si interessasse a lui, esortandolo a iscriversi al college. Mutton fin all'Elmhurst College, una scuola affiliata alla chiesa nei dintorni di Chicago. Per un paio d'anni conserv i suoi passatempi antisociali; frequentava altri scavezzacollo e apprezzava la loro compagnia. Poi, nel quarto anno della sua immersione a Elmhurst, annunci ai genitori che avrebbe sposato una compagna di classe, una ragazza di Chicago di famiglia operaia, e sarebbe andato al seminario. A suo padre non piaceva l'idea del seminario - essere cristiano gli impediva forse di studiare legge? - ma Mutton sentiva di avere la vocazione, e nell'autunno del 1966 si iscrisse all'Eden Theological Seminary di Webster Groves.
In quel periodo, le scuole come Eden attiravano studenti che aspiravano a entrare nella categoria di reclutamento IV-D, quella assegnata ai seminaristi. Mutton e i suoi amici del primo anno organizzavano feste sfrenate nel pensionato e ridevano in faccia agli studenti pi grandi e pii che si lamentavano del fracasso. Pi Mutton e sua moglie rimanevano a Webster Groves, tuttavia, e pi la loro vita sociale diminuiva. Webster Groves non era una cittadina aristocratica, ma era popolata soprattutto da una classe media in ascesa, ed erano poche le giovani coppie con cui i Mutton si trovavano a loro agio. Mutton mangiava impugnando la forchetta come un badile. Guidava una macchina che consumava quasi pi olio che benzina. Si pagava gli studi lavorando come piastrellista. Al secondo anno di seminario, quando arriv il momento di scegliere il lavoro sul campo, solo Mutton e un suo compagno si offrirono come pastori dei giovani. Mutton si era accorto dell'esistenza di un'enorme popolazione sommersa di adolescenti smarriti, alcuni bravi studenti, altri teppisti, altri semplicemente disadattati, ma tutti inappagati dai valori famigliari, e, a differenza della Cbs, aveva riconosciuto appieno i loro sogni e la loro insoddisfazione. Da ragazzo era stato come loro. E fondamentalmente lo era ancora.
Di solito, nelle chiese grandi come la Prima Chiesa Congregazionalista, i gruppi di studenti delle superiori sono formati da trenta o quaranta membri - il numero che la Comunit aveva attirato il primo anno. Nel giugno del 1970, quando Mutton and a sostituire Duane Estes, i membri erano gi diventati ottanta, e nei primi due anni del ministero di Mutton, all'apice storico della disillusione americana nei confronti dell'autorit istituzionale, il numero raddoppi di nuovo. Tutti i giorni, dopo l'orario scolastico, gli anziani della chiesa dovevano avanzare con cautela fra giovani piedi calzati da sandali, Keds e scarponi da lavoro. Un gruppo di ragazze adoranti viveva praticamente nell'ufficio di Mutton, contendendosi un posto sul divano sfondato sotto il poster psichedelico di Ges. Tra quell'ufficio e la sala della chiesa, dozzine di altri ragazzi con camicioni ricamati e camicie di jeans suonavano la chitarra in tonalit dissonanti, mentre il fumo bianco delle sigarette riempiva le bottiglie a collo lungo nelle quali tutti si ostinavano a buttare i mozziconi, malgrado le lamentele dei proprietari dei distributori automatici di bibite. 
Dir al pastore dei giovani di ammonire di nuovo i ragazzi, prometteva loro con infinita pazienza la segretaria della chiesa. 
Ragazzi appartenenti ad altre chiese si unirono al gruppo per il fascino dell'Arizona, per le maratone di venti ore di musica dal vivo in cui si erano subito trasformati i viaggi in autobus in entrambe le direzioni, e per la bella gente che veniva ai concerti acustici ed elettrici tenuti ogni venerd sera in chiesa da musicisti della Comunit. La maggiore attrazione, tuttavia, era Mutton stesso. Come diceva una canzone che a quei tempi si sentiva ovunque, To sing the blues | You've got to live the dues3, e Mutton, con il suo retroterra operaio e la sua violenta allergia alla religiosit bigotta, divenne un faro di autenticit per i giovani ammodo di Webster Groves. Lavorare con gli adolescenti era notoriamente impegnativo, ma Mutton, privo com'era di una vita sociale, aveva tutto il tempo necessario. La sua rabbia trattenuta, la sua impudenza e le sue imprecazioni incarnavano quell'alienazione adolescenziale che nessun altro abitante di Webster Groves sopra i vent'anni sembrava in grado di comprendere. 
Mutton sul campo da pallacanestro era un folle con gli occhi fiammeggianti e la maglietta madida di sudore. Lanciava la palla ai giocatori deboli alla stessa velocit spacca-dita con cui la lanciava a quelli forti; se non eri ben saldo sulle gambe quando stava andando a canestro, ti buttava gi e ti passava sopra. Se un anziano navajo vedeva arrivare sulla sua terra un autobus carico di ragazzini bianchi di classe media con chitarre e pennelli, e andava da Mutton a chiedergli perch erano venuti, lui gli rispondeva con la sola verit possibile: Siamo qui soprattutto per noi stessi. Se un membro della Comunit era in macchina con lui quando si fermava a comprare l'occorrente per l'Eucarestia, Mutton gli chiedeva consiglio da pari a pari: Che tipo di vino devo comprare, secondo te? Parlava cos anche del sesso. Poteva chiederti cosa ne pensavi dell'idea europea secondo cui gli americani sono passivi a letto, e se conoscevi la barzelletta del francese che trova una donna sdraiata sulla spiaggia e comincia a fare sesso con lei, finch gli amici non gli fanno notare che  morta (Oh, mi dispiace, credevo fosse americana). Sembrava pronto a darti retta quando chiedeva il tuo parere su certi miracoli del Nuovo Testamento, come quello dei pani e dei pesci. Secondo te cos'era davvero successo? E tu magari azzardavi l'ipotesi che alcuni dei cinquemila accorsi ad ascoltare Ges avessero delle provviste nascoste sotto la veste, e che il messaggio di fratellanza di Ges li avesse spinti a condividere il cibo che si erano procurati per s, e cos, di generosit in generosit, tutti i cinquemila si erano saziati. Insomma, una specie di miracolo del socialismo? - diceva Mutton. - Sarebbe gi un bel miracolo, secondo me.
I genitori si lamentano: i nostri figli adolescenti passano troppo tempo in chiesa! - strillava il Globe-Democrat di St Louis in un articolo a tutta pagina sulla Comunit del novembre 1972. - Puniscono il figlio impedendogli di andare in chiesa! Alcuni genitori, sia all'interno sia all'esterno della Prima Chiesa Congregazionalista, sospettavano addirittura che la Comunit fosse una setta. Mutton, visto sotto una luce negativa, poteva sembrare una specie di Charles Manson, ed era inquietante l'impazienza con cui i ragazzi aspettavano la domenica sera, tenendo in serbo per l'occasione i loro abiti preferiti, quelli pi logori, e andando su tutte le furie se perdevano anche un solo incontro. Ma la maggior parte dei genitori riconosceva che, visto lo stato dei rapporti intergenerazionali all'inizio degli anni Settanta, le cose sarebbero potute andare molto peggio. Mutton godeva della fiducia del pastore anziano, Paul Davis, e dell'importante appoggio di parecchi autorevoli anziani della chiesa, che avevano partecipato ai primi viaggi in Arizona ed erano tornati entusiasti della Comunit. Alcuni fra i membri pi conservatori della congregazione si lamentavano con Davis dello stile di Mutton, dei suoi sigari e delle sue parolacce, e Davis ascoltava le lamentele con sincera comprensione, annuendo, trasalendo affabilmente e ripetendo, nel suo tono straordinariamente tranquillizzante, che capiva la loro preoccupazione e li ringraziava per essersi presi il disturbo di condividerla con lui. Poi chiudeva la porta dell'ufficio e non prendeva alcun provvedimento.
Mutton era come un'esca gettata dentro un laghetto dove nessuno pescava da trent'anni. Appena insediato alla guida della Comunit, era stato attorniato da ragazzini problematici che non sopportavano i genitori ma avevano comunque bisogno di un adulto nella loro vita. Andavano da lui e gli raccontavano, come non avevano mai raccontato a nessuno, che il padre si ubriacava e li picchiava. Gli chiedevano di interpretare i loro sogni. Facevano la fila davanti al suo ufficio per ottenere un colloquio individuale, struggendosi al pensiero del fortunato che era solo con lui dietro la porta chiusa, sicuri che neppure la gioia di entrare finalmente in quell'ufficio avrebbe compensato il dolore dell'attesa. Tutti, dal primo all'ultimo, facevano uso di droghe. I ragazzi bevevano il gin dei genitori e lo sostituivano con acqua, si calavano acidi nei bagni della scuola, fumavano bucce di banana appositamente adulterate, buttavano gi gli antistaminici dei genitori e la nitroglicerina dei nonni, consumavano noce moscata in quantit vomitevoli, riempivano di birra i cartoni del latte per poter bere in pubblico, soffiavano il fumo di marijuana dentro la cappa della cucina o nel materiale isolante del soffitto del seminterrato, e poi andavano in chiesa. Tre ragazzi di buona famiglia vennero sorpresi a fumare marijuana nell'edificio stesso della chiesa. Mutton cerc per ore di seguire il ragionamento di un membro fondatore della Comunit recentemente dimesso da un ospedale psichiatrico, dove era finito dopo che un acido gli era andato al cervello. Quando una ragazza della Comunit gli raccont di essersi ubriacata a una festa e di aver fatto sesso con tre ragazzi della Comunit in rapida successione, Mutton li riun tutti e quattro nel suo ufficio, ed esercitando una sorta di prerogativa patriarcale costrinse i ragazzi a chiedere scusa. Un'altra ragazza, dopo che i genitori avevano trovato dei contraccettivi nella sua stanza, si rifiut di parlare con loro a meno che Mutton non facesse da mediatore. Era in parte Padrino e in parte Apprendista Stregone, coinvolto nella vita di un numero sempre maggiore di famiglie.
Nel settembre del 1973, un mese prima del ritiro di prima superiore a Shannondale, un diciassettenne di belle speranze di nome MacDonald and nell'ufficio di Mutton e gli disse che la sua vita era priva di stimoli. MacDonald era il fratello maggiore della ragazza che avevo tanto indispettito barando a carte. Era in partenza per il college, e Mutton non prosegu la conversazione; qualche settimana dopo, MacDonald si impicc. Mutton rimase sconvolto. A ventinove anni, si sent sopraffatto e impreparato. Decise di aver bisogno di una formazione da terapeuta, e un parrocchiano della Prima Chiesa Congregazionalista gli prest volentieri cinquemila dollari perch studiasse con un importante strizzacervelli cristiano della citt.
Passarono anni - decenni - prima che scoprissi queste cose. Arrivavo sempre in ritardo, nella Comunit come in famiglia. Quando si compilavano le liste delle cose da sapere, venivo sempre lasciato fuori. Era come se mi portassi addosso un cartello con la scritta TENETELO ALL'OSCURO.
Una volta stavo discutendo con il mio amico Weidman su cosa facessero le ragazze quando si masturbavano, e malgrado mi sembrasse di sostenere abbastanza bene la conversazione, probabilmente dissi qualcosa di sbagliato, perch Weidman mi chiese, in un tono da professore cordiale: Sai cos' la masturbazione, vero? Risposi di s, certo, erano le perdite di sangue, il ciclo, quella roba l, insomma. Un'altra volta, mentre preparavo una lezione, non fui in grado di prevedere lo scotto sociale che avrei pagato portando a scuola i miei pupazzi di peluche Can e Guro per illustrare un discorso sulla fauna australiana. Quanto alle droghe, non mi sfuggiva il fatto che molti le usavano per darsi un tono in classe. In quell'anno, il 1973, nelle scuole del Missouri circolava una marijuana di scarsa qualit, piena di semi, e i consumatori dovevano fumarne cos tanta che poi entravano in classe impregnati della stessa puzza di fumo che si sentiva nel laboratorio di fisica una volta all'anno, dopo la Distillazione del Legno. Ma io non ero un quattordicenne smaliziato. Non sapevo nemmeno come chiamare quella cosa che gli altri fumavano. La parola pot aveva l'aria di una citazione fatta da madri e maestre nel tentativo di apparire pi moderne di quello che erano, un comportamento che si avvicinava sgradevolmente al mio. E cos preferivo senz'altro dire dope, perch cos diceva il mio amico Manley, ma anche quella parola, pronunciata da me, perdeva il suo fascino; non ero sicuro al cento per cento che i veri fumatori di erba usassero il termine dope, e quando provavo a dirlo, la o lunga mi si raggrinziva in bocca come un'uvetta, e la parola veniva fuori con un suono pi simile a duip4.
Cos, se fossi stato io ad attraversare il parcheggio di Shannondale il sabato sera e a sentire odore di marijuana, avrei tenuto la bocca chiusa. Il fine settimana si stava rivelando meno disastroso di quanto temessi. I ladri della mia cena si tenevano talmente alla larga da saltare addirittura le attivit obbligatorie, e io mi ero sentito cos audace da coinvolgere i miei vecchi amici della scuola domenicale in una partita a four square5 con un pallone da pallacanestro. (A scuola, l'anno prima, io e Manley avevamo promosso un revival semi-ironico di four square all'ora di pranzo, riproponendolo come un gioco di lanci veloci e a effetto, e anche se la bravura atletica di Manley gli impediva di venire deriso, il mio avventato entusiasmo per un gioco da bambine delle elementari fu probabilmente il motivo per cui qualcuno chiese al mio compagno di laboratorio Lunte se fossi uno spregevole finocchio, prendendolo poi a botte quando rispose di no). Ero stato seduto sotto il sole degli Ozark a parlare di Gregor Mendel e di e. e. cummings con la mia bella e poetica amica Hoener. Pi tardi, quella sera, avevo giocato a spades6 con un'assistente, una ragazza delle superiori per la quale avevo una cotta, mentre qualcun altro attraversava il parcheggio e annusava l'aria. 
Il mattino dopo, quando ci riunimmo nel centro ricreativo per quella che avrebbe dovuto essere una breve funzione domenicale accompagnata dalla musica e senza alcuna traccia di Ges, gli assistenti si presentarono tutti insieme, in una falange dal volto truce. Mutton, che quando era arrabbiato impallidiva, era praticamente cianotico.
- Ieri sera, - disse con voce piatta, - alcuni di voi hanno infranto le regole. Alcuni di voi hanno fatto uso di droghe. Sanno di essere colpevoli, e hanno qualcosa da dirci. Se fra noi ci sono queste persone, o altre che sanno cos' successo e non hanno detto niente, voglio che si alzino in piedi e parlino, adesso.
Mutton fece un passo indietro come un presentatore teatrale, e sei trasgressori si alzarono in piedi. C'erano due ragazze, Hellman e Yanczer, con la faccia gonfia e rigata di lacrime; un membro marginale della Comunit di nome Magner; i due ladri, il biondo e il duro con i baffetti alla Fu Manchu; e una ragazza subdola in abiti attillati che li seguiva dappertutto. I ladri sembravano tristi e spavaldi allo stesso tempo. Strascicarono le parole in modo incomprensibile. 
- Cosa? Non ho capito, - disse Mutton.
- Ho detto che ho fumato uno spinello nel parcheggio e ho infranto le regole, - sput fuori Fu Manchu.
Si era creato un distacco fisico tra noi e i delinquenti, che si erano allineati lungo una parete del centro ricreativo, alcuni con aria di sfida, altri in lacrime, tutti con i pollici infilati nelle tasche dei jeans. Mi sentivo come un bambino che aveva dedicato il fine settimana ad attivit sciocche e inconcludenti (four square!), mentre altrove gli adulti combinavano cazzate madornali. 
La ragazza di nome Hellman era la pi sconvolta. Anche in circostanze normali aveva gli occhi luccicanti e leggermente sporgenti, come spinti in fuori dalle emozioni represse, e adesso il luccichio si era esteso a tutta la faccia. - Mi dispiace tanto! - disse piangendo a Mutton. Un fiotto di lacrime pressurizzate le sgorg dagli occhi, poi Hellman si gir verso di noi. - Mi dispiace tanto!
Yanczer era una ragazza piccola con il viso rotondo, che tendeva a parlare con la testa voltata da una parte, un po' discosta dall'interlocutore, come se stesse andando via ma avesse momentaneamente cambiato idea. Adesso aveva una spalla appoggiata alla parete. - Anche a me dispiace, - disse, guardandoci di traverso. - Per mi viene da dire, perch ve la prendete tanto?
- Perch siamo una comunit, ecco perch, - disse Mutton. - Possiamo fare cose divertenti perch i vostri genitori si fidano di noi. Quando qualcuno infrange le regole e mina quella fiducia, danneggia tutta la comunit. Questo fine settimana potrebbe essere l'ultimo, per il gruppo.
I ladri si scambiavano sorrisi.
- Che avete da sorridere? - sbrait Mutton. - Vi sembra divertente?
- No, - rispose il biondo, scuotendo i riccioli quasi bianchi. - Ma lo trovo un po' estremo.
- Nessuno vi obbliga a rimanere in questa stanza. Potete uscire quando vi pare. Anzi, perch non ve ne andate. Tutti e due. Non fate che sogghignare da quando siamo arrivati. Mi avete stufato.
I ladri si scambiarono uno sguardo di conferma e si diressero verso la porta, seguiti dalla ragazza subdola. Rimasero Hellman, Yanczer e Magner. Il dubbio era se cacciare anche loro oppure no. 
- Se  cos che trattate il gruppo, - disse Mutton, - se questo  il livello di responsabilit che regna qui dentro, perch dovremmo aver voglia di rivedervi la settimana prossima? Spiegateci perch avreste il diritto di rimanere nel gruppo.
Hellman si guard intorno, gli occhi spalancati in uno sguardo implorante. Disse che non potevamo cacciarla. Lei amava la Comunit! Le avevamo praticamente salvato la vita! Per lei il gruppo era la cosa pi importante del mondo.
Un folletto con la salopette sbiadita ribatt: - Se tieni tanto al gruppo, perch hai portato qui quegli strafattoni e ci hai messi tutti nei guai?
- Volevo che vedessero la Comunit, - disse Hellman, torcendosi le mani. - Credevo che avremmo potuto aiutarli! Mi dispiace!
- Ascolta, non puoi controllare quello che fanno i tuoi amici, - disse Mutton. - Sei responsabile solo per te stessa.
- Ma anch'io ho fatto una cazzata! - gemette Hellman.
-  vero, e te ne stai prendendo la responsabilit.
- Per ha fatto una cazzata! - fece notare il folletto in salopette. - In che modo se ne prende la responsabilit?
- Stando qui ad affrontarvi, - rispose Mutton. - Non  per niente facile. Ci vuole fegato. Al di l di quello che deciderete, voglio che riflettiate sul coraggio che stanno dimostrando questi ragazzi, semplicemente rimanendo in questa stanza con noi. 
Segu un'ora di tormento, durante la quale ognuno, a turno, spieg alle tre canaglie come si sentiva. Le ragazze si strofinavano la cenere delle sigarette sulla stoffa dei jeans e giocherellavano con i pacchetti di Winston. I ragazzi scoppiavano in singhiozzi all'idea che il gruppo venisse sciolto. All'esterno, i genitori che erano venuti a prenderci camminavano rumorosamente sulla ghiaia, ma nella Comunit si usava affrontare le crisi senza rimandare, e cos restammo tutti seduti. Hellman, Yanczer e Magner un po' si scusavano e un po' ci attaccavano: Dov'era finito il perdono? A noi non era mai capitato di infrangere le regole?
Trovai quella scena piuttosto sconcertante. In seguito alla sua confessione, Hellman si era impressa nella mia mente come un'inquietante cannaiola emarginata, la tipica reietta che a scuola temevo e disprezzavo, eppure si stava comportando come se per lei l'esclusione dalla Comunit equivalesse alla morte. Anche a me piaceva il gruppo, o almeno mi era piaciuto fino a quel mattino; ma di certo non riuscivo a vedermi morto senza di esso. I sentimenti di Hellman nei confronti della Comunit sembravano pi intensi e autentici di quelli dei membri disciplinati che avevano subto il suo tradimento. E Mutton aveva lodato il suo coraggio! Quando venne il mio turno di parlare, dissi che i miei genitori erano fortemente contrari alle droghe e perci temevo che non mi avrebbero pi lasciato frequentare la Comunit, ma che secondo me non bisognava allontanare nessuno. 
Era mezzogiorno passato quando uscimmo dal centro ricreativo, abbagliati dalla luce del sole. I ladri espulsi erano gi vicino ai tavoli da picnic, si lanciavano un pallone di gommapiuma e ridevano. Avevamo deciso di dare un'altra possibilit a Hellman, Yanczer e Magner, ma la cosa pi importante, secondo Mutton, era che andassimo dritti a casa e raccontassimo tutto ai nostri genitori. Ognuno di noi doveva prendersi la responsabilit per l'intero gruppo. 
Ci doveva essere particolarmente difficile per Hellman, che amava la Comunit in proporzione allo scarso amore che le dimostrava suo padre, e per Yanczer. Quando la madre di Yanczer lo seppe, minacci di chiamare la polizia a meno che la figlia non fosse andata dal preside a fare il nome dell'amico che le forniva la droga; quell'amico era Magner. Fu una settimana di terribili scenate, eppure la domenica successiva tutti e tre riuscirono a trascinarsi fino alla Comunit. 
Solo io avevo ancora un problema. Il problema erano i miei genitori. Nella lunga lista di cose che a quei tempi mi incutevano paura - i ragni, l'insonnia, gli ami da pesca, i balli scolastici, il baseball, l'altitudine, le api, gli orinatoi, la pubert, gli insegnanti di musica, i cani, la mensa scolastica, la disapprovazione, i ragazzi pi grandi, le meduse, gli spogliatoi, i boomerang, le ragazze popolari, i tuffi - i miei genitori erano probabilmente al primo posto. Mio padre non mi aveva quasi mai sculacciato, ma quelle poche volte l'aveva fatto con una furia degna di Geova. Mia madre era dotata di artigli, con i quali, quando avevo tre o quattro anni e i figli dei vicini mi avevano riempito i capelli di vaselina per ottenere una specie di effetto Baby Greaser7, aveva ripetutamente aggredito il mio cuoio capelluto mentre lo risciacquava con acqua bollente. Le sue opinioni erano perfino pi pungenti dei suoi artigli. Con lei era meglio non fare il furbo. Non avrei mai osato, per esempio, approfittare di un suo viaggio all'estero per infrangere le regole e andare a scuola in jeans, perch cosa sarebbe successo se lo avesse scoperto?
Se fossi riuscito a parlare subito con i miei genitori, avrei potuto sfruttare lo slancio emotivo del ritiro. Ma erano ancora in Europa, e ogni giorno ero sempre pi convinto che mi avrebbero proibito di frequentare la Comunit - non solo, mi avrebbero anche urlato contro, e non solo, mi avrebbero anche costretto a odiare il gruppo - finch non caddi in uno stato di assoluto terrore, come se fossi stato io a infrangere le regole. Ben presto la paura di confessare il crimine collettivo divenne pi forte di tutte le altre. 
A Parigi mia madre si era acconciata i capelli da Elizabeth Arden e aveva chiacchierato con la vedova di Pie Traynor, il terza base della Hall of Fame. A Madrid aveva mangiato il maialino da latte al Casa Botn, in mezzo a una folla di americani cos brutti da intristirla, ma poi aveva incontrato i due proprietari, marito e moglie, del negozio di ferramenta di Webster Groves, anche loro in vacanza, e si era sentita meglio. Il ventotto di ottobre l'aveva trascorso viaggiando verso Lisbona in uno scompartimento di prima classe insieme a mio padre, e aveva annotato sul diario di viaggio: Un bel ventinovesimo anniversario - tutto il giorno insieme. A Lisbona aveva ricevuto per via aerea una mia lettera nella quale non dicevo una parola sul ritiro della Comunit.
Io e mio fratello Bob li stavamo aspettando all'aeroporto di St Louis il giorno di Halloween. Mentre scendevano dall'aereo li trovai incredibilmente in forma, cosmopoliti e adorabili. Cominciai a sorridere in maniera incontrollabile. Quella avrebbe dovuto essere la sera della mia confessione, ma coinvolgere Bob poteva rivelarsi imbarazzante, e solo quando era ormai tornato nel suo appartamento in citt mi resi conto che sarebbe stato molto pi difficile affrontare i miei genitori senza di lui. Dato che di solito Bob veniva a cena la domenica sera, e dato che mancavano solo quattro giorni alla domenica, decisi di rimandare la mia rivelazione fino al suo ritorno. Non l'avevo gi rimandata di due settimane? 
La domenica mattina, mia madre accenn che Bob aveva un altro impegno e non sarebbe venuto a cena.
Valutai la possibilit di non dire nulla. Ma non vedevo come sarei potuto tornare ad affrontare il gruppo. L'angoscia provata a Shannondale aveva avuto il misterioso effetto di aumentare - anzich diminuire - il mio coinvolgimento emotivo nella Comunit, come se ora fossimo tutti uniti dalla vergogna, allo stesso modo in cui due estranei che avevano dormito insieme potevano risvegliarsi provando compassione per il reciproco imbarazzo, e proprio per questo innamorarsi. Scoprii che anch'io, come Hellman, amavo il gruppo.
Quella sera, a cena, mi sedetti in mezzo ai miei genitori e non mangiai niente.
- Non ti senti bene? - disse infine mia madre.
- Devo raccontarvi una cosa che  successa nella Comunit, - dissi, senza alzare lo sguardo dal piatto. - Durante il ritiro. Sei ragazzi... hanno fuimato duip.
- Cos'hanno fatto?
- Duip? Che cos'?
- Hanno fuimato marijuana, - risposi.
Mia madre si accigli. - Chi  stato? Qualcuno dei tuoi amici?
- No, quasi tutti ragazzi nuovi.
- Oh, ah-ha.
La loro reazione non and oltre questo: disattenzione e assenso. Ero troppo euforico per domandarmene il motivo. Poteva darsi che negli anni Sessanta i miei fratelli avessero avuto qualche brutta storia con le droghe, cos brutta che al confronto le mie trasgressioni di seconda mano dovevano sembrare ridicolmente innocue ai miei genitori. Ma nessuno mi aveva detto nulla. Dopo cena, allegro e sollevato, fluttuai fino alla Comunit e scoprii di aver ottenuto la parte principale nella farsa in tre atti Mumbo-Jumbo, che sarebbe stata la maggiore fonte di guadagno del gruppo per quell'inverno. Hellman recitava nel ruolo di una ragazza schiva che si rivela una strangolatrice; Magner era il crudele swami Omahandra; e io ero Dick, lo studente di college immaturo, prepotente e ansioso.
L'uomo che form Mutton come terapeuta, George Benson, era il teorico occulto della Comunit. Nel suo libro Then Joy Breaks Through8(Seabury Press, 1972), Benson ridicolizzava l'idea che la rinascita spirituale fosse semplicemente un bel miracolo per le persone virtuose. Sosteneva che la crescita personale fosse la sola cornice di riferimento in cui la fede cristiana assume un significato nel mondo moderno. Per sopravvivere in un'epoca di inquietudine e scetticismo, la cristianit doveva recuperare il radicalismo dell'insegnamento di Ges, e il messaggio centrale dei Vangeli, nella lettura che ne dava Benson, era l'importanza della sincerit, del confronto e della lotta. In particolare, la relazione fra Ges e Pietro somigliava molto alla relazione psicanalitica:
L'introspezione non basta. Le conferme degli altri non bastano. L'accettazione all'interno di una relazione continuativa che non offre rassicurazioni (che comunque sono solitamente false), e in tal modo conduce la persona sofferente alla consapevolezza del suo bisogno di stimare e accettare se stessa: questa  la base del cambiamento.
Benson raccontava di aver curato una ragazza con gravi sintomi di hippismo - uso di droghe, promiscuit, deplorevole igiene personale (a un certo punto, dalla sua borsetta era uscito un esercito di scarafaggi) - e confrontava i suoi progressi con quelli di Pietro, che all'inizio aveva respinto Ges, poi l'aveva mostruosamente idealizzato, poi si era disperato all'idea della fine, e in ultima analisi era stato salvato dall'interiorizzazione del rapporto.
Mutton era andato per la prima volta da Benson poco dopo la nomina ad assistente pastore. D'un tratto la sua autorit sui ragazzi era talmente cresciuta che aveva paura di lasciarsi troppo andare, e Benson gli aveva detto che faceva bene ad avere paura. Gli aveva chiesto di nominare ad alta voce le cose che era tentato di fare, in modo da ridurre le probabilit di farle realmente. Era una specie di omeopatia psichica, e Mutton port quel metodo negli incontri di supervisione con i capi della Comunit: ogni settimana lui e gli assistenti, a turno, si mettevano reciprocamente a disagio nella sala riunioni della chiesa, a porte chiuse, vaccinandosi contro la tentazione di abusare del potere, rendendo pubblici i loro problemi per non infliggerli ai ragazzi. Tra gli assistenti della Comunit cominciarono a circolare copie di Then Joy Breaks Through. La Relazione Autentica, esemplificata da Ges e Pietro, divenne il Graal del gruppo - un'alternativa alla passiva complicit delle comunit in cui si faceva uso di droga, un rimprovero ai tradizionali concetti pastorali di consolazione e sostegno.
Non appena Mutton cominci il tirocinio con Benson, dopo il suicidio di MacDonald, lo spirito della Comunit cambi. Il cambiamento era in parte culturale, dovuto al declino del movimento hippy, e in parte era legato alla maturazione di Mutton, al suo minore bisogno di amici diciassettenni, al suo crescente coinvolgimento con pazienti esterni. Ma dopo la dbcle di Shannondale non ci furono pi violazioni delle regole su vasta scala, e la Comunit divenne meno dipendente dall'improvvisazione, dall'egocentrismo individualista, e cominci a funzionare come un ingranaggio ben oliato. Quando entrai in seconda superiore, il gruppo dei liceali pagava gi un piccolo stipendio mensile a mezza dozzina di giovani assistenti. Grazie alla loro presenza mi era pi facile tenermi alla larga da Mutton, la cui abitudine di chiamarmi Franzone! (che faceva rima con trombone) confermava il fatto che tra me e lui non esisteva un vero rapporto. Non mi sarebbe mai venuto in mente di raccontargli i miei problemi, non pi di quanto desiderassi confidarli ai miei genitori.
Gli assistenti, d'altro canto, erano come fratelli e sorelle maggiori. Il mio preferito era Bill Symes, membro fondatore della Comunit dal 1967. Adesso aveva poco pi di vent'anni e studiava religione alla Webster University. Aveva le spalle larghe come un paio di buoi, una coda di cavallo folta come la coda di un cavallo, e piedi che calzavano la pi grande taglia disponibile di Earth Shoes. Era un bravo musicista, un impetuoso aggressore delle corde d'acciaio della chitarra acustica. Gli piaceva entrare in un Burger King e ordinare a voce alta due Whopper senza carne. Se stava perdendo una partita a spades, si sfilava una carta di mano, diceva agli altri giocatori Giocate questo seme!, e poi leccava la carta e se l'appiccicava sulla fronte a faccia in fuori. Quando discuteva, invadeva lo spazio dell'altro e gli sbraitava contro. Diceva: Sar meglio che ci pensi! Diceva: Mi sembra che tu abbia un problema di cui non vuoi parlare! Diceva: La sai una cosa? Secondo me non credi a una sola parola di quello che hai appena detto! Diceva: Ogni resistenza andr incontro a una reazione aggressiva! Se esitavate quando faceva per abbracciarvi, lui indietreggiava, spalancava le braccia e vi fissava strabuzzando gli occhi e inarcando le sopracciglia, come a dire: Allora? Vuoi abbracciarmi o no? Quando non suonava la chitarra leggeva Jung, quando non leggeva Jung faceva bird watching, e quando non faceva bird watching praticava il tai chi, e se vi avvicinavate mentre praticava il tai chi e gli chiedevate come si sarebbe difeso se aveste cercato di rapinarlo con una pistola, lui, con sognanti movenze orientali, si sfilava il portafoglio dalla tasca posteriore dei calzoni e ve lo consegnava. A volte, mentre ascoltava la radio del suo maggiolino Volkswagen, gridava all'improvviso: Voglio sentire... La Grange degli ZZ Top!, e dava una pacca sul cruscotto. Allora la radio trasmetteva La Grange. 
Un fine settimana del 1975, Mutton, Symes e gli altri assistenti parteciparono a un ritiro pastorale promosso dalla Chiesa Unita di Cristo. Il gruppo della Comunit, con il suo desiderio di confronto, cal sul raduno come una trib di Apache, con l'intento di sconvolgere ed educare quegli ispiratori e consolatori vecchio stampo. Effettuarono un finto incontro di supervisione, disponendosi in un cerchio serrato con settanta o ottanta pastori seduti intorno a osservare. Allora, sotto gli occhi di tutti, Mutton si gir verso Symes e gli chiese: - Quando pensi di tagliarti i capelli?
Symes sapeva gi che gli sarebbe toccata la parte del volontario. Ma la sua coda di cavallo era molto importante per lui, e quello era un argomento esplosivo.
Mutton ripet: - Quando pensi di tagliarti i capelli?
- E perch dovrei tagliarli?
- Quando pensi di crescere e diventare un capo?
Mentre gli altri assistenti tenevano la testa bassa e i sostenitori e consolatori anziani stavano a guardare, Mutton cominci a lavorarsi Symes. - Ti sei votato alla giustizia sociale e alla crescita personale, - disse. - Questi sono i tuoi valori.
Symes fece una smorfia. - Che scoperta! Anche i tuoi.
- Bene, e chi ha pi bisogno di sentire la tua voce? Quelli che ti somigliano, o quelli diversi da te?
- Sia gli uni che gli altri. Tutti quanti.
- E se il tuo attaccamento allo stile ti impedisse di fare le cose a cui tieni? Cosa c' di male nel tagliarsi i capelli?
- Non voglio tagliarmi i capelli! - disse Symes con voce rotta.
- Questa  proprio una stronzata, - disse Mutton. - Dove vuoi combattere le tue battaglie? Vuoi combattere per la tua maglietta scolorita e la tua salopette? O vuoi combattere per i diritti civili? I diritti dei lavoratori immigrati? I diritti delle donne? La compassione per chi non ha diritti? Se consideri importanti queste battaglie, quando deciderai di crescere e ti taglierai i capelli?
- Non lo so...
- Quando deciderai di crescere e accetterai la tua autorit?
- Non lo so, Bob. Non lo so!
Mutton avrebbe potuto rivolgere quelle domande a se stesso. La Comunit si riuniva in una chiesa cristiana da quasi un decennio, eppure per anni non si era vista una Bibbia, le parole Ges Cristo si sentivano solo quando qualcuno rovesciava una ciotola di minestra su una schiena scottata, e George Benson, come supervisore di Mutton, voleva sapere come stavano le cose. La Comunit era un gruppo cristiano o no? Mutton intendeva prendere posizione apertamente e ammettere di credere in Dio e in Cristo? Intendeva prendersi la responsabilit del proprio ministero? Alcuni assistenti gli stavano rivolgendo domande analoghe. Volevano sapere chi aveva deciso che la sincerit e il confronto diventassero i valori centrali del gruppo. Mutton? Perch proprio lui? Se il gruppo voleva andare oltre Mutton e l'adorazione nei suoi confronti, quale autorit avrebbe dovuto seguire? 
Per Mutton la risposta era chiara. Se si eliminava la divinit di Cristo, restavano solo le canzoncine. Restavano solo frasi come Prendiamoci per mano e trattiamo bene il nostro prossimo. L'autorit di Ges come maestro - e l'autorit di Mutton e compagnia come seguaci dei suoi insegnamenti - si basava sul fatto che Ges avesse avuto le palle di dire: Io sono l'adempimento delle profezie, io sono il dono degli ebrei all'umanit, io sono il Figlio dell'Uomo, e di lasciarsi inchiodare a una croce per confermarlo. Se non si riusciva a compiere quel passo nella propria mente, se non si faceva ricorso alla Bibbia e non si celebrava l'Eucarestia, come ci si poteva definire cristiani?
Quella domanda, posta da Mutton durante la supervisione, irrit Symes in modo esagerato. Il gruppo aveva gi i suoi rituali, le liturgie e le festivit, le candele, le canzoni di Joni Mitchell, i ritiri e le gite primaverili. Symes era sbalordito dal fatto che Mutton, con tutta la sua conoscenza di Freud e Jung, non trovasse ripugnanti la puerilit e l'arretratezza delle cerimonie cristiane. - Come possiamo definirci cristiani? - gli faceva eco, guardandolo stralunato. - Uh, che ne dici di... cercando di vivere come Cristo e di seguire il suo insegnamento? Che bisogno abbiamo di mangiare il corpo e il sangue di qualcuno?  incredibilmente primitivo. Quando voglio sentirmi vicino a Dio, io non leggo i Corinzi. Vado a lavorare per i poveri. Cerco di costruire relazioni amorevoli. Compresa quella con te, Bob.
Era la classica posizione della religione progressista, e Symes poteva permettersi di assumerla perch non aveva bisogno di umiliarsi, di essere il Ges della Comunit. Mutton era il barbuto figlio di un meccanico che predicava idee radicali ai giovani e agli emarginati, frequentava personaggi di dubbia moralit, si circondava di discepoli devoti, lottava contro le tentazioni dell'ego, ed era diventato, secondo i parametri locali, estremamente popolare. Adesso stava per compiere trentadue anni. Presto se ne sarebbe andato, e voleva allontanare l'attenzione dalla sua persona per avvicinare il gruppo alla religione.
Visto che Symes si comportava pi come un indisciplinato Jung che come un docile Pietro, tocc a un altro seminarista, un ex ragazzaccio dai capelli rossi di nome Chip Jahn, alzarsi in piedi e fare una confessione alla fine di un incontro, una domenica sera del 1975. Jahn aveva diciannove anni quando Mutton l'aveva nominato responsabile di un campo di lavoro nella parte sudorientale del Missouri, il cosiddetto Tacco dello stivale. Aveva trascorso un mese con ragazzi di appena due o tre anni pi giovani, arrangiandosi con un budget alimentare dimezzato all'ultimo momento, elemosinando il grano dagli agricoltori locali e tentando di cucinarlo in pasticci insaporiti con strisce di mortadella sottratte alle mense scolastiche statali. Da quel momento aveva deciso di entrare nel clero, mantenendo per i suoi modi da marinaio litigioso, che si appoggiava alle pareti con le braccia conserte e le maniche rimboccate fin sopra i bicipiti; di solito, quando si rivolgeva al gruppo, doveva sforzarsi di rimanere serio, come se il fatto di lavorare in una chiesa non smettesse mai di divertirlo. Ma quella sera, quando si alz per fare la sua confessione, aveva un'aria stranamente solenne.
- Voglio parlarvi di una cosa che considero importante, - disse. Aveva in mano un libro che si afflosciava come una bistecca cruda. Quando il gruppo vide che era una Bibbia, nella sala cal un silenzio inquietante. Non sarei stato molto pi sorpreso se avesse avuto in mano una copia di Penthouse. - Questa per me  molto importante, - disse Jahn.
In seconda superiore, il mio sogno era venire eletto nel Comitato Consultivo, il gruppo di sedici ragazzi giusti che giudicavano le violazioni delle regole e aiutavano gli assistenti a seguire i ragazzi delle superiori. Due volte all'anno, in quella che era indiscutibilmente una gara di popolarit, il gruppo eleggeva otto ragazzi per un periodo di un anno, e quella primavera mi sembrava di avere discrete possibilit di vincere. Per qualche misteriosa ragione - forse semplicemente perch la mia faccia stava diventando nota ai membri della chiesa - non mi sentivo pi una Morte Sociale in potenza. Feci un provino per la recita autunnale del gruppo, Any Number Can Die, e fui tra gli unici due studenti di seconda a ottenere una parte. La domenica sera, quando il gruppo si divideva in coppie per certi esercizi, i membri del Comitato Consultivo attraversavano saltellando la sala per mettersi con me. Dicevano: Franzen! Voglio conoscerti meglio, perch mi sembri una persona molto interessante! Dicevano: Franzen, sono contento di essere in gruppo con te! Dicevano: Franzen! Sono settimane che voglio fare qualche esercizio insieme a te, ma accidenti, sei troppo popolare!
Tutta quella notoriet mi diede alla testa. Durante l'ultimo ritiro dell'anno mi candidai al Comitato Consultivo. Il sabato sera, dopo il conteggio segreto dei voti, l'intero gruppo si riun e si sedette intorno a un'unica candela. Uno dopo l'altro, i membri del Comitato in carica prendevano una candela, l'accendevano con quella centrale e s'inoltravano tra la folla per offrirla a un nuovo eletto. Era come guardare i fuochi d'artificio; la folla esclamava Oooh! ogni volta che veniva svelato un vincitore. Mi incollai un sorriso sulla faccia e finsi di essere felice per loro. Ma a ogni candela che si avvicinava, mi superava e calava - Oooh! - su un'altra creatura fortunata, cresceva la mia dolorosa consapevolezza che i vincitori erano molto pi popolari e maturi di me. Quelli che ricevevano le candele erano i ragazzi che oziavano abbracciati, semidistesi come su un toboga, oppure supini con i piedi scalzi appoggiati alla schiena o alle spalle del vicino, e che parlavano come se stessero davvero lavorando sulle loro relazioni. I ragazzi che, davanti a un nuovo arrivato dall'aria smarrita a un incontro della domenica sera, facevano a gara per essere i primi a presentarsi. I ragazzi che riuscivano a guardare un amico negli occhi e dirgli Ti voglio bene, che sapevano scoppiare in lacrime davanti all'intero gruppo, quelli che Mutton abbracciava da dietro, accarezzandoli con la testa come un pap leone, quelli che solo Cristo sarebbe riuscito a non preferire agli altri. Poteva forse sembrarmi strano che un gruppo che offriva rifugio dalle conventicole scolastiche, un gruppo votato al servizio degli emarginati, attribuisse tanta importanza a una cerimonia in cui proprio i ragazzi pi brillanti e sicuri di s venivano nominati capi; ma c'erano ancora due candele non assegnate, e una stava venendo nella mia direzione, e quella candela, invece di sorpassarmi, venne messa nelle mie mani, e mentre prendevo posto accanto ai membri del nuovo comitato e fronteggiavo sorridendo la Comunit che ci aveva eletti, riuscii solo a pensare a quanto ero felice. 
1Gioco in cui ognuno a turno aggiunge una lettera a quelle nominate dai giocato-ri precedenti; perde chi non riesce pi a proseguire [Nota del traduttore]
2Il Federal Writers' Project era un progetto creato dal governo federale per so-stenere gli scrittori durante la Grande Depressione, all'interno dell'agenzia governativa del New Deal denominata Works Projects Administration [Nota del traduttore].
3Strofa della canzone Carry On di Stephen Stills, che significa all'incirca Per can-tare il blues | Devi viverlo sulla tua pelle [Nota del traduttore].
4Fra i molti nomi della marijuana, pot  probabilmente il pi diffuso; dopeviene talvolta usato come sinonimo, ma spesso significa anche eroina; duip non significa nulla [Nota del traduttore].
5Letteralmente quadrilatero. Gioco a quattro in cui i partecipanti rimangono all'interno di quattro quadrati disegnati per terra e si lanciano la palla facendola rimbalzare, senza trattenerla e senza uscire dal proprio quadrato [Nota del traduttore].
6Gioco di carte simile alla briscola [Nota del traduttore].
7Greaser  un termine slang usato negli anni Cinquanta per definire un giovane con i capelli impomatati, jeans e giacca di pelle [Nota del traduttore].
8Traducibile pi o meno come E la gioia trionfer [Nota del traduttore].

Posizione centrale.

Kortenhof aveva sentito parlare di una scuola superiore dove un gruppo di buontemponi aveva infilato un copertone lungo un'asta da bandiera alta nove metri, come un anello infilato al dito: un'impresa notevole, bella ed elegante che secondo lui avremmo dovuto cercare di ripetere nella nostra scuola. Kortenhof era figlio di un avvocato, e aveva una franchezza avvocatesca e un perpetuo sorriso da coccodrillo che lo rendevano divertente, anche se un po' sinistro. Tutti i giorni all'ora di pranzo ci portava fuori per mostrarci l'asta della bandiera e spiegarci le sue ultime idee su come accessoriarla di pneumatici radiali con cintura d'acciaio. (I radiali con cintura d'acciaio, diceva, sarebbero stati molto pi difficili da rimuovere per gli amministratori). Alla fine convenimmo tutti che si trattava di una sfida tecnica eccitante, degna di un grosso investimento di tempo ed energia.
L'asta, alta dodici metri, si ergeva in un piazzale di cemento vicino all'ingresso principale della scuola, in Selma Avenue. Era troppo larga alla base perch potessimo arrampicarci agevolmente, e una caduta dalla cima poteva essere fatale. Nessuno di noi aveva accesso a una scala estensibile pi lunga di sei metri. Parlammo di costruire una specie di catapulta, un'idea spettacolare, certo, ma i copertoni volanti avrebbero sicuramente causato gravi danni se avessero mancato l'obiettivo, e la polizia pattugliava Selma Avenue troppo spesso perch potessimo rischiare di farci sorprendere con un'arma pesante, sempre che fossimo riusciti a costruirla. 
La scuola stessa, tuttavia, poteva fungere da scala. Il tetto era appena un paio di metri pi basso rispetto alla sfera che sormontava l'asta, e noi sapevamo come raggiungerlo. Io e il mio amico Davis ci offrimmo di costruire un Congegno, un sistema di funi che, grazie a una puleggia e a una lunga asse, avrebbe trasportato il copertone dal tetto all'asta e l'avrebbe lasciato cadere nel punto giusto. Se il Congegno non avesse funzionato, avremmo lanciato una fune a mo' di lazo, allo scopo di agganciare l'asta e far scorrere il copertone lungo la fune, dopo essere saliti in cima a una scala pieghevole per elevarci di qualche metro. Se anche quel tentativo fosse fallito, forse saremmo riusciti, con parecchia fortuna, a lanciare tutti insieme il copertone come un frisbee.
Io e altri cinque - Kortenhof, Davis, Manley, Schroer e Peppel - ci incontrammo vicino alla scuola un venerd sera di marzo. Davis arriv con una scala legata sul tetto della Pinto station wagon dei genitori. Suo padre aveva fatto un po' di storie quando aveva visto la scala, ma Davis, che era pi intelligente e meno buono di lui, gli aveva spiegato che apparteneva a Manley.
- S, ma cosa te ne fai?
- Pap,  la scala di Ben.
- Lo so, ma cosa te ne fai?
- Te l'ho appena detto!  la scala di Ben!
- Questo l'avevo capito, Christopher. Voglio sapere cosa te ne fai.
- Oddio, pap!  la scala di Ben. Quante volte te lo devo ripetere?  la scala di Ben.
Per raggiungere il tetto principale dovevamo arrampicarci in cima a un lungo e robusto pluviale vicino alle aule di musica, attraversare una spianata di catrame e ghiaia del Missouri color caramello, salire una scaletta di metallo e scalare una parete perpendicolare alta due metri e mezzo. Poi tutti quanti - eccetto me, naturalmente - dovevano fermarsi per issarmi in cima alla parete. Il periodo di rapida crescita che avevo attraversato l'anno prima mi aveva reso pi alto, pi pesante e pi goffo, lasciando per inalterata la penosa debolezza di braccia e spalle.
Probabilmente nessuno mi considerava il compagno di scorribande ideale, ma ero al seguito di Manley e Davis, miei vecchi amici, ottimi atleti e appassionati scalatori di edifici pubblici. Alle medie, Manley aveva fatto ventitre trazioni alla sbarra, battendo il record scolastico di quella specialit. Quanto a Davis, era stato mediano in una squadra di football e ala in una di pallacanestro, e aveva un fisico incredibilmente solido. Una volta, durante un'escursione invernale in un parco del Missouri deserto, in un mattino di gennaio cos freddo che ci tocc spaccare con l'accetta i pompelmi congelati e friggerli sul fuoco (eravamo in una fase di fruttarianismo fai-da-te), trovammo un vecchio cofano di automobile attaccato a un cavo da traino: irresistibile, irresistibile. Legammo il cavo al furgone Travelall del nostro amico Lunte, il quale si lanci a velocit sconsiderata sulle strade malconce del parco, trascinandosi dietro il cofano con sopra Davis mentre io controllavo la situazione dal sedile posteriore. Stavamo andando a pi di sessanta all'ora quando d'un tratto la strada s'inclin in una ripida discesa. Lunte dovette frenare e sterzare bruscamente per non far ribaltare il furgone; il cavo si spezz con uno schiocco, e Davis venne lanciato a tutta birra verso una fila di robusti tavoli da picnic allineati come tessere del domino. Un impatto cos violento che avrebbe potuto ucciderlo. Il sole illumin un'esplosione di nevischio scintillante e legno in frantumi, e dal lunotto posteriore, mentre la neve si depositava e Lunte riduceva la velocit, vidi Davis trotterellare verso di noi, zoppicando un po' e stringendo in mano il frammento scheggiato di un tavolo da picnic. Stava gridando, come ci disse pi tardi: Sono vivo! Sono vivo! Aveva demolito con la caviglia uno dei tavoli ghiacciati, riducendolo in un centinaio di pezzi.
I miei compagni issarono sul tetto, oltre a me, la scala, parecchi metri di corda, due pneumatici radiali lisci e il Congegno che io e Davis avevamo costruito. Sporgendoci oltre la balaustra, ci sembrava quasi di poter toccare l'asta. L'oggetto della nostra ossessione si trovava a poco pi di tre metri di distanza, ma la superficie color alluminio si confondeva con le nuvole illuminate del cielo suburbano retrostante, e risultava stranamente difficile da vedere. Sembrava al contempo vicina e distante, incorporea ed estremamente accessibile. Restammo tutti e sei a contemplarla, desiderando di poterla toccare, gemendo e gridando per la voglia di toccarla.
Davis era pi bravo come meccanico, ma io ero pi abile a dimostrare che le cose andavano fatte a modo mio. Come risultato, quello che costruivamo non funzionava quasi mai. Di certo il nostro Congegno, come risult di l a poco, era senza speranza. All'estremit dell'asse era fissata una staffa di legno grezzo che non avrebbe mai potuto agganciare l'asta, soprattutto con il peso aggiuntivo di un copertone; c'era poi la difficolt ancor pi fondamentale di sporgersi oltre una balaustra e aggrapparsi con forza a un'asse pesante per tenerla in posizione, mentre allo stesso tempo si cercava di spingerla contro un'asta che, quando veniva urtata, rimbombava e oscillava in modo angosciante. Solo un colpo di fortuna imped che il Congegno sfondasse qualche finestra dei piani inferiori. Il gruppo emise un verdetto aspro e immediato: una merda.
Scoppiai a ridere e lo dissi anch'io: una merda. Ma andai a mettermi da una parte, con la gola stretta per la delusione, e rimasi per conto mio mentre tutti gli altri provavano il lazo. Peppel roteava i fianchi come un campione di rodeo.
- Yii ha!
- John-Boy, passami il lazo.
- Yii ha!
Oltre la balaustra vedevo gli alberi scuri di Webster Groves, e pi lontano le luci della torre della Tv che segnavano i confini della mia infanzia. Il vento notturno proveniente dal campo da football portava l'odore della terra in disgelo, quel grande e triste mondo di odori della vita sotto il firmamento. Nella mia immaginazione, come nei disegni che avevo tracciato a matita, avevo visto il Congegno funzionare impeccabilmente. Il contrasto fra l'intensit dei miei sogni e il totale fallimento delle mie realizzazioni, e la disperazione in cui mi gett quel contrasto, contribuirono ad aggravare il mio senso di inadeguatezza. Mi identificai con il Congegno caduto in disgrazia. Ero stanco e infreddolito e volevo andare a casa.
Ero cresciuto in mezzo agli attrezzi, con un padre che sapeva costruire qualunque cosa, e credevo di saper fare tutto anch'io. Che problema c'era a praticare un foro diritto in un pezzo di legno? Spingevo sul trapano con la massima concentrazione, e la punta emergeva dal lato opposto in una posizione completamente sbagliata, lasciandomi sbigottito. Sempre. Sbigottito. In seconda superiore mi misi a costruire da zero un telescopio a rifrazione con montatura equatoriale e treppiede, e mio padre, vedendomi lavorare, ebbe piet di me e costru l'intero telescopio al mio posto. Filett un tubo di ferro per la montatura, cre un contrappeso con un barattolo di caff riempito di cemento, seg una vecchia rete da letto di acciaio al carbonio per la base del treppiede, e fabbric un ingegnoso innesto per l'obiettivo con un pezzo di lamiera zincata, alcune viti senza dado e frammenti di un contenitore di plastica per il gelato. L'unica parte del telescopio che costruii da solo, il portaoculari, era anche l'unica parte che non funzionava bene, e rese lo strumento praticamente inutilizzabile. Ecco perch odiavo essere giovane.
Era l'una passata quando finalmente Peppel lanci il lazo abbastanza in alto e lontano da catturare l'asta. Smisi di tenere il broncio e mi unii agli applausi. Ma subito emersero nuove difficolt. Kortenhof mont sulla scala e fece risalire il lazo lungo l'asta fino a trenta centimetri dalla sfera, dove per venne bloccato dai cavi della puleggia e della bandiera. L'unico modo per far saltare il copertone oltre la cima dell'asta era muovere vigorosamente la fune su e gi:

Ma con il peso del copertone la fune si abbass, allontanandosi dalla cima dell'asta:

Per alzare il copertone, Kortenhof doveva tirare forte la fune, e questo, se si stava in piedi sopra una scala, era il modo migliore per catapultarsi oltre la balaustra. Quattro di noi afferrarono la scala e la tirarono nella direzione contraria. Ma questo sottopose l'asta a una forte tensione:

L'asta cigolava e schioccava in maniera preoccupante mentre s'inclinava verso di noi. Inoltre minacciava, come una canna da pesca sotto sforzo, di rimbalzare all'indietro e lanciare Kortenhof in Selma Avenue come un'esca attaccata all'amo. Ci sentimmo di nuovo frustrati. La gioia di vedere il copertone strofinarsi contro l'ambita sfera, mancando di pochi centimetri la tanto agognata penetrazione, non faceva che aumentare il nostro tormento.
Due mesi prima, intorno all'epoca del suo quindicesimo compleanno, Merrell, la mia primissima fidanzata, mi aveva mollato di punto in bianco. Merrell era un'intelligente ragazza della Comunit, con le gambe scattanti fasciate di velluto a coste e lisci capelli castani, lunghi fino a sfiorare il portafoglio che sporgeva dalla tasca posteriore dei calzoni. (Le borsette, secondo lei, erano oggetti antifemministi, roba da oche). Ci eravamo messi insieme durante un ritiro organizzato dalla chiesa in una casa di campagna, quando Merrell e il suo sacco a pelo erano migrati con lentezza delirante dentro lo sgabuzzino moquettato nel quale avevo gi srotolato il mio sacco a pelo. Nei mesi successivi, Merrell aveva corretto i miei vezzi pi appariscenti e i miei pregiudizi pi irritanti sulle ragazze, e ogni tanto mi aveva permesso di baciarla. Ci eravamo tenuti per mano dall'inizio alla fine del mio primo film vietato ai minori, Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto di Lina Wertmller, che due assistenti femministe della Comunit avevano mostrato ad alcuni di noi per qualche oscura ragione politica. (Sesso ma non esplicito, annotai sul mio diario). Poi, in gennaio, forse per reazione alle mie tendenze ossessive, Merrell cominci a frequentare altri amici e a evitarmi. Fece domanda per essere trasferita in una scuola privata per ragazzi ricchi e dotati. Confuso e profondamente ferito, rinunciai a quella che la Comunit mi aveva insegnato a chiamare la stagnazione dei rapporti sentimentali.
La situazione era ormai disperata, eppure Kortenhof e Schroer continuavano a tirare la fune sempre pi violentemente, facendo oscillare e vibrare l'asta mentre i pi apprensivi del gruppo - io e Manley - li esortavamo a smettere. Infine, inevitabilmente, qualcuno si lasci sfuggire la fune, e tornammo tutti a casa con un nuovo problema: se il luned mattina fosse stata ancora l, gli amministratori avrebbero capito cosa avevamo cercato di fare. 
Tornammo la sera dopo, il sabato, rompemmo il lucchetto alla base dell'asta, liberammo i cavi della bandiera e cominciammo a strattonarli nel tentativo di far cadere la fune, ma senza risultato. La corda, non pi tesa, penzolava flaccida accanto all'asta invitta, con l'estremit sfilacciata che si attorcigliava nel vento, a sei metri da terra. Ci ripresentammo la domenica sera con un nuovo lucchetto, e a turno tentammo di arrampicarci sul palo troppo grosso, ancora una volta senza risultato. A quel punto ci arrendemmo quasi tutti - probabilmente dovevamo fare i compiti, e Schroer era un fanatico dei Monty Python, che andavano in onda alle undici - ma Manley e Davis tornarono un'altra volta alla scuola e, sollevandosi a vicenda e strattonando i cavi, riuscirono a liberare la fune. Misero il nostro lucchetto sull'asta: l'avevamo presa in ostaggio. 
I genitori di Manley erano permissivi, e la casa di Kortenhof era cos grande che si poteva entrare e uscire senza dare nell'occhio, ma la maggior parte di noi trovava difficile sgattaiolare fuori dopo la mezzanotte. Una domenica mattina, dopo due ore di sonno, scesi a fare colazione e trovai i miei genitori minacciosamente taciturni. Mio padre, davanti ai fornelli, friggeva le nostre solite uova pre-chiesa. Mia madre aggrottava le sopracciglia in quella che probabilmente, ora me ne rendo conto, era un'espressione pi di paura che di disapprovazione. E la paura si sentiva anche nella sua voce. - Pap dice che ti ha sentito rientrare intorno all'alba, - disse. - Dovevano essere le sei. Eri uscito?
Beccato! Ero stato Beccato!
- S, - risposi. - S, sono andato al parco con Ben e Chris.
- Hai detto che volevi andare a letto presto. Avevi la luce spenta.
- S, - dissi, guardando a terra. - Ma non riuscivo a dormire, e loro mi hanno detto che li avrei trovati al parco, sai, se non fossi riuscito a dormire.
- Cosa diamine avete fatto l fuori per tutto quel tempo?
- Irene, - l'ammon mio padre, dal suo posto accanto ai fornelli. - Evita di chiedere, se non puoi sopportare la risposta.
- Abbiamo solo chiacchierato, - dissi.
La sensazione di essere stato Beccato: somigliava al senso di ebbrezza che avevo provato una volta inalando il gas propellente di alcune bombolette di panna montata insieme a Manley e Davis - la sensazione frastornante di dilatarmi, di essere tutto superficie, la mia sfera interiore divenuta d'un tratto cos evidente e gigantesca che sembrava spingere fuori l'aria dai polmoni e il sangue dalla testa. 
 una sensazione che associo al rumore crescente di un motore in accelerazione, al sibilo basso della Buick di mia madre che avanza con allarmante, incredibile velocit lungo il vialetto del garage. Quel sibilo, per sua natura, si faceva sempre sentire prima di quanto mi aspettassi o desiderassi. Venivo Beccato mentre mi divertivo per i fatti miei, di solito ascoltando musica in soggiorno, e dovevo squagliarmela.
Il nostro stereo, marca Aeolian, era incassato dentro un mobiletto color mogano come quelli che oggi si trovano nei negozi dell'usato. Gli altoparlanti erano nascosti dietro due sportelli, che mia madre insisteva per tenere chiusi quando invitava qualcuno a cena e accendeva la radio locale specializzata in musica di sottofondo, la KCFM; gli arrangiamenti orchestrali di Penny Lane e Cherish uscivano a fatica dall'armadietto come un mormorio smorzato, mentre le voci degli annunci pubblicitari trasmessi ogni mezz'ora dalla KCFM facevano ronzare le elaborate maniglie pendenti degli sportelli. Quando ero solo in casa, aprivo gli sportelli e ascoltavo i miei dischi, per la maggior parte scarti dei miei fratelli. I due gruppi che preferivo in quegli anni pre-punk erano i Grateful Dead e i Moody Blues. (Il mio entusiasmo per questi ultimi sopravvisse finch non lessi, in una recensione di Rolling Stone, che la loro musica era adatta al genere di persona che sussurra ti amo all'avventura di una notte). Un pomeriggio ero inginocchiato davanti all'altare Aeolian ad ascoltare una creazione particolarmente sciropposa dei Moody, a un volume cos appassionante che mi imped di sentire il sibilo dell'auto materna. Mia madre irruppe in casa strillando: Spegni quella roba! Quell'orrenda musica rock! Non la sopporto! Spegnila! Erano lamentele ingiuste: la canzone, che non somigliava neppure lontanamente al rock, offriva sentimenti degni della KCFM, tipo Isn't life strange? | A turn of the page... It makes me want to cry1. Eppure, malgrado ci, mi sentii Beccato in pieno.
La macchina che preferivo sentire era quella di mio padre, la Cougar con cui andava al lavoro, perch non arrivava mai inaspettata. Mio padre capiva il valore della privacy, e accettava con entusiasmo l'immagine da primo della classe che gli mostravo. Era il mio alleato razionale e illuminato, il possente ingegnere che mi aiutava a erigere le dighe contro l'oceanica invasione di mia madre. E tuttavia, per temperamento, non era meno ostile di lei alla mia adolescenza.
Mio padre era tormentato dal sospetto che gli adolescenti la facessero franca su qualcosa: che i loro piaceri non fossero sufficientemente ostacolati dalla coscienza e dalla responsabilit. I miei fratelli avevano sopportato il grosso del suo risentimento, che a volte per degenerava anche con qualche affermazione sul mio carattere. Mi diceva: Hai dimostrato di saper apprezzare gli oggetti costosi, ma non il lavoro che serve a procurarseli. Oppure: Gli amici sono una bella cosa, ma passare tutte le sere con loro  troppo. Aveva una frase a doppio taglio che ripeteva sempre quando tornava a casa dal lavoro e mi trovava intento a leggere un romanzo o a giocare con gli amici: Una serie infinita di piaceri!
A quindici anni avviai una corrispondenza poetica con Hoener, una mia amica della Comunit. Hoener abitava in un altro distretto scolastico, e una domenica d'estate torn a casa con noi dopo la messa e pass il pomeriggio insieme a me. Andammo alla mia vecchia scuola elementare e ci mettemmo a giocare con la terra: costruimmo piccole strade, ponti di corteccia e casette di ramoscelli sotto un albero. Le compagne di scuola di Hoener facevano le solite cose giuste - bere, sperimentare sesso e droghe - che io non facevo. Ero intimorito dalla bellezza e dal savoir-faire di Hoener, e scoprii con sollievo che entrambi avevamo una visione romantica dell'infanzia. Eravamo abbastanza grandi per non vergognarci di giocare come bambini, e abbastanza giovani per essere ancora assorbiti dal gioco. Al termine di quel pomeriggio ero sul punto di sussurrarle Ti amo. Credevo che fossero pi o meno le quattro, ma a casa mia trovammo il padre di Hoener che l'aspettava in macchina. Erano le sei e un quarto, e la stava aspettando da un'ora. - Oops, - disse Hoener.
In casa, la mia cena si era raffreddata sul tavolo. I miei genitori (cosa inaudita) avevano mangiato senza di me. Mia madre apparve per un istante e disse: - Tuo padre vuole dirti qualcosa prima che ti sieda a tavola.
Andai nello studio, dove mio padre era seduto con la ventiquattrore in grembo. Senza alzare lo sguardo, annunci: - Ti proibisco di rivedere Fawn.
- Cosa?
- Siete spariti per cinque ore. Suo padre mi ha chiesto dove eravate. Ho dovuto rispondere che non ne avevo idea.
- Siamo andati alla Clark School, tutto qui.
- Non voglio che tu riveda Fawn.
- Perch no?
- Calpurnia  al di sopra di ogni sospetto, - rispose. - Tu no.
Calpurnia? Sospetto?
Pi tardi, quando si fu calmato, venne nella mia stanza e disse che potevo rivedere Hoener, se lo desideravo. Ma ormai me l'ero legata al dito. Cominciai a mandare lettere idiote e offensive a Hoener, e cominciai a mentire a mio padre oltre che a mia madre. I problemi che avevano avuto con mio fratello nel 1970 erano il genere di conflitto che ero deciso a evitare, e il grave errore di Tom, secondo me, era stata la sua incapacit di salvare le apparenze.
Mantenevo due versioni sempre pi separate di me stesso, quella ufficiale del ragazzo cinquantenne e quella non ufficiale dell'adolescente. A un certo punto mia madre mi chiese perch tutte le mie magliette intime avevano un buco all'altezza dell'ombelico. La versione ufficiale non sapeva cosa rispondere; l'adolescente non ufficiale s. Nel 1974, le magliette bianche girocollo erano un suicidio stilistico, ma mia madre veniva da un mondo dove evidentemente le magliette colorate rappresentavano l'equivalente morale dei letti ad acqua e delle pinzette per fumare i mozziconi di spinello, e si rifiutava di lasciarmele indossare. Perci tutte le mattine, dopo essere uscito di casa, tiravo gi la maglietta fino a nasconderne il collo e la fissavo alle mutande con una spilla da balia. (A volte la spilla si apriva e mi pungeva la pancia, ma l'alternativa - non indossare affatto la maglietta - mi avrebbe fatto sentire nudo). Quando potevo farla franca, andavo anche nel bagno dei ragazzi a sbarazzarmi di certe camicie atrocemente brutte. Mia madre, nella sua parsimonia, prediligeva le camicie poco costose, solitamente in maglina di poliestere con il colletto arrotondato, che oltre a qualificarmi allo stesso tempo come bambino ubbidiente e golfista di mezza et, mi irritavano il collo, come a mantenere sempre viva la vergogna di indossarle. 
Per i tre anni delle medie, la mia morte sociale era stata gravemente predeterminata. Avevo un ampio vocabolario, una voce vertiginosamente stridula, gli occhiali con la montatura di corno, le braccia mingherline, l'approvazione troppo evidente degli insegnanti, l'impulso irresistibile di gridare battute per nulla divertenti, una conoscenza quasi eidetica di J. R. R. Tolkien, un grande laboratorio di chimica nel seminterrato, la tendenza a offendere profondamente ogni ragazza sconosciuta tanto incauta da rivolgermi la parola, e cos via. Ma la vera causa di quella morte, per come la vedevo io, era il rifiuto di mia madre di lasciarmi andare a scuola in jeans. Perfino il mio vecchio amico Manley, che suonava la batteria, faceva ventitre trazioni alla sbarra ed era stato eletto capoclasse in prima superiore, non poteva permettersi di frequentarmi pubblicamente.
Un aiuto arriv finalmente in seconda superiore, quando scoprii i Levi's di velluto a coste a gamba dritta e, avendo la fortuna di appartenere alla Chiesa Congregazionalista, mi ritrovai al centro della cricca della Comunit. Nel giro di pochi giorni smisi di temere l'ora di pranzo e cominciai a mangiare felicemente a uno degli affollati tavoli della Comunit, presieduto da Peppel, Kortenhof e Schroer. Anche Manley, che ora suonava la batteria in un gruppo chiamato Blue Thyme, aveva cominciato a frequentare gli incontri della Comunit. Un sabato, nell'autunno della terza superiore, mi telefon per invitarmi ad andare al centro commerciale con lui. Avevo in programma di uscire con Weidman, il mio compagno di studi scientifici, ma lo scaricai senza pensarci due volte e da quel momento smettemmo di frequentarci.
Il luned all'ora di pranzo, Kortenhof annunci allegramente che il nostro lucchetto si trovava ancora sull'asta, e che la bandiera non era stata alzata. (Era il 1976, e la scuola trascurava i propri doveri patriottici). L'ovvio passo successivo, disse Kortenhof, era formare un vero e proprio gruppo ed esigere un riconoscimento ufficiale. Cos scrivemmo un biglietto -
Egregio Signore,
Abbiamo rapito l'asta della bandiera. Seguiranno maggiori dettagli
- decidemmo rapidamente di firmarlo U.N.C.L.E. (dalla serie televisiva degli anni Sessanta)2, e lo infilammo nella cassetta della posta del preside, il professor Knight.
Il professor Knight era un gigante dall'aspetto nordico, con la barba e i capelli rossi. Camminava sghembo, strascicando i piedi, e fermandosi spesso a tirarsi su i calzoni, con la postura curva di chi passa il tempo ad ascoltare persone pi basse di lui. La sua voce ci era nota per via delle comunicazioni interfoniche che risuonavano in tutta la scuola. Le prime parole - Insegnanti, scusate l'interruzione - suonavano spesso forzate, come se chi le pronunciava stesse esitando nervosamente davanti al microfono, ma poi assumevano un tono gentile e disinvolto. 
Ci che volevamo, pi di ogni altra cosa, era venire riconosciuti dal professor Knight come spiriti affini, come giocatori al di fuori del banale ambito della cattiva condotta studentesca e del potere amministrativo. E per una settimana la nostra frustrazione non fece altro che aumentare, perch il professor Knight si tenne alla larga da noi, inaccessibile come l'asta della bandiera (che nei nostri messaggi amavamo raffigurare come una sua propriet).
Il luned, dopo la scuola, ritagliammo lettere e parole da alcune riviste e le incollammo su un foglio di carta3:

La frase Insegnanti, scusate l'interruzione era un'idea di Manley, una stoccata al professor Knight. Ma Manley temeva anche, come me, che l'amministrazione avrebbe usato la mano pesante se ci fossimo procurati la fama dei vandali, e cos quella notte tornammo a scuola con una latta di vernice color alluminio e riparammo il danno che avevamo arrecato all'asta quando avevamo preso a martellate il vecchio lucchetto. Il mattino dopo recapitammo la richiesta di riscatto, e alle due e mezza ci ritrovammo, nelle rispettive classi, a sperare irragionevolmente che il professor Knight facesse un annuncio. 
Il terzo messaggio era scritto a macchina, su un foglio di carta da lettere decorato con un enorme HELLO color verde avocado.
Poich siamo una confraternita di spiriti affini, intendiamo concederle un'ultima possibilit. E visto che lei non ha esaudito la nostra precedente richiesta, con la presente torniamo a formularla. Chiediamo dunque: il riconoscimento ufficiale della nostra organizzazione attraverso il sistema di amplificazione alle 2,59 di mercoled 17 marzo. Se lei acconsentir, gioved mattina l'asta sar di nuovo al suo posto.
U.N.C.L.E.
Confezionammo anche una bandiera della U.N.C.L.E. con una federa e del nastro isolante nero, e la issammo in cima all'asta col favore delle tenebre. Ma l'ufficio del preside non not neppure la bandiera finch Kortenhof non la indic con noncuranza a un insegnante - e a quel punto due addetti alla manutenzione vennero mandati fuori a segare il nostro lucchetto e ad ammainare la bandiera pirata - e il professor Knight ignor il messaggio. Ignor il quarto messaggio, che gli offriva due dollari come risarcimento per il lucchetto della scuola. Ignor il quinto messaggio, con il quale ribadivamo l'offerta e smentivamo di aver issato la bandiera per celebrare la festa di San Patrizio.
Alla fine della settimana, gli unici che avevano dimostrato un certo interesse erano gli altri studenti. C'erano state troppe confabulazioni nei corridoi, troppe chiacchiere da parte di Kortenhof. Aggiungemmo un settimo membro solo per comprarne il silenzio. Un paio di ragazze della Comunit mi torchiarono a fondo: Asta della bandiera? Uncle? Possiamo partecipare?
Mentre i mormorii crescevano, e mentre Kortenhof architettava un nuovo piano per uno scherzo molto pi ambizioso ed esemplare, decidemmo di cambiare nome. Manley, che aveva una passione in parte insolente e in parte genuina per l'umorismo stupido, propose il nome DIOTI. Lo scrisse e me lo mostr.
- L'anagramma di idiot?
Manley ridacchi e scosse la testa. - O anche tio, che significa zio in spagnolo, e di, che significa due. U.N.C.L.E. Due. Capito?
- Di-tio.
- Per rimescolato. DIOTI suona meglio.
- Mio Dio, che stupidaggine.
Manley annu con entusiasmo. - Lo so!  proprio un'idea stupida! Non la trovi fantastica?
L'ultimo sabato dell'anno scolastico, a tarda notte, mentre in nove ci riversavamo fuori da due macchine, vestiti di scuro e con un collant scuro in testa, scaricando rotoli di corda e chiudendo la lampo di zaini che contenevano martelli, chiavi, pinze, cacciaviti e mappe personalizzate della scuola, un'auto della polizia gir l'angolo di Selma Avenue e accese il riflettore.
Alla vista della polizia l'istinto, affinato negli anni a furia di sparare fuochi d'artificio in una comunit dove erano proibiti, mi sugger di correre a rifugiarmi nelle tenebre del giardino pi vicino. La met dei DIOTI mi segu, sparpagliandosi con lunghe falcate alle mie spalle. Era passato molto tempo dall'ultima volta che avevo corso in un prato buio senza essere invitato. C'era rugiada dappertutto, e si poteva incontrare un cane, o inciampare in un archetto da croquet. Mi fermai e mi nascosi in un folto di rododendri, dove si era nascosto anche Schroer, il seguace dei Monty Python. 
- Franzen? Sei tu? Stai facendo un baccano tremendo.
Il mio zaino, oltre agli attrezzi, conteneva anche dolcetti di Pasqua, fieno di plastica verde, cinque quartine rimate che avevo battuto a macchina su strisce di carta extralusso, e altri articoli speciali. Quando mi calmai, al posto del mio respiro sentii quello del motore dell'auto della polizia, accompagnato dal mormorio di una discussione. Poi, pi chiaramente, un sussurro strillato: Toppa libera tutti! Toppa libera tutti! La voce apparteneva a Holyoke, una delle nuove reclute, e all'inizio non capii cosa stesse dicendo. Nella mia via, il richiamo equivalente era tana libera per tutti.
- La storia - sussurr Holyoke mentre lo seguivamo verso l'auto della polizia -  che volevamo bloccare una porta. La porta della casa di Gerri Chopin. Stavamo andando dagli Chopin per bloccare la porta. Le corde ci servivano per legare l'anta. E gli attrezzi per togliere i cardini.
- Michael,  una storia senza...
- Perch togliere i cardini se volevamo legare...
- Salve!
- Salve, agente!
Il poliziotto, fermo davanti ai fari dell'auto, esaminava gli zaini e controllava i documenti. - Hai solo questa? La tessera della biblioteca?
- Sissignore.
Guard nella borsa di Peppel. - Cosa ci fai con una fune cos lunga?
- Non  una fune lunga, - disse Peppel. - Sono tante funi corte legate insieme.
Ci fu un breve silenzio.
Il poliziotto ci chiese se sapevamo che era l'una passata.
- S, lo sappiamo, - rispose Manley, facendo un passo avanti e raddrizzando le spalle. Aveva un modo di fare diretto, la cui ironica falsit risultava evidente solo ai coetanei, e mai agli adulti. Madri e insegnanti lo trovavano irresistibile. In particolare mia madre, nonostante Manley avesse i capelli lunghi fino alle spalle. 
- E allora cosa ci fate in giro cos tardi?
Manley chin la testa e confess la nostra intenzione di legare la porta a zanzariera degli Chopin. Il suo tono lasciava intendere che ora capiva, a differenza di cinque minuti prima, quanto quell'idea fosse sciocca e dannosa. Tre o quattro di noi, fermi alle sue spalle, indicarono la casa degli Chopin. Eccola l, la casa degli Chopin, dicemmo.
Il poliziotto guard la porta. Dovevamo sembrare una squadra un po' troppo numerosa, con qualche fune e attrezzo di troppo, per l'impresa di legare una porta a zanzariera, e ci trovavamo a meno di cento metri dalla scuola in piena stagione di scherzi. Ma era il 1976, e noi eravamo bianchi e sobri. - Andate a casa a dormire, - ci disse.
L'auto della polizia segu la station wagon di Kortenhof fino a casa, e l, nella sua stanza, decidemmo di non ritentare quella stessa notte. Se avessimo aspettato fino a marted, avremmo avuto a disposizione un pretesto migliore. Potevamo dire, spiegai, che stavamo osservando un'insolita occultazione stellare da parte del pianeta Marte, e che gli attrezzi ci servivano per montare un telescopio. Insistetti perch tutti memorizzassero l'improbabile nome dell'improbabile stella: NGC 6346.
Il marted notte, per fortuna, il cielo era sereno. Davis fugg di casa saltando da una finestra. Schroer pass la notte da Peppel e lo aiut a spingere la macchina dei genitori fuori portata d'orecchio prima di avviarla. Manley, come al solito, sal semplicemente sulla Opel del padre e venne a prendermi, dopo che mi ero calato dalla finestra della mia stanza e avevo recuperato i pezzi del telescopio finora inutilizzato dai cespugli in cui li avevo nascosti. 
- Andiamo a osservare Marte che occulta NGC 6346, - recit Manley.
Mi sentivo un po' in colpa per quell'abuso dell'astronomia, ma c'era sempre stato qualcosa di ambiguo nel mio rapporto con la natura. Il cinquantenne ufficiale amava i libri di scienza; l'adolescente non ufficiale s'interessava perlopi di teatro. Anelavo a mettere le mani su un pezzo di selenio o rubidio allo stato puro, perch chi altri aveva in casa un pezzo di selenio o rubidio? Ma se un elemento chimico non era raro, colorato, infiammabile o esplosivo, non c'era motivo di rubarlo alla scuola. Mio padre, il mio alleato razionale, che dichiarava di aver sposato mia madre perch era brava a scrivere, e credevo che una persona brava a scrivere sapesse fare tutto, e che da allora era sempre stato infastidito dalla sua natura romantica, mi consigliava di diventare uno scienziato e mi sconsigliava i voli pindarici. Una volta, come regalo di Natale, mi costru un vero banco di lavoro, e per un po' mi divertii a immaginare di tenere un taccuino pi accurato. Il mio primo e ultimo esperimento fu quello di isolare il nylon puro sciogliendo un brandello di collant dentro un crogiolo. Poi mi interessai all'astronomia, e anche quella passione la coltivai finch si trattava solo di leggere libri; quei libri, per, riproducevano pagine dai quaderni di astronomi dilettanti, il cui metodico esempio non avrei potuto seguire neppure per un minuto. Io volevo solo vedere cose belle.
Percorrendo con Manley le strade spettrali di Webster Groves, mi commossi proprio come quando, da bambino, mi commuovevo per la neve, per il suo incantesimo che trasfigurava le superfici pi banali. Le lunghe file di case buie, con il fioco riflesso della luce dei lampioni sulle finestre, erano immobili come cavalieri in armatura prigionieri di un sortilegio. Era proprio come Tolkien e C. S. Lewis avevano promesso: esisteva davvero un altro mondo. La strada deserta che sbiadiva in una foschia lontana proseguiva davvero all'infinito. Quando nessuno guardava, potevano accadere cose insolite.
Sul tetto della scuola, Manley e Davis raccolsero le corde per calarsi lungo i muri esterni, mentre Kortenhof e Schroer andarono verso la palestra, con l'intenzione di entrare attraverso un'alta finestra e scendere sopra un mucchio di tappeti elastici. Gli altri DIOTI si infilarono dentro una botola, percorsero un passo d'uomo e uscirono in un ripostiglio del laboratorio di biologia. 
Le nostre mappe mostravano l'ubicazione delle circa trenta campanelle che avevamo individuato perlustrando la scuola. Erano quasi tutte grosse come mezze noci di cocco, ed erano installate nei corridoi. Un giorno, all'ora di pranzo, avevamo issato Kortenhof all'altezza di una campanella, e lui l'aveva neutralizzata svitando il disco e rimuovendo il battaglio - un cilindro di metallo scuro come grafite e spesso come una matita - dal suo alloggiamento elettromagnetico. Ora ci dividemmo in due squadre da due e andammo a zittire le altre campanelle e raccogliere i battagli.
Io avevo le mie strisce di carta e lavoravo da solo. In un corridoio del primo piano, situato fra due armadietti all'altezza del ginocchio, c'era un piccolo buco misterioso con un coperchio metallico munito di cardini. Il buco comunicava con oscuri recessi scolastici. Io e Manley avevamo passato molti momenti oziosi a parlarci dentro e ad aspettare una risposta. 
A casa, nel mio laboratorio, avevo arrotolato ben stretta una delle strisce di carta e l'avevo sigillata dentro un tubo di vetro con il becco Bunsen, poi avevo legato un pezzo di spago intorno al tubo e l'avevo fissato con lo scotch. Ora calai quella fiala nella piccola tana di coniglio e la guardai scomparire. Poi legai lo spago al cardine e chiusi il coperchio metallico. Sulla striscia di carta avevo scritto una quartina burlesca:
La base di una veneziana
Contiene un altro indizio.
La biblioteca  prossima a una sala
(Non  che l'inizio).
Nella veneziana c'era un'altra poesia burlesca che avevo piazzato l durante l'orario scolastico:
Un altro indizio  dietro la piastra
Che troverai se cerchi a occidente 
Della grande porta antincendio 
Alla stanza tre sei cinque adiacente.
Andai a svitare la piastra della porta antincendio e attaccai un'altra striscia al legno sottostante:
Un indizio libresco per finire
E poi vi fornir tutte le prove.
Il libro  The Little Book of Bells;
Il codice  sette otto nove.
C'erano altre quartine nascoste sopra una luce d'emergenza, arrotolate dentro uno schermo di proiezione, e infilate in un libro della biblioteca intitolato Your School Clubs. Alcune avevano bisogno di una revisione, ma nessuno pensava che fossero una merda. La mia idea era di stregare la scuola per il professor Knight, regalandogli un edificio reso temporaneamente misterioso e pieno di possibilit; e stavo scoprendo proprio in quel momento che la scrittura era un mezzo per raggiungere quello scopo. 
Nei due mesi precedenti, gli studenti dei cinque corsi di fisica della scuola avevano scritto e prodotto una farsa su Isaac Newton, The Fig Connection 4. Io avevo co-presieduto il comitato di scrittura con una bella ragazza dell'ultimo anno, Siebert, nei confronti della quale avevo presto sviluppato un forte sentimento di stagnazione. Siebert era un maschiaccio in salopette capace di accamparsi all'aperto, ma era anche un'artista che disegnava e scriveva con facilit e aveva le mani macchiate di carboncino e pittura acrilica, ed era anche una ragazza femminile e seducente che ogni tanto si scioglieva i capelli e indossava una gonna a vita alta. Io la desideravo per intero, e detestavo gli altri ragazzi che desideravano solo una delle sue parti. La nostra farsa ricevette un'accoglienza cos calorosa che un'insegnante di letteratura ci sugger di provare a pubblicarla. Proprio come alle medie era andato tutto per il verso sbagliato, cos adesso, d'un tratto, stava andando tutto a gonfie vele. 
Verso le tre, i DIOTI si ritrovarono sul tetto con il bottino: venticinque battagli e cinque dischi di metallo, questi ultimi audacemente svitati dalle campanelle pi grandi fissate in alto sulle pareti. Legammo insieme i battagli con un nastro rosa, riempimmo i dischi pi grandi con il fieno di plastica e i dolcetti di Pasqua, sistemammo i battagli e i dischi pi piccoli nel fieno, e nascondemmo tutto quanto dentro il passo d'uomo. Peppel e Schroer furono quelli che faticarono di pi per tornare a casa, dovendo spingere la macchina di Peppel su per una collina e lungo il vialetto d'accesso. Io mi intrufolai in casa con meno cautela del solito. Quasi non mi importava di venire Beccato; per una volta, avevo qualcosa che non potevano portarmi via. 
E tornare a scuola quattro ore dopo e vederla cos affollata dopo averla vista cos vuota: un assaggio di cosa avrei provato nel vedere vestita, alla luce del giorno, la prima persona che avesse dormito nuda al mio fianco. 
E poi il silenzio, alle otto e un quarto, quando le campanelle avrebbero dovuto suonare e invece tacquero: quella muta trasformazione della realt quotidiana, quell'applauso di una mano sola, quella splendida assenza, somigliavano alla poesia che volevo imparare a scrivere.
Al termine della prima ora, gli altoparlanti della classe diffusero la voce di un insegnante che annunciava un guasto alle campanelle. Pi tardi, nel corso della mattinata, l'insegnante cominci ad annunciare non solo l'ora ma anche, stranamente, la temperatura. Il caldo estivo entrava dalle finestre aperte, e senza il solito scampanellio da cortile di prigione la gente nei corridoi sembrava sbandata, il confine delle ore incerto.
A pranzo, Manley port buone notizie: il professor Knight non faceva personalmente gli annunci perch stava seguendo gli indizi. Manley l'aveva spiato dal primo piano, sbirciando dentro la tana di coniglio. Malgrado il tono familiare che assumevamo con lui, pochissimi dei DIOTI, e di certo non io, avevano scambiato qualche parola con il professor Knight. Era l'Autorit ideale, distante, benevola e assurda, e fino a quel momento il pensiero che potesse venire a giocare con noi era rimasto puramente ipotetico. 
L'unica ombra della giornata riguard un altro mio Congegno che non aveva funzionato. Davis mi chiam dopo la scuola per riferirmi che il professor Knight aveva perso la fiala di vetro nella tana di coniglio. Un'astuta insegnante di letteratura, la stessa che ci aveva incoraggiati a pubblicare la nostra commedia, aveva promesso a Davis l'anonimato in cambio dell'indizio perduto. Glielo recitai al telefono, e il mattino dopo le campanelle tornarono a funzionare. Kortenhof, che aveva fatto stampare duecento adesivi con la scritta DIOTI, usc con Schroer in pieno giorno nel parcheggio degli insegnanti e appiccic gli adesivi su tutti i paraurti. 
Quell'estate mia cugina Gail, l'unica figlia dei miei zii, mor al volante della sua auto in West Virginia. La madre di mia madre stava morendo di un'affezione epatica a Minneapolis, e io divenni morbosamente consapevole delle cinquantamila testate nucleari presenti sul pianeta, diverse dozzine delle quali puntate contro St Louis. Percepivo le mie polluzioni notturne come qualcosa di apocalittico, come se mi stessero strappando un organo vitale. Una notte venni svegliato dal violento fragore di un tuono e mi convinsi che era arrivata la fine del mondo. 
Era l'estate pi bella della mia vita. Una serie infinita di piaceri, continuava a ripetere mio padre. Rimasi ammaliato da Robert Pirsig e Wallace Stevens, e cominciai a scrivere poesie. Di giorno, io e Siebert giravamo e montavamo un dramma storico in Super 8 con Davis e Lunte, e di notte dipingevamo una giungla rousseauiana sul muro della scuola. Eravamo solo amici, per il momento, ma ogni serata che trascorrevamo insieme era una serata che lei non trascorreva con altri ragazzi. Il giorno del suo compleanno, in luglio, mentre usciva di casa, io e altri due le saltammo addosso da dietro, le bendammo gli occhi, le legammo i polsi e la caricammo sul sedile posteriore dell'auto di Lunte. C'era una festa a sorpresa che l'aspettava in riva al fiume, sotto un cavalcavia dell'interstatale, e alle sue domande sempre pi querule - Jon? Chris? Ragazzi? Siete voi? - continuammo a non rispondere finch Lunte non raggiunse i settanta chilometri all'ora in una zona dove erano obbligatori i cinquanta. Il poliziotto che ci ferm ci diede l'ordine di sbendare Siebert. Quando le chiese se ci conosceva, Siebert ci pens qualche istante prima di rispondere s.
In agosto Siebert part per il college, e ci mi permise di idealizzarla da lontano, di comunicare con lei quasi solo per iscritto, di concentrare i miei sforzi su nuovi progetti teatrali, e di uscire occasionalmente con qualcun'altra. Alla fine dell'autunno, un editore acquist The Fig Connection per cento dollari, e io dissi ai miei genitori che volevo fare lo scrittore. Non furono contenti di saperlo. 
Avevo cominciato a tenere un diario, e stavo scoprendo di non aver bisogno della scuola per sperimentare la miseria delle apparenze. Potevo procurarmi un atroce imbarazzo nell'intimit della mia camera da letto, semplicemente leggendo ci che avevo scritto sul diario il giorno prima. Quelle pagine mi rimandavano indietro un'immagine fatta di fraudolenza, pomposit e immaturit. Leggendole provavo un disperato bisogno di cambiare, di sentirmi meno idiota. Come aveva sottolineato George Benson in Then Joy Breaks Through, l'esperienza della crescita e della realizzazione di s, e persino quella della gioia estatica, erano processi naturali, accessibili ai credenti come ai non-credenti. E cos dichiarai la mia guerra privata alla stagnazione, e mi dedicai privatamente alla crescita personale. Adesso la Relazione Autentica che desideravo era quella con la pagina scritta. 
A un incontro della domenica sera, il gruppo della Comunit fece un esercizio per il quale bisognava disporsi in una fila diagonale da un angolo all'altro della sala. Un angolo rappresentava il Cuore, l'altro il Cervello. Com'era prevedibile, quasi tutti si precipitarono verso l'angolo del Cuore, accalcandosi e abbracciandosi affettuosamente. Un numero molto inferiore di persone, fra cui Symes, si collocarono al centro della fila. In fondo, nell'angolo del Cervello, lontani da tutti gli altri, io e Manley ci piazzammo fianco a fianco e guardammo la gente del Cuore con aria di sfida. Era strano che mi definissi tutto Cervello, quando il mio cuore era pieno d'amore per Manley. Pi che strano: era ostile. 
Come primo scherzo dell'anno nuovo, i DIOTI tinsero un lenzuolo matrimoniale con la tecnica del batik, e lo appesero sopra l'ingresso principale della scuola il mattino in cui la commissione di accreditamento della North Central Association venne a ispezionare la scuola. Costruii un Congegno che comprendeva due leve di lamiera, una puleggia, e una corda che correva lungo il tetto e penzolava gi davanti a una finestra del secondo piano affacciata sul cortile. Il luned mattina, quando tirammo la corda, non successe nulla. Davis dovette uscire, arrampicarsi sul tetto in pieno giorno e srotolare lo striscione a mano. C'era scritto I DIOTI DANNO IL BENVENUTO ALLA NCA.
Per tutto l'inverno, vari sottogruppi dei DIOTI organizzarono scherzi collaterali pi piccoli. Io avevo una propensione per le scene in costume con pistole giocattolo. Davis e Manley continuarono ad arrampicarsi sugli edifici, passando, in un normale sabato sera, dai doccioni della torre campanaria dell'Eden Seminary ai tetti della Washington University, e infine alla cucina della chiesa presbiteriana, dove gli intrusi potevano servirsi dei biscotti della domenica appena sfornati.
Per il grande scherzo di primavera scegliemmo come vittima una delle mie insegnanti preferite, la professoressa Wojak, perch la sua stanza si trovava al centro del primo piano e aveva il soffitto molto alto, e perch si diceva che avesse denigrato i DIOTI. Un mercoled notte, io e altri otto impiegammo quattro ore per togliere le scrivanie da trenta stanze, portarle tutte al piano di sotto, spingerle lungo i corridoi e ammassarle una sopra l'altra dentro la stanza della professoressa Wojak, ingombrandola dal pavimento al soffitto. In alcune stanze c'era una soprapporta, attraverso la quale Manley o Davis riuscirono a intrufolarsi. Per entrare nelle altre, togliemmo i cardini dalla porta dell'ufficio centrale e ci servimmo delle chiavi che gli insegnanti lasciavano abitualmente nelle cassette della posta. Dato che avevo cinquant'anni oltre che diciassette, avevo insistito perch ci portassimo dietro pennarelli e nastro adesivo di carta e scrivessimo il numero della stanza sopra tutte le scrivanie prima di spostarle, per facilitare il lavoro di rimetterle a posto. Malgrado ci, ci rimasi male nel vedere il terribile caos che avevamo creato nella stanza della professoressa Wojak. Pensai che potesse sentirsi presa di mira, e cos scrissi le parole POSIZIONE CENTRALE sulla lavagna. Fu l'unica cosa che scrissi per i DIOTI quella primavera. Non m'importava pi del professor Knight; il lavoro era tutto ci che contava.
Durante la cerimonia per la consegna dei diplomi, nel campo da football, il supervisore delle scuole raccont la storia delle scrivanie e cit le etichette di nastro adesivo come dimostrazione di un nuovo spirito di responsabilit della giovent contemporanea. I DIOTI avevano nascosto uno striscione d'addio, dipinto a batik con i colori della scuola, dentro la base del tabellone segnapunti, ma il Congegno che avevo costruito per sganciarlo non aveva funzionato bene durante le prove della notte, e qualche vigile funzionario scolastico aveva tagliato il cavo di sgancio prima che Holyoke, travestito con un completo da pescatore e un paio di occhiali scuri, arrivasse a tirarlo. Dopo la cerimonia avrei voluto dire ai miei genitori che era ufficiale: ero io l'artefice del nuovo spirito di responsabilit della giovent contemporanea. Ma naturalmente non potevo dirlo, e cos tacqui.
Quell'estate mi aspettavo di cominciare a bere e fare sesso. Siebert era tornata dal college da sola (la sua famiglia si era trasferita in Texas), e avevamo gi fatto un po' di stagnazione spinta sul divano del soggiorno di sua nonna. Ora Lunte e la sua famiglia erano in procinto di partire per due mesi di vacanza in campeggio, durante i quali Siebert si sarebbe trasferita a casa loro. Sarebbe stata sola in casa tutte le notti, per due mesi.
Entrambi trovammo un impiego in citt, e il primo venerd Siebert non si present al nostro appuntamento per il pranzo. Passai il pomeriggio a chiedermi se, come con Merrell, non stessi diventando troppo pesante. Ma quella sera, mentre cenavo con i miei genitori, Davis venne a portarmi la notizia: Siebert era al St Joseph's Hospital con la schiena rotta. La sera prima aveva chiesto a Davis di portarla in cima alla torre campanaria dell'Eden Seminary, ed era caduta da un pluviale a dieci metri da terra. 
Mi venne da vomitare. E tuttavia, mentre cercavo di afferrare appieno la notizia, il pensiero pi incalzante era che i miei genitori la stavano ricevendo direttamente, prima che potessi edulcorarla a loro beneficio. Avevo la sensazione che io e i miei amici fossimo stati Beccati in un modo nuovo, ampio e irrevocabile. Mia madre ascoltava Davis con il suo cipiglio pi truce. Aveva sempre preferito l'eloquente Manley al rozzo Davis, e non aveva mai gradito molto neppure Siebert. Ora la sua disapprovazione era raggiante e totale. Mio padre, al quale Siebert era simpatica, era cos sconvolto che stava per piangere. - Non capisco cosa ci facevate sul tetto, - disse.
- Be', ecco, comunque, - rispose penosamente Davis, - lei non era ancora salita sul tetto. Io ero sul tetto e le stavo porgendo la mano per cercare, sa, di aiutarla.
- Ma Chris, Dio mio, - grid mio padre. - Perch vi stavate arrampicando sul tetto dell'Eden Seminary?
Davis mi parve un po' scocciato. Aveva fatto la cosa giusta venendo a dirmelo di persona, e adesso, per tutta ricompensa, i miei genitori lo stavano torchiando. - Be', ecco, comunque, - disse, - mi ha telefonato ieri sera e voleva, tipo, che la portassi in cima alla torre. Io volevo usare la corda, ma lei  un'ottima arrampicatrice. Non l'ha voluta.
- C' una bella vista dalla torre, - azzardai. - Si pu vedere tutto intorno.
Mia madre mi guard severamente. - Ci sei salito anche tu?
- No, - risposi, e per caso era vero.
- Non capisco proprio, - disse mio padre. 
Mentre andavamo all'Eden Seminary a bordo della sua Pinto, Davis mi raccont di essersi arrampicato sul pluviale prima di Siebert. Il pluviale era solido e ben ancorato al muro, e Siebert non aveva avuto problemi a seguire Davis fino alla grondaia. Se solo avesse allungato la mano, disse Davis, lui avrebbe potuto afferrarla e tirarla su fino al tetto. Ma doveva essersi spaventata, e prima che lui potesse aiutarla le si era appannato lo sguardo, aveva buttato indietro le braccia ed era precipitata per quasi otto metri, cadendo di schiena nel giardino del seminario. Il tonfo, disse Davis, era stato orribile. Poi lui stesso, senza riflettere, senza neppure calarsi dalla grondaia, aveva fatto un salto di nove metri, attutendo la caduta con un ruzzolone come aveva imparato saltando da altezze inferiori. Siebert gemeva. Davis corse a bussare alle finestre illuminate pi vicine, gridando di chiamare un'ambulanza.
L'erba alla base del pluviale era meno calpestata di quanto immaginassi. Davis indic il punto dove il personale medico d'emergenza aveva sistemato Siebert sopra un giaciglio rigido. Mi costrinsi ad alzare lo sguardo verso la grondaia. Quella sera, all'Eden Seminary, l'aria era insensatamente tiepida e fragrante. Il canto degli uccelli risuonava nel crepuscolo sotto le foglie tenere delle querce, le finestre gotiche si illuminavano di luci protestanti.
- Sei saltato gi da l? - dissi.
- S,  stata una vera idiozia.
Siebert, come scoprimmo in seguito, era stata fortunata ad atterrare di schiena. Aveva due vertebre fracassate, ma i nervi erano intatti. Rest in ospedale per sei settimane, e io andai a trovarla tutte le sere, a volte con Davis, pi spesso da solo. Io e un amico chitarrista scrivemmo canzoni ispirate e gliele cantammo durante i temporali. Fu un'estate cupa. Mi sdraiavo sul tavolo da biliardo dei Lunte con lo stomaco pieno di rum, Lwenbru, Seagram's e vino di more, e guardavo il soffitto vorticare. Non odiavo me stesso, per odiavo l'adolescenza, odiavo perfino sentirla nominare. In agosto, dopo che i genitori di Siebert l'ebbero portata in Texas con un ingombrante busto ortopedico e una caterva di antidolorifici, uscii con la ragazza che avevo frequentato in primavera. Stando al mio diario, ce la spassammo parecchio.
 pi facile godere dell'adolescenza se non si ha coscienza di s, ma purtroppo la coscienza di s  un sintomo imprescindibile dell'adolescenza. Anche quando ci succede qualcosa di importante, anche quando il nostro cuore patisce o esulta, anche quando siamo impegnati a costruire le basi della personalit, arriva sempre il momento in cui riconosciamo che quella non  la vera storia. Se non moriamo prima, la vera storia ci aspetta nel futuro. Questa crudele mistura di consapevolezza e irrilevanza, questo vuoto interiore, bastano da soli a spiegare il motivo di tanta rabbia. Siamo infelici e pieni di vergogna se non diamo importanza ai nostri problemi adolescenziali, ma siamo stupidi se gliela diamo. Questo era il doppio legame dal quale il nostro gioco con il professor Knight, il nostro prendere tanto sul serio una cosa tanto inutile, ci aveva regalato una miracolosa tregua di quindici mesi.
Ma quando comincia la vera storia? Oggi, a quarantacinque anni, ringrazio quasi ogni giorno di essere diventato l'adulto che speravo di diventare quando ne avevo diciassette. Rinforzo le braccia in palestra; sono ormai piuttosto bravo con gli attrezzi. Nello stesso tempo, quasi ogni giorno perdo una battaglia con il diciassettenne che vive ancora dentro di me. Mangio mezza scatola di Oreo per pranzo, faccio abbuffate di televisione, esprimo schiaccianti giudizi morali, giro per la citt con i jeans strappati, bevo martini il marted sera, guardo le modelle scollacciate delle pubblicit della birra, definisco sfigato ogni gruppo a cui non posso appartenere, quando vedo un Range Rover sento l'impulso di graffiare la portiera con una chiave e di tagliare le gomme; faccio finta di essere immortale.
Il doppio legame, il problema della consapevolezza unita all'insignificanza, non sparisce mai. Non smettiamo mai di aspettare che la vera storia cominci, perch l'unica vera storia, alla fine,  la morte. Lungo il cammino, tuttavia, il professor Knight riappare di continuo: il professor Knight nelle vesti di Dio, il professor Knight nelle vesti della storia, il professor Knight nelle vesti del governo, del fato o della natura. E il gioco dell'arte, cominciato come tentativo di attirare l'attenzione del professor Knight, in conclusione diventa fine a se stesso, e noi lo pratichiamo con una seriet che ne riscatta la fondamentale inutilit e che viene a sua volta riscattata da essa. 
Per un inesperto nativo del Midwest trasferitosi sulla frenetica costa orientale, il college si rivel una replica delle medie. Riuscii a fare amicizia con qualche altro cuore solitario, ma gli unici scherzi nei quali fui coinvolto erano apertamente sadici - lanciare cubetti di gelatina contro una delle ragazze pi carine, trascinare una sbarra lunga due metri e mezzo nella stanza di due compagni meglio inseriti di me. Manley e Davis non sembravano molto pi contenti nelle rispettive scuole; fumavano un sacco di marijuana. Lunte si era trasferito a Moscow, nell'Idaho. Holyoke, ancora membro dei DIOTI, organizz un ultimo scherzo che prevedeva un'aula colma di giornali accartocciati fino alla vita.
Siebert torn a St Louis l'estate successiva, non pi dolorante e vestita come Annie Hall, e lavor con me a una farsa su un ispettore di polizia nell'India coloniale. I miei sentimenti nei suoi confronti erano un caos adolescenziale di ama-e-ripensaci, di impegnati-e-mantieniti-libero. Furono Manley e Davis a portarmi fuori a colazione per il mio compleanno, l'ultimo mattino d'estate. Vennero a prendermi con la macchina di Davis, sulla quale avevano caricato anche un bastone bianco, il cocker tonto di Davis, Goldie, e un paio di occhialini da nuoto intinti nella vernice nera. Mi invitarono a indossarli, poi mi diedero il bastone e il guinzaglio di Goldie e mi portarono alla Casa della Frittella, dove li divertii mangiando un mucchio di frittelle come se fossi cieco. 
Dopo la colazione depositammo Goldie a casa di Davis e cominciammo a percorrere le arterie cittadine nel caldo torrido di agosto. Immaginai che fossimo diretti al Gateway Arch, sul lungofiume, e infatti andammo proprio l. Attraversai coraggiosamente l'atrio sotterraneo facendo ticchettare il bastone, mentre il mio udito si acuiva un minuto dopo l'altro. Davis compr i biglietti per salire in cima all'Arco, mentre Manley mi incitava a toccare un bronzo di Remington, un cavallo impennato. Un uomo alle nostre spalle disse con voce brusca: - Per favore non toccate il... Oh. Oh. Mi scusi.
Io allontanai le mani.
- No, no, la prego, faccia pure.  un Remington originale, ma la prego, lo tocchi.
Rimisi le mani sopra il bronzo. Quello stupido di Manley scapp da qualche parte a ridacchiare con Davis. Le mani della guardia guidarono le mie. - Senta i muscoli sul petto del cavallo, - mi esort.
Indossavo un paio di occhialini da nuoto deturpati. Il mio bastone era una bacchetta di mezzo centimetro di diametro, dipinta con una mano di vernice bianca. Mi girai, pronto ad andarmene.
- Aspetti, - disse la guardia. - Voglio mostrarle delle cose bellissime.
- Um.
Mi prese per un braccio e mi condusse all'interno del Museum of Westward Expansion. Il suo tono divenne ancora pi gentile. - Da quanto tempo... ha perso la vista?
- Da non molto, - risposi.
- Tocchi questo tepee -. Mi guid la mano. - Sono pelli di bisonte rasate. Ecco, mi dia il bastone.
Entrammo nel tepee, e per cinque interminabili minuti accarezzai docilmente pellicce, tastai utensili, annusai ceste intrecciate. Non avevo chiuso occhio tutta la notte, e ingannare quell'uomo mi sembrava un crimine sempre pi grave con il passare dei minuti. Quando fuggii dal tepee e ringraziai la guardia, ero madido di sudore.
In cima all'Arco uscii finalmente dalla cecit e vidi: foschia, luce abbagliante, chiatte cariche di carbone, il Busch Stadium, un fiume color diarrea. Manley alz le spalle e guard il pavimento metallico. - Speravamo che saresti riuscito a vedere un po' di pi, da qua sopra, - disse.
Capitava spesso che il giorno del mio compleanno coincidesse con l'arrivo del primo fronte freddo di fine estate. Il pomeriggio seguente, quando io e i miei genitori ci mettemmo in viaggio verso est per andare a un matrimonio a Fort Wayne, il cielo era terso come cristallo. I giganteschi campi dell'Illinois, con il grano quasi maturo, ondeggiavano nella luce dorata che arrivava da dietro le nostre spalle. L'aria, rinfrescata dal passaggio sopra il Canada, portava con s il sapore della vita che ci circondava. E come sembravano vuote le fattorie in una luce cos perfetta! Come sembravano impazienti di essere mietuti, i campi di grano scossi dal vento! E com'erano platonicamente verdi i cartelli ufficiali per Effingham! (Il nome non ufficiale, presunsi, era Fuckingham). La stagione era cambiata nell'arco di una notte, e io leggevo libri migliori e cercavo di scrivere tutti i giorni, ricominciando da zero, per conto mio.
Mio padre superava costantemente il limite di velocit di sei chilometri all'ora. Mia madre parl dal sedile posteriore. - Cos'hai fatto ieri con Chris e Ben?
- Niente, - risposi. - Siamo andati a fare colazione.
1Com' strana la vita | Si gira pagina... Mi vien voglia di piangere. Dalla canzone dei Moody Blues Isn't Life Strange[Nota del traduttore].
2La serie in questione  The Man from U.N.C.L.E., nota in Italia come Organizzazione U.N.C.L.E. [Nota del traduttore].
3Chiediamo con rispetto che lei riconosca ufficialmente la nostra organizzazione marted alle 14,30, cominciando con le parole Insegnanti, scusate l'interruzione...Se far come diciamo, restituiremo l'asta mercoled. U.N.C.L.E.[Nota del traduttore].
4La pista del fico [Nota del traduttore].

La lingua straniera.

Man wird mich schwer davon berzeugen, da die Geschichte des verlorenen Sohnes nicht die Legende dessen ist, der nicht geliebt werden wollte 1.
RILKE, I quaderni di Malte Laurids Brigge
Rotwerden, Herzklopfen, ein schlechtes Gewissen: das kommt davon, wenn man nicht gesndigt hat 2. 
KARL KRAUS
Venni introdotto alla lingua tedesca da una ragazza bionda, Elisabeth, che nessuna parola meno enfatica di voluttuosa potrebbe descrivere adeguatamente. Era l'estate del mio decimo compleanno, e dovevo sederle accanto sul divanetto della veranda e leggere a voce alta da un testo elementare in tedesco - un libro poco invitante sulla vita domestica in Germania, con un antiquato carattere gotico e spaventose incisioni, preso in prestito dalla biblioteca del quartiere - mentre lei si chinava su di me, tenendomi il libro aperto in grembo e indicando le parole che avevo pronunciato male. Aveva diciannove anni, portava gonne straordinariamente corte e magliette straordinariamente aderenti, e l'obnubilante vicinanza dei suoi seni e la grande estensione australe delle sue gambe nude mi riuscivano insopportabili. Seduto accanto a lei, mi sentivo un claustrofobo dentro un ascensore affollato, una persona con una grave sindrome delle gambe senza riposo, un paziente sottoposto a trapanazione prolungata nello studio del dentista. Le sue parole, proprio perch prodotte dalle sue labbra e dalla sua bocca, erano portatrici di un'intimit imbarazzante, e la stessa lingua tedesca, in confronto all'inglese, sembrava umida, uscita da una gola profonda. (Com'era casto il nostro bad, e com'era carnale il loro schlecht). Mi allontanavo, ma lei tornava ad avvicinarsi; mi spostavo a poco a poco lungo il divanetto, ma lei mi veniva dietro. Il mio disagio era cos profondo che non riuscivo a concentrarmi neppure per un minuto, e quello era il mio unico conforto: di solito, durante quei pomeriggi, lei perdeva rapidamente la pazienza.
Elisabeth era la sorella minore della moglie del produttore di attrezzature ferroviarie austriaco che mio padre aveva aiutato a entrare nel mercato americano. Era venuta da Vienna, su invito dei miei genitori, per fare pratica con l'inglese e vivere a contatto con una famiglia americana; nutriva inoltre la segreta speranza di esplorare le nuove libert che in Europa si diceva stessero dilagando nel nostro paese. Quelle nuove libert, purtroppo, non erano accessibili in casa nostra. Elisabeth venne alloggiata nella stanza lasciata libera da mio fratello Bob, affacciata su un sudicio cortile di cemento dove Speckles, il cane da caccia pezzato dei vicini, abbaiava tutto il pomeriggio. Mia madre era costantemente al suo fianco, la portava a pranzo con le amiche, allo zoo di St Louis, allo Shaw's Garden, al Gateway Arch, al Muny Opera e alla casa di Tom Sawyer, su a Hannibal. Come diversivo da quelle amorevoli cure, Elisabeth aveva solo la compagnia di un ragazzino di dieci anni, a sua volta afflitto da mancanza di libert.
Un pomeriggio, sulla veranda, Elisabeth mi accus di non voler imparare. Quando negai, lei ribatt: Allora perch ti giri sempre a guardar fuori? C' qualcosa laggi che io non vedo? Non potevo risponderle. Non avevo mai collegato consciamente il suo corpo con il mio disagio - mai formulato nella mia testa parole come seno, coscia o sconcio, mai associato la sua presenza da schianto alle chiacchiere che ultimamente avevo cominciato a sentire nel cortile della scuola (Andiamo a Tettysburgh in poppiera per correre al capezzolo di una zinna malata...) Sapevo solo che mi faceva sentire in un modo che non mi piaceva, e che tutto questo per lei era frustrante: mi stava rendendo un cattivo studente, e io la stavo rendendo una cattiva insegnante. Nessuno dei due poteva essere pi lontano da ci che l'altro desiderava. Alla fine dell'estate, dopo la partenza di Elisabeth, non spiccicavo una parola di tedesco. 
A Chicago, dove sono nato, la nostra casa confinava da un lato con quella di Floyd e Dorothy Nutt. Dall'altro lato c'era una coppia anziana, che aveva un nipote di nome Russie Toates. La prima occasione di divertimento della mia vita, a quanto ricordo, mi vide indossare un nuovo paio di stivali di gomma rossi e, istigato da Russie, che aveva uno o due anni pi di me, calpestare un enorme cumulo di cacca di cane color marrone-arancio, scivolandoci sopra e prendendola a calci. Il divertimento fu memorabile perch seguito da una punizione immediata e severa.
Avevo da poco compiuto cinque anni quando ci trasferimmo a Webster Groves. Il mattino del primo giorno d'asilo, mia madre mi fece sedere e mi spieg perch era importante che smettessi di succhiarmi il pollice, e io afferrai perfettamente il concetto e non infilai mai pi il pollice in bocca, anche se poi fumai sigarette per vent'anni. La prima cosa che il mio amico Manley mi sent dire all'asilo fu la risposta a qualcuno che mi aveva invitato a partecipare a un gioco. - Preferirei non giocare, - dissi.
Quando avevo otto o nove anni, commisi una trasgressione che per buona parte della mia vita mi sembr la cosa pi vergognosa che avessi mai fatto. Una domenica, dopo aver ottenuto il permesso di uscire di casa dopo cena, e non avendo trovato nessuno con cui giocare, bighellonai fino alla casa accanto alla nostra. I vicini stavano ancora cenando, ma vidi le loro due figlie, una un po' pi grande e l'altra un po' pi piccola di me, che giocavano in soggiorno mentre aspettavano il dolce. Le due bambine mi adocchiarono, andarono a piazzarsi davanti alle tende scostate e si misero a guardarmi attraverso la finestra e la controfinestra. Non potevano sentirmi, ma io volevo intrattenerle, e cos cominciai a ballare, saltellare, piroettare, mimare e fare smorfie buffe. Loro si godevano lo spettacolo. Mi incitarono ad assumere pose sempre pi estreme e ridicole, e per un po' continuai a divertirle, ma a un certo punto percepii un calo di attenzione, e non mi venne in mente nessuna nuova stramberia che superasse le altre, e inoltre non potevo sopportare di perdere la loro attenzione, e cos, d'impulso - ero completamente su di giri -, mi tirai gi i pantaloni.
Le due bambine si coprirono la bocca con le mani in un allegro gesto di finto orrore. Capii subito di aver fatto una cosa orribile. Tirai su i pantaloni e corsi gi per la collina, oltre casa nostra, fino a un'isola spartitraffico erbosa dove potei nascondermi fra le querce e superare la prima e peggiore ondata di vergogna. Negli anni e decenni successivi, ripensandoci, mi sembr che perfino allora, a distanza di pochi minuti dal mio gesto, mentre sedevo sotto le querce, non riuscissi a ricordare se mi fossi tirato gi anche le mutande insieme ai pantaloni. Quel vuoto di memoria mi tormentava, e nello stesso tempo non mi interessava affatto. Mi era stato concesso - e avevo a mia volta concesso alle figlie dei vicini - di gettare un rapido sguardo sulla persona che rischiavo continuamente di diventare. Quella persona era la cosa peggiore che avessi mai visto, ed ero deciso a non lasciarla uscire mai pi.
Stranamente prive di vergogna, per contrasto, erano le ore che trascorrevo esaminando riviste sconce. Lo facevo pi che altro dopo la scuola, con il mio amico Weidman che aveva scovato alcuni Playboy nella camera dei genitori, ma un giorno, nel periodo delle medie, mentre ficcanasavo in un cantiere edile, entrai in possesso di una rivista tutta mia. Si intitolava Rogue, e i precedenti proprietari avevano strappato via la maggior parte delle foto. L'unico servizio fotografico rimasto ritraeva un'orgia di cibo lesbica, che consisteva di banane, torta al cioccolato, grandi quantit di panna montata e quattro tristi ragazze dai capelli flosci in pose cos palesemente fasulle che perfino io, un tredicenne di Webster Groves, capii che il concetto di orgia di cibo lesbica non mi sarebbe mai tornato utile. 
E comunque le foto, anche quelle pi efficaci delle riviste di Weidman, erano un po' troppo per me. Quello che mi piaceva di Rogue erano le storie. Ce n'era una artistica, con dialoghi notevoli, su una ragazza liberata di nome Little Charlie che cerca di convincere l'amico Chris a donarle la propria verginit; in un affascinante scambio di battute, Chris dichiara (sarcasticamente?) di volersi conservare per la madre, e Little Charlie lo rimprovera: Charlie, che idea morbosa. Un'altra storia, intitolata Stupro alla rovescia, aveva come protagonisti due autostoppiste, una pistola, un devoto padre di famiglia, una stanza di motel e una messe di frasi indimenticabili, tra cui facciamolo salire sul letto, succhiando forsennatamente, e Vuoi sempre rimanere fedele alla tua mogliettina?, lo schern lei. La mia storia preferita era un classico del genere: una hostess, Miss Trudy Lazlo, si china su un passeggero di prima classe di nome Dwight offrendogli una bella veduta delle sue tette bianche e burrose, e lui lo interpreta correttamente come un invito a incontrarla nel bagno della prima classe per fare sesso in svariate posizioni che non riuscivo a raffigurarmi con esattezza; la storia si conclude, a sorpresa, con il pilota del jet che indica una nicchia chiusa da una tenda con un piccolo materasso, sul retro della cabina, dove Trudy si sdraia stancamente per soddisfare anche lui. Non ero ancora ormonalmente equipaggiato per scaricare tutta quell'eccitazione, ma l'oscenit di Rogue, la sua assoluta incompatibilit con i miei genitori, che mi consideravano il loro bambino innocente, mi procuravano una gioia pi intensa di qualunque libro avessi mai letto. 
Una volta io e Weidman falsificammo la firma delle rispettive madri per poter uscire di scuola a mezzogiorno e guardare il primo lancio dello Skylab. Non c'era niente di tecnologico o scientifico (eccetto, nel mio caso, gli animali) che non ci interessasse. Avevamo allestito due laboratori di chimica concorrenti, ci dilettavamo di modellismo ferroviario, accumulavamo apparecchiature elettroniche di scarto, giocavamo con i registratori a nastro, lavoravamo come assistenti di laboratorio, presentavamo progetti congiunti alle fiere della scienza, seguivamo le lezioni al Planetario, scrivevamo programmi BASIC per il terminale remoto della scuola, costruivamo razzi a carburante liquido straordinariamente infiammabili con provette, tappi di gomma e benzene. Io, per conto mio, mi abbonai a Scientific American, divenni un collezionista di rocce e minerali e un esperto di licheni, coltivai piante tropicali a partire dai semi della frutta, sezionai oggetti con il microtomo e li analizzai al microscopio, effettuai esperimenti di fisica casalinghi con molle e pendoli e lessi tutte le opere di divulgazione scientifica di Isaac Asimov, una dopo l'altra, in tre settimane. Il mio primo eroe fu Thomas Edison, la cui vita adulta era consistita interamente di tempo libero. Il mio primo traguardo professionale dichiarato fu inventore. E cos i miei genitori immaginarono, comprensibilmente, che sarei diventato una specie di scienziato. Chiesero a Bob, che studiava medicina, quale lingua straniera dovesse scegliere alle superiori uno scienziato in erba, e lui rispose inequivocabilmente: il tedesco.
Quando avevo sette anni, andai con i miei genitori a trovare Bob alla University of Kansas. La sua stanza si trovava a Ellsworth Hall, un edificio altissimo e brulicante di studenti, con un'illuminazione violenta e un penetrante odore di spogliatoio. Seguendo i miei genitori in camera di Bob, vidi il paginone sulla parete proprio mentre mia madre strillava, con rabbia e disgusto: Bob! Bob! Oh! Ugh! Non posso credere che hai appeso quella roba alla parete! Anche a prescindere dal giudizio di mia madre, che avevo imparato a temere grandemente, la bocca e le areole rosso sangue della pin-up mi avrebbero colpito per la loro violenza. Era come se l'avessero fotografata appena uscita, scarna, sanguinante e dissoluta, da un terribile incidente causato dalla sua stessa follia. Ero spaventato e offeso da ci che quella ragazza mi stava infliggendo, e da ci che Bob stava infliggendo ai nostri genitori. Jon non pu stare in questa stanza, dichiar mia madre, spingendomi verso la porta. Una volta usciti, mi disse di non capire affatto Bob.
Dopo quell'episodio, Bob divenne pi prudente. Tre anni dopo, quando tornammo per la sua laurea, aveva appiccicato un bikini di carta sopra la pin-up del momento, che in ogni caso mi sembr cordiale, graziosa e un po' hippy: mi piaceva. Bob arriv perfino a crogiolarsi nell'approvazione materna procuratagli dalla sua decisione di tornare a St Louis per specializzarsi in medicina. Se anche usciva con delle ragazze, non ebbi mai il piacere di incontrarle. Una domenica sera, tuttavia, invit a cena un compagno di facolt, che raccont una storia nella quale a un certo punto lui e la sua ragazza si trovavano a letto insieme. Notai a malapena quel dettaglio, ma quando Bob usc, mia madre mi forn subito la sua opinione. Non so se volesse mettersi in mostra, scandalizzarci o fare il sofisticato, - disse, - ma se  vero che coabita con la sua ragazza, allora sappi che lo considero una persona immorale, e che sono molto delusa dal fatto che Bob gli sia amico, perch disapprovo categoricamente quello stile di vita.
Lo stesso stile di vita era stato adottato da mio fratello Tom. Dopo l'aspra lite con mio padre era andato a studiare cinema alla Rice University, e ora viveva nei bassifondi di Houston con i suoi amici artisti. Ero in seconda superiore quando port a casa per Natale una di costoro, una donna snella dai capelli scuri di nome Lulu. Ogni volta che la guardavo rimanevo senza fiato, tanto era vicina all'ideale di erotismo disinvolto della met degli anni Settanta. Mi arrovellai sulla scelta del libro da regalarle a Natale per farla sentire bene accetta in famiglia. Nel frattempo, mia madre era resa quasi psicotica dall'odio. Lulu? Lulu? Che razza di persona pu chiamarsi Lulu? Scoppi in una risatina stridente. Quando ero giovane io, lulu voleva dire matto! Lo sapevi? I pazzi, gli squinternati, li chiamavamo lulu!
L'anno dopo Bob e Tom vivevano entrambi a Chicago, e quando andai a trovarli per il fine settimana, mia madre mi proib di stare nell'appartamento di Tom, dove abitava anche Lulu. Tom studiava cinema all'Art Institute, girando austeri cortometraggi non narrativi con titoli come Paesaggio fluviale di Chicago, e mia madre intuiva, giustamente, che la sua influenza su di me aveva raggiunto livelli malsani. Quando Tom si fece beffe di Cat Stevens, io eliminai Cat Stevens dalla mia vita. Quando Tom mi regal i suoi LP dei Grateful Dead, i Dead divennero il mio gruppo preferito, e quando si tagli i capelli e pass ai Roxy Music, ai Talking Heads e ai DEVO, mi tagliai i capelli e lo seguii. Vedendo che comprava i vestiti da Amvets 3, cominciai a fare acquisti nei negozi dell'usato. Siccome Tom viveva in citt, anch'io volevo vivere in citt; siccome si faceva lo yogurt con il latte ricostituito, anch'io volevo farmi lo yogurt con il latte ricostituito; siccome prendeva appunti su un quaderno ad anelli da 15 x 22 centimetri, comprai un quaderno ad anelli da 15 x 22 centimetri e lo usai come diario; siccome girava film sulle rovine industriali, comprai una macchina fotografica e fotografai rovine industriali; siccome viveva alla giornata, facendo lavori di falegnameria e ristrutturando appartamenti con materiali di recupero, anch'io volevo vivere in quel modo. Le dee disperatamente irraggiungibili della mia tarda adolescenza erano le studentesse d'arte che orbitavano intorno a Tom, con i loro abiti usati e le loro pettinature punk.
Il tedesco delle superiori non aveva nulla di eccitante. Era la lingua che nessuno dei miei amici aveva scelto, e i poster turistici sbiaditi nell'aula dell'insegnante di tedesco, la signora Fares, non erano una ragione convincente per visitare la Germania o innamorarsi della sua cultura. (Questo era vero anche per le aule di francese e spagnolo. Era come se le lingue moderne temessero a tal punto il disprezzo degli adolescenti da costringere persino le stanze a vestirsi in maniera prevedibile - a indossare poster della corrida, della Tour Eiffel, del castello di Neuschwanstein). Molti dei miei compagni avevano genitori o nonni tedeschi, le cui usanze (Gli piace la birra tiepida) e tradizioni (A Natale mangiamo Lebkuchen) trovavo analogamente insignificanti. La lingua, tuttavia, era un gioco da ragazzi. Si trattava semplicemente di memorizzare matrici quattro per quattro di desinenze aggettivali, e di seguire le regole. Era tutta una questione di grammatica, e la grammatica era la cosa che mi riusciva meglio. Solo il problema del genere, l'apparente arbitrariet con cui si diceva il cucchiaio, la forchetta e il coltello 4, mi lasciava sbalordito.
Mentre il barbuto Mutton e i suoi seguaci maschi riconfermavano il vecchio sistema patriarcale, la Comunit ci insegnava a mettere in dubbio le nostre opinioni sui ruoli di genere. I ragazzi venivano lodati e premiati quando piangevano, le ragazze quando si arrabbiavano e imprecavano. Il gruppo femminile della Comunit che si riuniva una volta alla settimana divenne cos popolare che fu necessario dividerlo in due. Un'assistente donna invit le ragazze nel suo appartamento e tenne loro lezioni esplicite su come fare sesso senza rimanere incinte. Un'altra assistente sfid il sistema patriarcale con tanta insistenza che quando chiese a Chip Jahn di parlare dei suoi sentimenti, lui le rispose che aveva voglia di trascinarla fuori nel parcheggio e riempirla di botte. Per promuovere la parit, due assistenti maschi tentarono di formare un gruppo di ragazzi, ma gli unici che entrarono a farne parte erano quelli, gi sensibilizzati, che avrebbero voluto appartenere al gruppo femminile. 
Essere donna mi sembrava pi in che essere uomo. Dalla popolarit dei gruppi di sostegno settimanali, dedussi che le donne erano state veramente oppresse e che quindi noi uomini dovevamo rispettarle, essere affettuosi e incoraggianti, e soddisfare i loro desideri. Se eri un uomo, era particolarmente importante che scrutassi a fondo nel tuo cuore per accertarti di non considerare la donna amata come un oggetto. Se anche solo una minuscola parte di te la usava come oggetto sessuale, oppure la metteva su un piedistallo e l'adorava, stavi commettendo un grave errore.
Sul diario dell'ultimo anno delle superiori, mentre aspettavo che Siebert tornasse a casa dopo il primo anno di college, tenni costantemente sotto controllo i miei sentimenti verso di lei. Scrissi Non SANTIFICARLA, Evita di innamorarti o di fare cose altrettanto stupide e distruttive, La gelosia  tipica delle relazioni possessive e Non siamo sacri. Quando mi sorpresi a scrivere il suo nome a lettere maiuscole, tornai indietro e annotai: Perch diavolo scriverlo in stampatello? Schernii e ingiuriai mia madre per aver pensato, con la sua fantasia oscena, che fossi attratto dal sesso. In effetti, mentre Siebert era lontana, cominciai a uscire con una vivace ragazza cattolica, O., che mi insegn ad apprezzare il retrogusto di cavolfiore crudo che le sigarette lasciano in bocca alle ragazze, e pensai con noncuranza che io e Siebert avremmo perso la verginit prima della mia partenza per il college. Ma immaginavo quella perdita come un affare serio, che avrebbe consolidato l'amicizia fra due persone adulte, e non come il genere di rapporto di cui avevo letto su Rogue. Avevo chiuso con quel tipo di sesso fin dalle medie.
Una sera d'estate, poco dopo che Siebert si era rotta la schiena e poco prima del mio diciottesimo compleanno, stavo dipingendo un murale con i miei amici Holyoke e Davis, quando Holyoke ci chiese con quale frequenza ci masturbassimo. Davis rispose che aveva smesso. Ci aveva provato qualche volta, disse, ma aveva deciso che non gli piaceva. 
Holyoke lo guard con solenne stupore. - Non ti piaceva.
- No, non molto, - disse Davis. - Non mi entusiasmava.
Holyoke si accigli. - Ti dispiace se ti chiedo quali... tecniche... e materiali... usavi?
Ascoltai attentamente la discussione che segu, perch io, al contrario di Davis, non ci avevo mai neppure provato.
L'insegnante del primo anno di tedesco allo Swarthmore College era un chiassoso mattatore dalla bocca elastica, Gene Weber, che saltava e ballava e picchiava sui banchi e si rivolgeva agli studenti del primo anno chiamandoli bambini 5. Aveva i modi di un maestro d'asilo ispirato e brillante. In classe trovava tutto spassoso, e se i bambini non riuscivano da soli a creare occasioni di spasso, allora diceva cose spassose e rideva al posto loro. Weber non mi era antipatico, per gli opponevo resistenza. L'insegnante che adoravo era la lettrice di tedesco, Frau Plaxton, una donna dalla pazienza illimitata e dai tratti nordici ben cesellati. La vedevo ogni marted e gioved alle 8,30, un orario reso tollerabile dal suo modo affettuoso e assorto di dire Herr Franzen quando entravo nell'aula. Anche quando gli studenti erano impreparati, Frau Plaxton non riusciva a guardarli severamente senza al contempo sorridere della propria severit. Le vocali e le consonanti tedesche di cui enfatizzava la pronuncia a fini euristici erano succose come prugne squisite.
Alle 8,30 degli altri giorni avevo la lezione di calcolo multivariato, un corso per matricole concepito per eliminare gli studenti con una passione meno che fanatica per le scienze matematiche. All'inizio delle vacanze di primavera ero a rischio di bocciatura. Se avessi voluto perseguire una carriera scientifica - come il cinquantenne ufficiale continuava ad assicurare ai genitori - avrei dovuto approfittare delle vacanze per mettermi in pari. Invece presi un autobus da Philadelphia a Houston con il mio amico Ekstrm per andare a trovare Siebert, che aveva tolto il busto e stava in un pensionato della University of Houston. 
Una sera, per allontanarci dalla sua compagna di stanza, io e Siebert andammo a sederci su una panchina in un cortile circondato da mura di cemento. Siebert mi disse che un insegnante, il poeta Stephen Spender, aveva parlato molto di Sigmund Freud, e che lei aveva ripensato alla sua caduta dell'anno precedente dal pluviale dell'Eden Seminary. La sera prima della caduta, lei e il nostro amico Lunte erano venuti a casa mia; a un certo punto era suonato il campanello, e prima che me ne rendessi conto, Siebert stava incontrando per la prima volta O., la mia precedente pseudo-ragazza. O. era con Manley e Davis, che l'avevano appena portata in cima alla torre campanaria dell'Eden Seminary. Era rossa e raggiante per la salita, e non ebbe problemi ad ammettere che Manley e Davis l'avevano legata con delle corde e praticamente tirata su lungo il pluviale; la sua imbranataggine era diventata una specie di barzelletta.
Siebert non ricordava nulla del giorno successivo al suo incontro con O., ma altri le avevano poi raccontato ci che aveva fatto. Aveva telefonato a Davis, dicendogli che voleva scalare la stessa torre che aveva scalato O. Quando Davis aveva proposto di chiamare anche Manley, o almeno di prendere una corda, Siebert aveva detto che no, non aveva bisogno di Manley e non aveva bisogno di corde. E in effetti non aveva avuto alcun problema ad arrampicarsi su per il pluviale. Solo quand'era arrivata in cima, quando Davis le aveva teso la mano per aiutarla a superare la grondaia, Siebert aveva buttato indietro le braccia. E Freud, prosegu, aveva elaborato una teoria sull'Inconscio. Secondo Stephen Spender, che aveva un certo modo di individuarla e di puntarle addosso gli straordinari occhi azzurri ogni volta che parlava di quell'argomento, Freud riteneva che quando commettiamo uno strano errore, la nostra parte cosciente lo considera una casualit, mentre in realt non lo  affatto: abbiamo agito esattamente come la nostra parte oscura e inconoscibile voleva che agissimo. Se ci tagliamo accidentalmente con un coltello,  perch la parte nascosta di noi voleva che ci tagliassimo. Se diciamo mia madre invece di mia moglie,  perch il nostro es intendeva in realt mia madre. L'amnesia post-traumatica di Siebert era totale, ed era difficile immaginare una persona meno suicida di lei; e se invece avesse davvero voluto cadere dal tetto? E se il suo Inconscio avesse cercato la morte a causa del mio flirt con O.? E se lass, in cima al pluviale, avesse cessato di essere se stessa e si fosse immedesimata completamente in quell'altra cosa oscura?
Avevo sentito parlare di Freud, naturalmente. Sapevo che era viennese e importante. Ma i suoi libri mi erano sembrati sgradevoli e inaccessibili ogni volta che li avevo tirati fuori dallo scaffale, e fino a quel momento ero riuscito a non imparare quasi nulla su di lui. Io e Siebert restammo seduti in silenzio nel cortile di cemento deserto, respirando l'aria primaverile. Le dolcezze della stagione mite, i profumi della riproduzione, la rilassatezza, il disgelo, l'odore del fango tiepido: queste cose non mi sembravano pi cos terribili come quando avevo dieci anni. Ora le trovavo persino gradevoli. Eppure, in un certo senso, erano ancora terribili. Seduto in quel cortile, riflettei su ci che aveva detto Siebert, considerando la possibilit che anch'io avessi un Inconscio che mi conosceva a fondo mentre io non lo conoscevo affatto, un Inconscio sempre in cerca di un modo per evadere, per sfuggire al mio controllo e combinare le sue porcherie, come tirarmi gi i calzoni davanti alle figlie dei vicini, e cominciai a urlare dal terrore. Gridai a squarciagola, provocando lo sconcerto di entrambi. Poi tornai a Philadelphia e mi tolsi quell'episodio dalla testa.
Il mio insegnante del terzo semestre di tedesco intensivo era l'altro professore ordinario del dipartimento, George Avery, un greco-americano dalla voce ruvida, nervoso e di bell'aspetto, che sembrava in difficolt a esprimersi con frasi pi brevi di trecento parole. La grammatica che avremmo dovuto ripassare non gli interessava molto. Il primo giorno di lezione diede un'occhiata al testo, alz le spalle, disse: Sono sicuro che tutto questo vi  familiare, e si imbarc in una sconclusionata divagazione su rari e coloriti modi di dire tedeschi. La settimana dopo, dodici studenti su quattordici firmarono una petizione in cui minacciavano di abbandonare il corso se Avery non veniva rimosso e sostituito con Weber. Io ero contrario alla petizione - mi sembrava brutto mettere in imbarazzo un professore, anche se era nervoso e difficile da seguire, e non rimpiangevo l'appellativo di bambino - ma Avery venne puntualmente cacciato e Weber torn indietro saltellando. 
Visto che ero andato vicino alla bocciatura in calcolo multivariato, capii di non avere futuro nelle scienze esatte, e visto che i miei genitori mi avevano suggerito di pagarmi il college da solo se proprio volevo specializzarmi in letteratura inglese, non mi rimaneva che scegliere tedesco. La principale attrattiva del tedesco come materia di specializzazione era il fatto che mi garantiva buoni voti senza troppa fatica, ma assicurai ai miei genitori che mi stavo preparando per una carriera di banchiere o giurista internazionale, diplomatico o giornalista. In realt, nei miei sogni segreti, non vedevo l'ora di trascorrere il terzo anno all'estero. Il college non mi piaceva molto - era un passo indietro rispetto alle superiori, da ogni punto di vista - ed ero ancora tecnicamente vergine, un problema che speravo l'Europa avrebbe risolto. 
Ma non trovavo mai l'occasione giusta. L'estate prima di partire per l'Europa, chiesi informazioni su una bella ragazza stravagante e allampanata con la quale avevo danzato durante una lezione di ginnastica delle superiori e sulla quale avevo poi fantasticato al college, ma scoprii che adesso aveva un ragazzo e una dipendenza dall'eroina. Uscii due volte con la sorella minore di Manley, che la seconda volta mi sorprese portandosi dietro un'accompagnatrice, la sua amica MacDonald, quella che mi aveva dato del baro. Me ne andai a Monaco a studiare letteratura tedesca, e la terza sera, a una festa per i nuovi studenti, incontrai una ragazza bavarese bella e sagace che mi propose di andare a bere qualcosa. Le risposi che ero stanco, ma che l'avrei vista volentieri un'altra volta. Non la rividi pi. Il rapporto tra maschi e femmine nei pensionati universitari di Monaco era di tre a uno. Nei dieci mesi successivi, nessun'altra ragazza tedesca interessante mi rivolse la parola. Maledissi la mia sfortuna per aver avuto la mia unica occasione cos presto. Se fossi arrivato a Monaco anche solo una settimana prima, mi dissi, me la sarei giocata diversamente, e avrei potuto acchiappare una fantastica ragazza e imparare perfettamente il tedesco. Invece parlavo molto in inglese con ragazze americane. Trovai il modo di passare quattro notti a Parigi con una di loro, che per si dimostr cos inesperta da aver paura perfino di baciare: una sfortuna incredibile. Andai a Firenze, presi una camera in un albergo che fungeva anche da bordello, e mi ritrovai circondato in tre dimensioni da gente che scopava di gran lena. Durante un viaggio nella Spagna rurale ebbi una ragazza spagnola per una settimana, ma prima che riuscissimo a imparare le rispettive lingue dovetti tornare nella noiosa Germania per sostenere gli esami: la mia solita sfortuna. Corteggiai una ragazza americana pi promettentemente dissoluta, rimanendo seduto per ore a bere e fumare in sua compagnia, ascoltando in continuazione London Calling e saggiando quelli che consideravo i limiti estremi di insistenza compatibili con l'essere un maschio affettuoso e incoraggiante. Per un po' vissi nell'attesa quotidiana di riuscire a scopare, ma alla fine, dopo mesi di corteggiamento, la ragazza decise di essere ancora innamorata dell'ex fidanzato rimasto negli Stati Uniti. Nella mia solitaria stanza del pensionato sentivo parecchi vicini darci dentro - le pareti e il soffitto erano come amplificatori. Trasferii il mio affetto su un'altra americana, questa volta dotata di un ricco fidanzato tedesco che comandava a bacchetta per poi lamentarsi di lui con gli altri. Pensai che se avessi ascoltato abbastanza le sue recriminazioni sul fidanzato, aiutandola a capire che si trattava di uno stronzo per nulla affettuoso e incoraggiante, lei sarebbe rinsavita e avrebbe scelto me. Ma avevo una sfortuna inimmaginabile.
In realt, senza una ragazza a distrarmi, a Monaco imparai piuttosto bene il tedesco. Rimasi particolarmente ammaliato dalla poesia di Goethe. Per la prima volta nella mia vita, mi innamorai della corrispondenza tra suono e significato in una lingua. C'era per esempio, in tutto il Faust, la magica interazione fra i verbi streben, schweben, weben, leben, beben, geben 6 - sei trochei che sembravano racchiudere la vita interiore di tutta una cultura. C'erano insensate smancerie tedesche, come queste parole di ringraziamento che Faust offre alla Natura dopo una buona notte di sonno -
Du regst und rhrst ein krftiges Beschlieen
Zum hchsten Dasein immerfort zu streben 7
- che continuavo a ripetere a me stesso, un po' per scherzo e un po' in adorazione. C'era il commovente e riabilitante anelito dei tedeschi a non essere affatto tedeschi, bens italiani, anelito che Goethe cattur nel classico verso del Wilhelm Meister: 
Kennst du das Land wo die Zitronen blhn,
Im dunkeln Laub die Goldorangen glhn...
Kennst du es wohl?8.
C'erano altri versi che recitavo ogni volta che mi arrampicavo sul campanile di una chiesa o camminavo fino alla cima di una collina, versi pronunciati da Faust dopo che i cherubini hanno strappato la sua anima dalle grinfie del Diavolo e l'hanno insediata in Paradiso:
Hier ist die Aussicht frei,
Der Geist erhoben.
Dort ziehen Frauen vorbei,
Schwebend nach oben9.
C'erano anche, nel Faust, brevi passaggi in cui riconoscevo un'emozione che avevo provato anch'io, come quando il nostro eroe, mentre cerca di mettersi al lavoro nel suo studio, sente bussare alla porta e grida esasperato: Wer plagt mich jetzt? 10.
Eppure, malgrado il piacere di sentire una lingua attecchire dentro di me, e malgrado le tesine di fine semestre rigorosamente argomentate che stavo scrivendo sul rapporto di Faust con la Natura e su quello di Novalis con grotte e miniere, la letteratura continuava a sembrarmi sostanzialmente un gioco che dovevo padroneggiare per ottenere la laurea. Declamare versi del Faust su una collina spazzata dal vento era un modo per appagare le mie aspirazioni letterarie, ma anche per sdrammatizzarle e tutto sommato deriderle. La vera vita, per come la intendevo io, aveva a che fare con il matrimonio e il successo, e non con il fiore blu. A Monaco, dove gli studenti pagavano cinque marchi per un posto in piedi a teatro, andai a vedere una fastosa produzione della seconda parte del Faust, e uscendo dal teatro sentii un uomo di mezza et offrire ridacchiando alla moglie questo riassunto completo e sufficiente del dramma: Er geht von einer Sensation zur anderen - aber keine Befriedigung 11. L'irriverenza di quell'uomo, il divertimento filisteo che gli suscitava la sua stessa battuta, divertirono anche me.
Il professore difficile del dipartimento di germanistica, George Avery, teneva il seminario sul modernismo tedesco che frequentai durante il mio ultimo autunno al college. Avery aveva occhi scuri da greco, una bella pelle, un naso importante e sopracciglia lussureggianti. Aveva la voce acuta e perpetuamente roca, e quando si perdeva nei dettagli di una digressione, come gli capitava spesso, il rumore della raucedine sommergeva le parole. I suoi allegri scoppi di risate cominciavano a una frequenza non percepibile dall'orecchio umano - una bocca spalancata in silenzio - per poi abbassarsi con una serie sempre pi veloce di grida: Hah! Hah! Hah! Hah! Hah! Hah! I suoi occhi brillavano di eccitazione e piacere se uno studente diceva una cosa anche solo lontanamente pertinente o intelligente; ma se lo studente prendeva una cantonata, come capitava spesso a me e agli altri cinque frequentatori del seminario, Avery trasaliva e si accigliava come se un insetto gli fosse volato sulla faccia, oppure guardava dalla finestra con aria infelice, ricaricava la pipa o scroccava una sigaretta a uno di noi fumatori senza dire una parola, e faceva finta di non aver sentito. Era il meno elegante dei miei professori del college, eppure aveva qualcosa che gli altri insegnanti non avevano: provava per la letteratura lo stesso impeto di amore e gratitudine che un cristiano rinato prova per Ges. La sua massima lode per un'opera scritta era  fuori di testa! Le sue copie ingiallite e semidisintegrate dei capolavori della prosa tedesca somigliavano alle Bibbie dei missionari. Pagina dopo pagina, ogni frase era sottolineata o annotata nella microscopica calligrafia di Avery, delucidata dalle valutazioni accumulate in quindici o venti riletture. I suoi tascabili erano ciarpame dozzinale stampato su carta acida, e nello stesso tempo rappresentavano il pi prezioso dei cimeli - la commovente testimonianza che ogni singola riga poteva rivelarsi colma di significato per un indagatore dei loro misteri, cos come per il credente ogni foglia e ogni passero del Creato cantano le lodi del Signore.
Il padre di Avery era un immigrato greco che aveva lavorato come cameriere e poi aveva aperto un negozio di calzolaio a North Philadelphia. Avery era stato reclutato dall'esercito a diciott'anni, nel 1944, e alla fine dell'addestramento, la notte prima che il suo reparto si imbarcasse per l'Europa, l'ufficiale comandante lo scroll bruscamente e grid: Avery! Svegliati! TUA MADRE  MORTA. Gli accordarono una licenza per partecipare al funerale, e cos Avery arriv in Europa con due settimane di ritardo, il giorno della vittoria, e non raggiunse mai il suo reggimento. Venne passato da un reparto all'altro, e infine approd ad Augusta, dove l'esercito lo mise al lavoro in una casa editrice requisita. Un giorno, il comandante chiese se qualche soldato del reparto volesse seguire un corso di giornalismo. Avery fu l'unico a offrirsi volontario, e per un anno e mezzo studi il tedesco, gir in abiti civili, scrisse di musica e arte per il giornale delle truppe d'occupazione, e si innamor della cultura tedesca. Al suo ritorno negli Stati Uniti studi letteratura inglese e tedesca, e in questo modo fin per sposare una bellezza svizzera, ottenere una cattedra in un ottimo college e vivere in una casa di tre piani nella cui sala da pranzo, ogni luned pomeriggio alle quattro, facevamo una pausa per bere il caff e mangiare i pasticcini preparati da sua moglie Doris. 
Il gusto degli Avery in fatto di porcellane, mobili e riscaldamento era continentale moderno. Mentre sedevamo al loro tavolo, parlando tedesco con diversi gradi di successo e bevendo caff che si raffreddava in cinque secondi, le foglie che vedevo sparpagliarsi in giardino avrebbero potuto essere foglie tedesche, spinte da un vento tedesco, e il cielo che si oscurava rapidamente avrebbe potuto essere un cielo tedesco, pieno di Weltschmerz 12 autunnale. Il cane degli Avery, Ina, un pastore tedesco dall'aria contrita, si svegliava con un brivido in corridoio. Eravamo a poco pi di venti chilometri dalla minuscola villetta a schiera dove Avery era cresciuto, ma la casa in cui viveva ora, con il parquet di legno duro, i divani in pelle e le eleganti ceramiche (molte delle quali modellate da Doris, provetta ceramista), era il genere di posto in cui avrei desiderato crescere io stesso, un'oasi di progresso personale perfettamente compiuto. 
Leggemmo La nascita della tragedia di Nietzsche, i racconti di Schnitzler e Hofmannsthal, e un romanzo di Robert Walser che mi fece venir voglia di urlare, da tanto era semplice, acuto e tetro. Leggemmo un saggio di Karl Kraus, La muraglia cinese, sul proprietario cinese di una lavanderia di New York che forniva prestazioni sessuali a donne caucasiche perbene e alla fine divenne tristemente famoso per averne strangolata una. Il saggio cominciava con la frase Ein Mord ist geschehen, und die Menschheit mchte um Hilfe rufen 13, che a me sembrava un po' forte. L'omicidio di Chinatown, proseguiva Kraus, era l'avvenimento pi importante di duemila anni di storia della morale cristiana: anche questo era un po' forte, no? Mi ci volle mezz'ora per farmi largo tra le allusioni e le dicotomie allitterative che incontravo in ogni pagina - 
Da entdecken wir, da unser Verbot ihr Vorschub, unser Geheimnis ihre Gelegenheit, unsere Scham ihr Sporn, unsere Gefahr ihr Genu, unser Hut ihre Hlle, unser Gebet ihre Brust war... [D]ie gefesselte Liebe liebte die Fessel, die geschlagene den Schmerz, die beschmutzte den Schmutz. Die Rache des verbannten Eros war der Zauber, allen Verlust in Gewinn zu wandeln14
- e quando mi sedetti nel soggiorno di Avery e tentai di discutere il saggio, mi accorsi che ero stato cos impegnato a decifrare le frasi di Kraus che non le avevo effettivamente lette. Quando Avery ci chiese di cosa parlasse il saggio, diedi una scorsa alle mie pagine fotocopiate e cercai di leggerle a tutta velocit per fornire un riassunto plausibile. Ma il tedesco di Kraus si apriva solo ad amanti molto pazienti. - Parla, - dissi, - um, della morale cristiana... e...
Avery mi interruppe come se non avessi neppure parlato. - Il sesso ci piace sporco, - disse, guardandoci uno dopo l'altro con aria maliziosa. - Ecco di cosa parla. Pi la cultura occidentale lo rende sporco, e pi a noi piace sporco.
Quel noi mi irrit. La mia conoscenza del sesso era in gran parte teorica, ma ero piuttosto sicuro che non mi piacesse sporco. Stavo ancora cercando un'innamorata che fosse per prima cosa un'amica. Per esempio: quell'ironica ragazza bruna che si stava specializzando in francese e seguiva il seminario di modernismo con me, e che avevo cominciato a corteggiare con i metodi passivi e mansueti dei quali, malgrado fossero invariabilmente falliti in passato, continuavo a fidarmi. Avevo sentito dire che era libera, e sembrava che mi trovasse divertente. Non riuscivo a pensare di fare sesso sporco con lei. Anzi, malgrado il mio crescente interesse nei suoi confronti, non immaginai mai, neppure lontanamente, che io e lei potessimo fare sesso di qualunque genere.
L'estate precedente, per prepararmi al seminario, avevo letto il romanzo di Rilke I quaderni di Malte Laurids Brigge. Era diventato immediatamente il mio libro preferito in assoluto, vale a dire che avevo cominciato a leggere a voce alta diversi paragrafi della prima parte (la pi facile e l'unica che mi era completamente piaciuta) per fare colpo sugli amici. La trama del romanzo - un giovane danese di buona famiglia approda a Parigi, vive alla giornata in una pensione rumorosa, si sente solo e inquieto,  tormentato dall'idea di diventare uno scrittore migliore e una persona pi completa, fa lunghe passeggiate in citt e per il resto passa il tempo a scrivere il suo diario - mi sembrava molto significativa e interessante. Imparai a memoria, senza mai comprenderli del tutto, diversi passaggi in cui Malte racconta della sua crescita personale, che mi ricordavano piacevolmente i miei stessi diari:
Ich lerne sehen. Ich wei nicht, woran es liegt, es geht alles tiefer in mich ein und bleibt nicht an der Stelle stehen, wo es sonst immer zu Ende war. Ich habe ein Inneres, von dem ich nicht wute. Alles geht jetzt dorthin. Ich wei nicht, was dort geschieht15.
Mi piacevano anche le descrizioni assolutamente distaccate della sua nuova soggettivit in azione, come per esempio: 
Da sind Leute, die tragen ein Gesicht jahrelang, natrlich nutzt es sich ab, es wird schmutzig, es bricht in den Falten, es weitet sich aus wie Handschuhe, die man auf der Reise getragen hat. Das sind sparsame, einfache Leute; sie wechseln es nicht, sie lassen es nicht einmal reinigen16.
Ma la frase del Malte che divenne il mio motto del semestre la notai solo quando Avery ce la indic. Viene rivolta a Malte da un'amica di famiglia, Abelone, quando il piccolo Malte sta leggendo sbadatamente un passo delle lettere di Bettina von Arnim a Goethe. Comincia a leggere una delle risposte di Goethe a Bettina, e Abelone lo interrompe con impazienza. No, non le risposte, dice. E poi esclama: Mein Gott, was hast du schlecht gelesen, Malte17.
Questo fu essenzialmente ci che Avery ci disse a met della nostra prima discussione sul Processo. Quella settimana ero rimasto insolitamente silenzioso, sperando di nascondere il fatto che non ero riuscito a leggere la seconda met del romanzo. Sapevo gi di cosa parlava il libro - un uomo innocente, Josef K., intrappolato nell'angosciosa burocrazia moderna - e mi sembrava che Kafka accumulasse decisamente troppi esempi di angoscia burocratica. Ero anche infastidito dalla sua riluttanza ad andare a capo, e dall'irrazionalit della narrazione. Era gi abbastanza brutto che Josef K. aprisse la porta di un ripostiglio nel suo ufficio e trovasse un torturatore intento a bastonare due uomini, uno dei quali si rivolgeva a K. in cerca di aiuto. Ma che K. tornasse ad aprire il ripostiglio la sera dopo e ritrovasse gli stessi tre uomini che stavano facendo la stessa cosa: quella mancanza di realismo mi irritava. Avrei voluto che quel capitolo fosse stato scritto in un modo pi amichevole. Mi sembrava che in un certo senso lo scrittore si fosse comportato slealmente. Il romanzo di Rilke, anche se a tratti impenetrabile, aveva l'arco esistenziale del Bildungsroman e un finale ottimistico. Kafka somigliava pi a un brutto sogno da cui avrei voluto svegliarmi. 
- Stiamo parlando di questo libro da due ore, - ci disse Avery, - e c' una domanda molto importante che nessuno ha ancora fatto. Qualcuno sa dirmi qual  questa ovvia domanda importante?
Lo guardammo tutti senza dire niente.
- Jonathan, - disse Avery. - Questa settimana sei stato molto silenzioso.
- Be', sa, l'incubo della burocrazia moderna, - risposi. - Non credo di aver molto da dire in proposito.
- Non capisci cosa c'entri con la tua vita.
- Meno di Rilke, decisamente. Voglio dire, io non ho mai avuto a che fare con uno stato di polizia.
- Ma Kafka parla della tua vita! - disse Avery. - Senza nulla togliere alla tua ammirazione per Rilke, devo dirti che Kafka c'entra con la tua vita molto pi di Rilke. Kafka era come noi. Tutti questi scrittori erano esseri umani che cercavano di trovare un senso nella propria vita. E Kafka pi di tutti! Kafka aveva paura della morte, aveva problemi con il sesso, aveva problemi con le donne, aveva problemi con il lavoro, aveva problemi con i genitori. E scriveva narrativa per cercare di capirci qualcosa. Di questo parla il libro. Di questo parlano tutti quei libri. Esseri umani in carne e ossa che cercano di trovare un senso nella morte, nel mondo moderno e nel caos della loro vita.
Poi Avery richiam la nostra attenzione sul titolo tedesco del libro, Der Proze, che significa processo sia nel senso di procedimento giudiziario, sia in quello di svolgimento di un fenomeno. Citando un testo della nostra lista di letture secondarie, cominci a borbottare qualcosa su tre differenti universi d'interpretazione in cui il Processo poteva venire letto: un universo nel quale K.  un innocente accusato a torto, un altro universo in cui il suo grado di colpevolezza  indecidibile... Stavo ascoltando solo in parte. Le finestre si stavano oscurando, e io mi facevo un punto d'onore di non leggere mai i testi secondari. Ma quando arriv al terzo universo d'interpretazione, nel quale Josef K.  colpevole, Avery si ferm e ci guard speranzoso, come se stesse aspettando che capissimo una barzelletta; e io sentii la pressione sanguigna aumentare di colpo. Il semplice accenno alla possibilit che K. fosse colpevole mi offendeva. Mi faceva sentire frustrato, ingannato, ferito. Il fatto che un critico si fosse permesso anche solo di insinuare una cosa del genere mi riempiva di indignazione.
- Andate a casa e guardate bene cosa c' scritto, - disse Avery. - Lasciate perdere le altre letture per la settimana prossima. Dovete leggere quello che c' scritto.
Josef K., che  stato arrestato in casa il mattino del suo trentesimo compleanno, torna nella pensione dove alloggia dopo una lunga giornata di lavoro e si scusa con l'affittacamere, la signora Grubach, per il trambusto del mattino. Gli autori dell'arresto hanno brevemente requisito la stanza di un'altra pensionante, una giovane di nome Brstner, ma la signora Grubach assicura a K. che la stanza  stata rimessa in ordine. Gli dice di non preoccuparsi per il suo arresto - non era una faccenda penale, grazie a Dio, ma qualcosa di molto erudito e misterioso. K. si dice d'accordo con lei: giudica la questione come non fosse nulla. Chiede alla signora Grubach di stringergli la mano per suggellare la loro concordia sull'irrilevanza dell'episodio. Invece di dargli la mano, la signora Grubach gli consiglia, con le lacrime agli occhi, di non prendersela tanto a cuore. Poi K. s'informa di sfuggita sulla signorina Brstner:  in casa? Non ha mai scambiato pi di qualche saluto con la signorina Brstner, non conosce neppure il suo nome, ma quando la signora Grubach gli confida di essere preoccupata perch la ragazza esce con diversi uomini e rientra spesso tardi, K. diventa furioso. Dichiara di conoscere molto bene la signorina Brstner, e afferma che la signora Grubach  assolutamente in errore su di lei. Si avvia furibondo verso la sua stanza, mentre la signora Grubach si affretta ad assicurargli che la sua unica preoccupazione  la purezza morale della pensione. Da dietro la porta socchiusa, K. risponde stranamente: Se vuole mantenere il buon nome della pensione, deve cominciare con lo sfrattare me! Poi le chiude la porta in faccia, ignorando il suo sommesso bussare, e si apposta in attesa della signorina Brstner.
Non prova un particolare desiderio per quella ragazza: non si ricorda neppure che aspetto abbia. Ma pi l'attende, e pi s'infuria. D'un tratto  colpa sua se K. ha saltato la cena e la visita settimanale a un'entraneuse. Quando finalmente arriva, verso mezzanotte, K. le dice che la stava aspettando da pi di due ore e mezza (una bugia bella e buona), e insiste per parlarle subito. La signorina Brstner  cos stanca che fatica a reggersi in piedi. Si chiede ad alta voce come K. possa accusarla di essere in ritardo, quando lei non sapeva neppure che la stesse aspettando. Ma accetta di parlargli per qualche minuto nella propria stanza. Qui K. scopre con entusiasmo che la signorina Brstner ha un po' di esperienza come segretaria di uno studio legale: Molto bene, - le dice, - allora potr anche darmi una mano nel mio processo. Le fornisce un resoconto dettagliato dei fatti del mattino, e quando si accorge che la sua storia non la sta impressionando abbastanza, comincia a spostare i mobili per ricostruire la scena. Accenna, senza un valido motivo, al fatto che quel mattino c'era una camicetta appesa alla maniglia della finestra. Mentre interpreta l'agente che lo ha arrestato, persona in realt educata e affabile, K. grida il proprio nome cos forte che un altro pensionante bussa alla porta della signorina Brstner. La ragazza riprova a liberarsi di K.: l'uomo  nella sua camera ormai da mezz'ora, e lei il giorno dopo deve alzarsi molto presto. Ma K. non la lascia in pace. Le assicura che, se l'altro pensionante dovesse crearle problemi, lui si far personalmente garante della sua rispettabilit. Anzi, se sar necessario, dir alla signora Grubach che  stata tutta colpa sua, che lui l'ha aggredita nella sua stanza. E poi, mentre la signorina Brstner cerca un'altra volta di liberarsi di lui, K. l'aggredisce davvero:
lief vor, fate sie, kte sie auf den Mund und dann ber das ganze Gesicht, wie ein durstiges Tier mit der Zunge ber das endlich gefundene Quellwasser hinjagt. Schlielich kte er sie auf den Hals, wo die Gurgel ist, und dort lie er die Lippen lange liegen18.
Adesso vado, le dice, rammaricandosi di non conoscere il suo nome. La signorina Brstner annuisce stancamente e si allontana con il capo chino e le spalle curve. Prima di addormentarsi, K. ripensa a come si  comportato e si sente soddisfatto - anzi, si meraviglia di non esserlo ancora di pi.
Credevo di aver letto ogni parola del primo capitolo del Processo due volte, in tedesco e in inglese, ma quando lo ripresi mi accorsi che in realt non l'avevo mai letto. Quello che c'era effettivamente scritto, in contrasto con quello che mi ero aspettato di trovare, era cos sconvolgente che avevo chiuso il cervello e fatto semplicemente finta di leggere. Ero cos convinto dell'innocenza dell'eroe che non avevo afferrato nulla di ci che l'autore diceva, chiaramente e inequivocabilmente, in ogni frase. Ero stato cieco, proprio come Josef K. E cos, senza badare al discorso di Avery sui tre universi di possibilit interpretative, mi attaccai dogmaticamente all'opposto della mia ipotesi originale. Decisi che K. era un orribile, arrogante egoista, un insolente figlio di buona donna che si rifiuta di esaminare la propria vita e che per questo viene costretto a farla esaminare da qualcun altro.
Quell'autunno mi sentivo felice come non lo ero pi stato dalla fine delle superiori. Io e il mio amico Ekstrm avevamo due stanze comunicanti in un pensionato universitario situato in posizione centrale, e io avevo avuto la fortuna di diventare caporedattore della rivista letteraria del college. Nello stesso spirito burlesco dei primi anni Settanta che aveva procurato il titolo TAFFOARD 19 alla rassegna cinematografica d'essai del college, la rivista si chiamava The Nulset Review20. Il caporedattore precedente era un'esile poetessa di New York dai capelli rossi, che aveva uno staff prevalentemente femminile e aveva pubblicato quasi esclusivamente opere di donne. Io ero il nuovo arrivato che doveva trovare nuovi collaboratori e rinnovare la rivista, e per prima cosa organizzai un concorso per ribattezzarla. La caporedattrice dai capelli rossi abbandon l'incarico con garbo, ma senza ammettere che ci fosse qualcosa di sbagliato nel nome The Nulset Review. Era una donna languida, dagli occhi grandi, con una voce dolce e tremula e un fidanzato cubano di trent'anni che viveva a New York. Io e il mio staff trascorremmo la prima mezz'ora della nostra prima riunione editoriale ad aspettare che si facesse viva e ci spiegasse come dirigere una rivista. Alla fine qualcuno la chiam a casa e la svegli - era l'una della domenica pomeriggio - e lei mezz'ora dopo si trascin nella stanza, con in mano un'enorme tazza di caff e praticamente ancora addormentata. Si sdrai sul divano, posando la testa sul suo nido di riccioli rossi, e non parl quasi mai, tranne quando ci sforzavamo di venire a capo di qualche manoscritto che avevamo ricevuto. Allora, prendendo il manoscritto con mano languida, gli dava una rapida scorsa e forniva un riassunto e un'analisi di grande acume. Mi rendevo conto che era la mia rivale. Abitava sopra un negozio di alimentari-macelleria, in un appartamento fuori dal campus dove viveva anche la bruna specializzanda in francese su cui avevo messo gli occhi. Le due erano amiche del cuore. A novembre, durante una festa, mentre tutti gli altri ballavano, mi ritrovai per la prima volta da solo con la mia rivale. Le dissi: Immagino che ora dovremo finalmente avere una conversazione. Lei mi lanci un'occhiata gelida, disse: No, ti sbagli, e si allontan.
Stavo facendo discreti progressi con la specializzanda in francese. Una sera di dicembre mi chiese di controllare la grammatica in una tesina su Berlin Alexanderplatz di Alfred Dblin che doveva presentare il giorno dopo al seminario di Avery. Non ero d'accordo con quello che sosteneva nella tesina, e a un certo punto mi resi conto che se avessi continuato a discutere del libro, alla fine sarei forse riuscito a passare la notte con lei. Sviluppammo un'ipotesi migliore - e cio che l'eroe proletario di Dblin, Franz Biberkopf, crede nella FORZA virile, ma per riscattarsi deve ammettere la sua assoluta debolezza davanti alla MORTE - e poi, fianco a fianco, scribacchiando forsennatamente e fumando Marlboro Lights, riscrivemmo tutta la tesina. Quando terminammo, alle sei del mattino, stavamo mangiando frittelle in una International House Of Pancakes, e io ero cos strafatto di nicotina ed eccitato dalla situazione da non riuscire a credere che saremmo finiti a letto insieme subito dopo colazione. Ma, con la mia solita sfortuna, lei doveva ancora battere a macchina la tesina.
L'ultima sera del semestre, io e Ekstrm organizzammo una grande festa. C'era la specializzanda in francese, oltre a tutti gli altri amici e vicini e a George e Doris Avery, che rimasero alcune ore, seduti sul letto di Ekstrm a bere Gallo Hearty Burgundy21 e ad ascoltare avidamente i discorsi dei nostri compagni su letteratura e politica. Io immaginavo gi che Avery fosse il miglior insegnante che avrei mai avuto, e ritenevo che lui e Doris ci avessero fatto un grande favore accettando l'invito e rendendo la nostra festa straordinaria, una cosa per adulti oltre che per ragazzi; per tutta la sera gli amici vennero a dirmi, in tono meravigliato: Sono due persone fantastiche. E tuttavia mi rendevo conto di aver fatto a mia volta un favore agli Avery - non ricevevano tanto spesso inviti dagli studenti. Ogni anno un paio di studenti del terzo o quarto anno restavano ammaliati da lui, ma mai pi di un paio. E malgrado Avery fosse bello, leale e sensibile, tra i colleghi pi giovani non era molto pi popolare di quanto lo fosse tra gli studenti. Non aveva pazienza con la teoria e la dottrina politica, ed era troppo palesemente attratto dalle belle donne (come Josef K. non pu fare a meno di riferire alla signorina Brstner di aver visto la sua camicetta appesa alla maniglia della finestra, cos Avery era incapace, quando parlava di alcune docenti, di omettere la descrizione dei loro vestiti e del loro corpo), e forse non era sempre sincero nel chiamare la palla fuori o dentro sul campo da tennis, e lui e il suo collega Weber si detestavano cos profondamente che ricorrevano a strane circonlocuzioni per evitare perfino di pronunciare i rispettivi nomi; e troppo spesso, quando si sentiva insicuro, Avery aggrediva gli ospiti con interminabili elenchi di nude informazioni storico-letterarie, fra cui per esempio i nomi, le pubblicazioni e le biografie condensate di vari archivisti contemporanei tedeschi, austriaci e svizzeri. Proprio quest'altra faccia di Avery - il fatto che avesse un'altra faccia cos visibile - mi stava aiutando finalmente a capire per intero le tre dimensioni di Kafka: il fatto che un uomo poteva essere una vittima mite, sensibile, comicamente bisognosa e un seccatore lascivo smargiasso e astioso, e anche, segnatamente, una terza cosa: una coscienza vacillante, una simultaneit di impulsi colpevoli e acuti rimorsi, una persona inserita all'interno di un processo.
Io e Ekstrm avevamo sgomberato la mia camera da letto per trasformarla in una pista da ballo. Molto dopo la mezzanotte, quando gli Avery e gli amici meno intimi erano andati a casa, mi ritrovai solo sulla pista a danzare sulle note di (I Don't Want to Go to) Chelsea di Elvis Costello, nel mio stile tutto contorto, mentre un gruppo di persone stava a guardare. Guardavano la mia espressivit, scrissi sul mio taccuino il giorno dopo, sull'aereo per St Louis. Lo sapevo, e circa un minuto dopo l'inizio della canzone ho sorriso a tutta quella fila di gente, come a dire Oh, tanta attenzione per un tipo modesto come me. Ma credo che la mia vera espressivit fosse in quel sorriso. Perch  imbarazzato? Non  imbarazzato, lui ama attirare l'attenzione. Be', lo imbarazza riceverla, perch non riesce a credere che altra gente possa assistere cos tranquillamente alla sua esibizione. Sorride con benevolo disprezzo. Poi Chelsea lasci il posto a Miss You, il momento disco degli Stones, e la specializzanda in francese mi raggiunse sulla pista, dicendo: Adesso muoviamoci come se fossimo sballati! Avvicinammo le facce, cercammo di afferrarci, ci schivammo e ballammo naso contro naso in una parodia sballata della seduzione, mentre gli altri ci guardavano.
La casa di Webster Groves aveva l'aria stanca. I miei genitori erano invecchiati di colpo. Avevo l'impressione che Bob e sua moglie fossero segretamente spaventati da loro e stessero preparando una ribellione. Non riuscivo a capire perch Tom, dopo avermi fatto conoscere la canzone Stay Hungry dei Talking Heads, che era stata il mio inno personale in Germania, ora non facesse altro che parlare di quanto avesse mangiato bene. Mio padre si sedette davanti al camino a leggere il racconto e la poesia che avevo pubblicato sulla rivista letteraria (nuovo nome: Small Craft Warnings22), e mi disse: Ma dov' la storia? Dove sono le descrizioni? Qui ci sono solo idee. Mia madre era a pezzi. A partire da settembre era stata due volte in ospedale per operarsi al ginocchio, e ora soffriva di colite ulcerosa. In ottobre Tom aveva portato a casa una nuova ragazza insolitamente adeguata, aveva abbandonato il cinema e stava trovando lavoro come imprenditore edile, e la ragazza sembrava disposta a sorvolare sulla mancanza di un'assicurazione sanitaria e di un impiego convenzionale. Ma poi mia madre scopr che la ragazza non era affatto adeguata. Risult che conviveva con Tom, e a questo mia madre non riusciva a rassegnarsi. Le rodeva l'anima. Come anche l'imminente pensionamento di mio padre, che la spaventava a morte. Continuava a ripetere a chiunque l'ascoltasse che non bisognava mandare in pensione gente capace e vitale che pu ancora contribuire alla societ. Usava sempre la stessa frase.
Per la prima volta in vita mia, cominciavo a vedere i miei famigliari come persone, e non solo come parenti, perch avevo letto la letteratura tedesca e stavo diventando a mia volta una persona. Aber diesmal wird es geschrieben werden 23, scrissi sul taccuino la sera del mio arrivo a St Louis. Volevo dire che quella vacanza in famiglia, a differenza di quelle del passato, sarebbe stata registrata e analizzata per iscritto. Credevo di aver citato il Malte. Ma la vera frase di Rilke  molto pi assurda: Aber diesmal werde ich geschrieben werden 24. Malte sta immaginando un momento in cui, invece di essere l'autore della scrittura (Io scrivo), ne sar il prodotto (Io sono scritto): invece di un'esecuzione, una trasmissione; invece di una messa a fuoco sull'io, un raggio di luce sul mondo. E tuttavia Rilke non dovevo averlo letto tanto male, perch un membro della famiglia che ora vedevo pi chiaramente come persona era il figlio minore, il cucciolo caldo che divertiva gli altri dicendo cose carine e poi si alzava da tavola e andava a scrivere frasi carine sul suo taccuino; e quell'esecutore mi stava facendo perdere la pazienza. 
Quella notte, dopo molteplici sogni sulla specializzanda in francese, ognuno dei quali si concludeva con lei che mi rimproverava perch non volevo fare sesso, ebbi un incubo sul mite pastore tedesco degli Avery, Ina. Nel sogno ero seduto sul pavimento nel soggiorno degli Avery, e il cane si avvicinava e cominciava a insultarmi. Diceva che ero un frivolo finocchio, cinico e affamato di attenzioni, che aveva sempre vissuto una vita fasulla. Io le rispondevo frivolamente e cinicamente e le davo un buffetto sotto il mento. Lei mi rivolgeva un ghigno malevolo, come per chiarire che mi conosceva fino al midollo. Poi mi affondava i denti nel braccio. Mentre cadevo all'indietro, lei mi saltava alla gola.
Mi svegliai e scrissi: So, eines morgens wurde er verhaftet 25.
Mia madre mi prese in disparte e disse in tono rabbioso, riferendosi alla visita di Tom con la sua ragazza dell'ottobre precedente: - Mi hanno ingannata.
Alz lo sguardo da un biglietto che stava scrivendo sul tavolo della sala da pranzo e mi chiese: - Come si scrive vacuit? Come in un senso di vacuit?
Durante tutta la cena di Natale, si scus per l'assenza del tradizionale sorbetto al mirtillo, che quell'anno non aveva preparato perch era troppo stanca. Ogni volta che si scusava, noi le assicuravamo di non sentire affatto la mancanza del sorbetto, dato che la solita salsa di mirtilli rossi fatta in casa conteneva gi tutti i mirtilli di cui avevamo bisogno. Qualche minuto dopo, come un giocattolo meccanico, tornava a scusarsi di non aver preparato il tradizionale sorbetto al mirtillo perch quell'anno era troppo stanca. Dopo cena andai di sopra e tirai fuori il mio taccuino, come avevo fatto tante volte in precedenza; ma questa volta io venni scritto.
Da una lettera post-vacanze di mia madre:
Pap pensa che il tuo piano di studi sia troppo leggero, e teme di non spendere bene i suoi soldi o qualcosa del genere. In effetti, tesoro,  deluso (forse non dovrei dirtelo, anche se presumo te ne sia accorto) perch non ti laurei con una capacit rivendibile come avevi promesso - hai fatto ci che desideravi, certo, ma il mondo reale  una cosa diversa - & inoltre in un college estremamente costoso. Naturalmente so che vuoi scrivere, ma  la stessa cosa che vogliono altre decine di migliaia di giovani di talento & a volte mi chiedo addirittura se tu sia realistico. Bene, tienici informati su eventuali sviluppi incoraggianti o interessanti - neppure una laurea allo Swarthmore  automaticamente garanzia di successo. Detesto essere pessimista (sono sempre stata una persona positiva), ma ho visto Tom sprecare il suo talento & spero che la cosa non si ripeter.
Dalla mia lettera di risposta:
Forse dovrei chiarire alcune questioni che consideravo assodate.
1. Io frequento l'HONORS PROGRAM. Nell'Honors Program seguiamo seminari che richiedono un gran numero di letture indipendenti; ognuno di essi viene dunque considerato l'equivalente di due corsi di 4 o 5 ore...
2. Si pu sapere quando avrei promesso di specializzarmi in quella che continui a chiamare una materia rivendibile? A cosa era legata quella promessa? Al proseguimento del vostro sostegno alla mia istruzione? Hai ragione: a quanto pare tutto questo mi  uscito di mente.
3. So che ormai mi stai ripetendo ogni settimana che lo Swarthmore  estremamente costoso pi per amore di retorica che per fornirmi un'informazione. Tuttavia devi sapere che c' un limite oltre il quale tali ripetizioni cominciano ad avere un effetto contrario a quello cercato.
Dalla risposta di mio padre alla mia risposta:
Ritengo necessario confutare la tua lettera, visti i numerosi commenti critici - e a volte risentiti - che contiene.  un po' difficile rispondere senza aver visto la lettera di tua madre, ma di base dovresti ormai sapere che non  sempre razionale o riguardosa - e considera anche che  da settembre che non sta bene... Perfino il ginocchio le sta dando ancora fastidio. Prende quattro pillole diverse pi volte al giorno, e non credo che questo le faccia bene. La mia ipotesi  che abbia delle ansie mentali che compromettono il suo equilibrio fisico. Ma non riesco a capire cosa la preoccupi. La sua salute  la nostra unica fonte di ansia, e quindi siamo in un circolo vizioso.
E dalla risposta di mia madre alla mia risposta:
Come posso disfare il danno che ho fatto, ferendoti in un modo che da allora mi sta facendo sentire triste & colpevole per l'amore e il rispetto che provo per te (non solo come figlio ma come una delle persone pi speciali della mia vita), e sono depressa per la lettera dissennata e irragionevole che ti ho scritto in un momento di cattivo umore. Posso solo dire che mi dispiace, sono desolata, mi fido ciecamente di te e ti voglio tanto bene. Ti prego di perdonarmi, te lo chiedo di tutto cuore.
L'ultimo libro in tedesco che avevo letto nell'autunno, e quello a cui avevo resistito pi strenuamente, era La montagna incantata. Avevo resistito perch lo capivo molto meglio degli altri romanzi. Il giovane eroe, Hans Castorp,  un borghese di pianura che va a passare tre settimane in un sanatorio di montagna, viene attratto dalla stranezza ermetica del luogo e finisce per rimanervi sette anni. Castorp  un innocente, il tipo che in un continuum Cuore/Cervello andrebbe a piazzarsi dalla parte del Cervello, e Thomas Mann lo tratta con una tenera ironia e una mostruosa onniscienza che, combinate, mi facevano impazzire. Mann, come ci fece notare Avery, ha calcolato perfettamente ogni elemento simbolico: la pianura borghese  il luogo della salute fisica e morale, le alture bohmienne sono la sede del genio e della malattia, e ci che spinge Castorp a lasciare l'una per le altre  il potere dell'amore - in particolare, la sua attrazione per Claudia Chauchat, anche lei ricoverata nel sanatorio. Claudia  davvero la gatta bollente che il suo nome francese sta a significare. Lei e Castorp si guardano sette volte nella sala da pranzo del sanatorio; lui alloggia nella stanza numero 34 (3+4 = 7!) e lei nella numero 7; e il loro flirt raggiunge finalmente il culmine la notte di Valpurga, sette mesi esatti dopo l'arrivo di Castorp, quando lui l'avvicina con la scusa di chiederle in prestito una matita, ripetendo e portando a compimento l'analoga, audace richiesta fatta da Castorp a un ragazzino somigliante a Claudia del quale si era innamorato tanti anni prima, e che lo aveva ammonito di non rompere la matita; e Castorp fa sesso con Claudia una volta soltanto, e da allora non lo far pi con nessun'altra, eccetera eccetera. E poi, visto che tanta perfezione formale pu risultare agghiacciante, Mann inserisce un eccezionale capitolo intitolato Neve sulla micidiale freddezza della perfezione formale, e comincia a portare il romanzo in una direzione meno ermetica, una mossa di per s perfetta dal punto di vista formale.
Quella coscienza organizzativa cos tipicamente tedesca mi faceva sospirare quanto un gioco di parole complicato e ben riuscito. E tuttavia, al centro del libro c'era una questione di autentico interesse personale, per me come per Mann: Come pu succedere che un giovane si allontani cos rapidamente dai valori e dalle aspettative della sua educazione borghese? In apparenza, nel caso di Castorp, si potrebbe attribuire la colpa alla piccola lesione tubercolare comparsa nella sua radiografia toracica. Ma Castorp accetta la diagnosi con tale entusiasmo da dimostrare che si tratta pi che altro di un pretesto - ein abgekartetes Spiel26. Il vero motivo per cui rimane al sanatorio e guarda la sua vita diventare irriconoscibile  l'attrazione per Claudia e per il suo monte di Venere, la sua cosiddetta montagna incantata. Per dirla con il linguaggio sessuato di Goethe, Das Ewig-Weibliche | Zieht uns hinan27. E ci che in parte mi irritava, nella condiscendenza ironica di Mann, era la complicit in quella che mi sembrava la passivit di Castorp. Il suo abbandono della pianura borghese per una bohme alpina non  un gesto attivo, dettato dall'inquietudine;  una cosa che gli accade.
E accadde anche a me. Dopo le vacanze andai a Chicago e vidi Tom, che stava diventando un progettista e imprenditore edile proprio come previsto da mio padre, e conobbi la sua nuova ragazza, Marta Smith, che era in tutto e per tutto fantastica come Tom aveva assicurato (e che infatti, meno di un anno dopo, divenne la nuora pi fidata di mia madre). Al rientro da Chicago tornai a scuola con una settimana di anticipo e alloggiai nell'appartamento sopra la macelleria dove abitava la specializzanda in francese. Divenne subito chiaro che eravamo stufi l'uno dell'altra, stufi di non veder succedere nulla. Ma la sua coinquilina, la rossa newyorchese, la mia rivale, aveva rotto con il fidanzato cubano, e io e lei restavamo alzati a guardare vecchi film dopo che tutti gli altri erano andati a letto. Era la persona pi intelligente che avessi mai incontrato. Una breve occhiata a una pagina di Wordsworth le bastava per capire il significato di ogni verso. Salt fuori che avevamo in comune l'aspirazione a lasciarci le cose infantili alle spalle, e che anche lei, a modo suo, era in fuga dalla pianura. Nel giro di poco tempo, la sua voce cominci a risuonarmi nella testa giorno e notte. Mi venne in mente che il mio interesse per la sua migliore amica, la specializzanda in francese, poteva essere stato semplicemente un abgekartetes Spiel. Io e la rivale andammo a cena da una coppia di amici comuni, due studenti che vivevano fuori dal campus, e in seguito disapprovammo i loro gusti in materia di cibo e vestiti in un'orgia di reciproco accordo. L'indomani, dopo l'arrivo della posta, la rivale mi chiese se conoscessi una persona di nome Marta Smith che viveva a Chicago. Questa sconosciuta aveva in qualche modo messo le mani su una copia di Small Craft Warnings, aveva letto un lungo racconto intitolato Dismembering You on Your Birthday 28 e aveva spontaneamente scritto per dire che le era piaciuto molto. Marta non sapeva niente del mio interesse per l'autrice del racconto, e il tempismo di quella lettera sembrava un segno mistico uscito da uno di quei romanzi tedeschi che avevo momentaneamente dimenticato di non apprezzare. 
La sera del ventunesimo (3 x 7!) compleanno della mia rivale, il 24 gennaio (24/1 = 2 + 4 + 1 = 7!), e cio ventuno (3 x 7!) giorni prima di San Valentino (14:2 = 7!), mi presentai alla sua festa portandole in regalo un pacchetto di costose sigarette italiane. La parte di me abbastanza saggia da temere enormi complicazioni a lungo termine sperava che saremmo rimasti semplicemente amici. Ma un'altra, pi importante parte di me doveva vederla diversamente (o almeno cos immaginai in seguito, proprio come Josef K. immagina che qualcuno deve averlo calunniato), perch alle cinque del mattino, molto tempo dopo la fine della festa, ero ancora sul divano con lei. Quando mi scusai per averla tenuta alzata fino a tardi, la risposta che usc da quella bocca infinitamente morbida che sapeva di cavolfiore crudo fu chiara e confortante come la scrittura di Mann. La mia idea di un ventunesimo compleanno perfetto - disse - non prevedeva certo che andassi a dormire prima delle cinque. 
Un'altra scena da uno di quei romanzi.
Avevano letto Freud assiduamente la settimana prima delle vacanze di primavera. La piccola ragazza dai capelli rossi aveva un'amica, un'insegnante delle superiori di nome Chloe, che viveva nel centro del paese e aveva offerto alla ragazza e al ragazzo l'uso del suo appartamento mentre era in vacanza. La ragazza e il ragazzo erano pronti a fare delle cose a letto, cose che erano del tutto nuove per lui, se non per lei, e che sembravano a entrambi decisamente troppo carnali perch una semplice porta tamburata potesse nasconderle ai compagni d'appartamento della ragazza. Cos i due andarono a casa di Chloe un marted pomeriggio, durante una pausa negli acquazzoni primaverili. I petali di magnolia erano bagnati di pioggia sotto i loro piedi. Nello zaino della ragazza c'erano pane, burro, uova, gin, acqua tonica, caff, sigarette e contraccettivi. Chloe abitava in un appartamento buio al pianterreno, in un basso e insignificante edificio di mattoni che il ragazzo non aveva mai notato pur essendoci passato davanti un centinaio di volte. Le stanze erano quasi vuote, in seguito alla partenza di un fidanzato del quale Chloe aveva sparlato con la ragazza finch non aveva trovato il coraggio di piantarlo. La ragazza e il ragazzo prepararono un gin tonic e andarono nella stanza da letto di Chloe. Malgrado avessero chiuso a chiave la porta d'ingresso e l'appartamento fosse vuoto, era impensabile lasciare aperta la porta della stanza di Chloe. Buttarsi sul letto davanti a una porta aperta era come invitare un estraneo malintenzionato a comparire all'improvviso mentre loro erano distratti; succedeva in ogni film dell'orrore per adolescenti. Il ragazzo era ancora sorpreso dal fatto che la ragazza lo desiderasse quanto lui desiderava lei, anche se non era pi in grado di spiegare il motivo di tanta sorpresa. Era semplicemente grato dell'insegnamento. Nulla di ci che quella ragazza poteva fargli gli sarebbe sembrato sporco. La stanza, per, era sporca sul serio. C'era odore di moquette ammuffita, e una grossa macchia gialla sul soffitto. Alcuni vestiti di Chloe penzolavano fuori dai cassetti, altri giacevano in un mucchio vicino all'armadio, altri ancora erano appesi a un gancio sulla porta del corridoio in un ammasso informe. La ragazza era pulita e odorava di fresco, ma a quanto pareva Chloe, che il ragazzo non aveva mai visto, era ben diversa. E cos sul letto sporco di Chloe il sesso orale gli sembr sporco. Uno scroscio di pioggia colp furiosamente l'unica finestra della stanza, al di l di una tenda di plastica dozzinale e rovinata. La pioggia prosegu, ma termin prima di loro. Il cielo era quasi buio quando si vestirono e uscirono a fare una passeggiata e a fumare. Verso occidente, una stretta striscia di limpido cielo verde-azzurro era comparsa tra le nuvole di pioggia in allontanamento e un edificio del college gradevolmente illuminato. Anche dopo le sigarette, il ragazzo continuava a sentire il sapore della magia. Nel petto aveva una sensazione di gratitudine e imbarazzo cos intensa che gemeva leggermente, senza volerlo, ogni volta che la sua mente si soffermava su ci che la ragazza gli aveva fatto e permesso di fare. 
Era notte quando tornarono nell'appartamento di Chloe e scoprirono che qualcuno era entrato in loro assenza. La porta d'ingresso, che avevano premurosamente chiuso a chiave, era aperta. In fondo al corridoio, nella cucina che avevano lasciato al buio, videro brillare una luce. C' qualcuno? - grid il ragazzo. - ... Ehi?... C' qualcuno? Non ci fu risposta. In cucina non c'era nessuno. Lui chiese se il ragazzo di Chloe potesse avere ancora le chiavi di casa. Lei, mentre prendeva il ghiaccio dal frigo per preparare un gin tonic, disse che era poco probabile, visto che quel tizio aveva portato via tutta la sua roba. Le deve anche sei mesi d'affitto, disse aprendo il frigo, e poi: Merda! MERDA! MERDA! Il ragazzo disse Cosa c'?, e lei rispose:  stato qui! Qualcuno  stato qui! Perch la bottiglia di acqua tonica, che i due avevano lasciato mezza piena, adesso era quasi vuota. Si guardarono, sgranando gli occhi, e scrutarono il corridoio buio. Il ragazzo si pent di non aver acceso la luce. Ehil! - grid. - C' qualcuno? La ragazza stava aprendo i cassetti in cerca di un coltello. Ma a quanto pareva Chloe aveva al massimo dei coltelli da bistecca. La ragazza ne prese uno e ne diede un altro al ragazzo, e insieme avanzarono lungo il corridoio, gridando C' qualcuno? C' qualcuno? Il soggiorno era a posto. E anche il piccolo studio. Ma quando il ragazzo arriv davanti alla porta della camera da letto e le diede una spinta, l'uomo che era dall'altra parte la spinse indietro. L'uomo aveva una pistola, e il ragazzo afferr la maniglia con entrambe le mani e la tir verso di s, mettendo i piedi ai due lati della porta e tirando pi forte che poteva contro una notevole resistenza. Per un istante sent l'uomo con la pistola sbuffare al di l della porta. Poi nulla. Il ragazzo continu a tirare con tutte le sue forze. Lui e la ragazza ansimavano di terrore. Cosa faccio?, disse lei. Vai fuori, vai, vai, vai, - rispose lui con voce roca, - esci di qui! La ragazza corse alla porta d'ingresso e l'apr, girandosi a guardare il ragazzo che stava ancora tirando la maniglia. Era ad appena otto passi di distanza da lei. Poteva correre fuori prima che l'uomo con la pistola aprisse la porta e alzasse l'arma. E cos il ragazzo fugg. Lui e la ragazza attraversarono di corsa l'atrio dell'edificio, uscirono sul marciapiede e si fermarono, ansimanti. Erano le sei di sera in un gradevole sobborgo. I pendolari tornavano a casa dal lavoro, qualcuno tirava a canestro dall'altra parte della strada, il freddo dell'inverno riemergeva dalle ombre. Il ragazzo e la ragazza, tremanti di freddo, si sentivano al contempo impacciati e straordinari, come se niente del genere fosse mai successo - potesse mai succedere - a qualcun altro in tutto il mondo. Il salto da quella sensazione al matrimonio non sarebbe stato pi pauroso di quello dalla porta della camera da letto alla salvezza. Credo sia giusto chiedersi - disse la ragazza, tremando - per quale ragione il ragazzo di Chloe potrebbe farci del male. Il ragazzo, a sua volta, si chiese se il peso e i rumori al di l della porta non fossero stati causati semplicemente dai vestiti di Chloe che oscillavano sugli attaccapanni. Il mondo stava di nuovo tornando razionale. Avrebbero trovato una chiazza appiccicosa di acqua tonica sul ripiano inferiore del frigo, qualcosa di strano nella serratura della porta d'ingresso, un temporizzatore nell'interruttore della cucina. Il ragazzo e la ragazza sarebbero rientrati insieme e avrebbero messo l'Inconscio al suo posto. 
1Sar difficile convincermi che la storia del figliol prodigo non sia la leggenda dico lui che non volle essere amato [N.d.A.].
2Rossori, palpitazioni, cattiva coscienza: sono cose che capitano quando non si ha peccato [N.d.A.].
3Catena di negozi dell'usato gestita dall'omonima associazione di reduci di guerra [N. d. T.].
4Der (maschile) Lffel; die (femminile) Gabel; das (neutro) Messer [N.d.A.].
5In italiano nel testo [Nota del traduttore].
6Anelare, librarsi, tessere, vivere, tremare, dare [N.d.A.].
7Ti svegli e formuli un vigoroso proposito | Anelare, da ora in poi, alla pi alta forma dell'essere [N.d.A.].
8Conosci il paese dove fioriscono i limoni, | E le arance d'oro splendono tra le foglie scure... | Forse lo conosci? [N.d.A.].
9Qui la vista  libera, | Lo spirito si eleva. | Ecco laggi passare, | Donne in vo-lo verso il cielo [N.d.A.].
10Chi mi disturba adesso? [N.d.A.].
11Passa da una sensazione all'altra - ma senza soddisfazione [N.d.A.].
12Dolore del mondo [Nota del traduttore].
13C' stato un omicidio, e l'umanit vorrebbe chiedere aiuto[N.d.A.].
14Ora scopriamo che le nostre proibizioni erano le procrastinazioni della Natura,i nostri segreti le sue possibilit, la nostra vergogna il suo sprone, il nostro pericolo il suo piacere, le nostre difese la sua copertura, le nostre preghiere la sua stagione riproduttiva... L'amore incatenato amava le sue catene; l'amore percosso amava il suo dolore; l'amore osceno, la sua oscenit. La vendetta dell'Eros esiliato era la magia di trasformare ogni perdita in un guadagno [N.d.A.].
15Sto imparando a vedere. Non so perch, ma ogni cosa penetra in me pi profondamente e non rimane l dove, finora, ha sempre avuto fine. Ho una vita interiore che non conoscevo. Ora va tutto l dentro. Non so cosa vi accada [N.d.A.].
16Vi sono persone che portano lo stesso volto per anni; naturalmente si logora, si sporca, si lacera lungo le pieghe, si sforma come un paio di guanti da viaggio.Questa  gente parsimoniosa, semplice; non cambia mai volto, non lo fa nemmeno pulire[N.d.A.].
17Dio mio, come hai letto male, Malte [N.d.A.].
18Corse avanti, la afferr, la baci sulla bocca e poi su tutto il viso, come l'animale assetato che lambisce l'acqua della sorgente a lungo cercata. Alla fine le baci il collo, sulla gola, lasciando indugiare a lungo le labbra [N.d.A.].
19Take A Flying Fuck On A Rolling Doughnut [N.d.A.]. [Insulto fantasioso e colorito, che significa letteralmente: Vai a prendere un cazzo volante su una ciambella rotolante, Nota del traduttore].
20Null set significa insieme nullo [Nota del traduttore]
21Vino da tavola californiano a buon mercato [Nota del traduttore].
22Avvisi alle piccole imbarcazioni: titolo di una commedia di Tennessee Williams del 1972 [Nota del traduttore].
23Ma questa volta sar scritto [N.d.A.].
24Ma questa volta io sar scritto [N.d.A.].
25E cos, un mattino venne arrestato [N.d.A.].
26Una partita a carte con il mazzo truccato [N.d.A.].
27L'Eterno femminino | Ci attira in alto [N.d.A.].
28Smembrarti il giorno del tuo compleanno [Nota del traduttore].

Il mio problema ornitologico.

Febbraio 2005, Texas meridionale: avevo preso una stanza in un motel lungo la strada di Brownsville, e tutte le mattine mi alzavo al buio e preparavo il caff per il mio vecchio amico Manley, che non parlava e non si alzava dal letto finch non l'aveva bevuto, e poi trangugiavo la colazione gratuita del motel, correvo alla macchina noleggiata e andavo a osservare gli uccelli per dodici ore di fila. Aspettavo fino all'imbrunire per fare la spesa e il pieno di benzina, in modo da non sprecare neppure un minuto di luce ornitologicamente utile. L'unico modo per non chiedermi cosa stessi facendo, e perch, era non fare assolutamente nient'altro.
Al Santa Ana National Wildlife Refuge, nel caldo pomeriggio di un giorno feriale, io e Manley camminammo per parecchi chilometri lungo piste polverose fino a un laghetto artificiale, e l, guardando verso la riva opposta, vidi tre anatre marrone chiaro. Le prime due nuotavano con misurata rapidit verso il riparo di un fitto canneto, concedendomi pi che altro una veduta del loro posteriore, ma la terza indugi abbastanza a lungo perch riuscissi a puntarle il binocolo verso la testa, caratterizzata da linee orizzontali che sembravano tracciate da due dita intinte nell'inchiostro nero.
- Un gobbo mascherato! - dissi. - Lo vedi?
- Io vedo un'anatra, - disse Manley.
-  un gobbo mascherato!
L'uccello spar rapidamente fra le canne e non diede segno di voler riapparire. Mostrai a Manley la pagina della mia guida Sibley.
- Quest'anatra non la conosco, - disse lui. - Ma l'uccello che ho appena visto  lo stesso del disegno.
- Le tre strisce sulla testa. Quel color marrone cannella.
- S.
- Era un gobbo mascherato!
Eravamo a qualche centinaio di metri dal Rio Grande. Dall'altra parte del fiume, andando verso sud - verso il Brasile, diciamo - si potevano vedere gobbi mascherati a dozzine. Ma a nord del confine erano una rarit. Il piacere dell'avvistamento allegger la scarpinata per tornare al parcheggio.
Mentre Manley schiacciava un pisolino in macchina, io andai a curiosare in una palude l vicino. Tre uomini di mezza et con un'ottima attrezzatura mi chiesero se avessi visto qualcosa di interessante.
- Non molto, - dissi, - a parte un gobbo mascherato.
Si misero a parlare tutti insieme. 
- Un gobbo mascherato!
- Gobbo mascherato?
- Dove, di preciso? Ce lo mostri sulla cartina.
-  sicuro che fosse un gobbo mascherato?
- Lei conosce il gobbo rugginoso, vero? Sa com' fatta una femmina di gobbo rugginoso.
- Gobbo mascherato!
Io risposi che s, avevo gi visto una femmina di gobbo rugginoso, ce n'erano anche in Central Park, e questo non era un gobbo rugginoso. Dissi che era come se qualcuno avesse intinto due dita nell'inchiostro nero e...
- Era solo?
- Ce n'erano altri?
- Un gobbo mascherato!
Uno di loro tir fuori la penna, annot il mio nome e mi chiese di indicare il punto esatto su una mappa. Gli altri due si erano gi incamminati sul sentiero da cui ero arrivato.
- E lei  sicuro che fosse un gobbo mascherato, - disse il terzo uomo.
- Non era un rugginoso, - risposi.
Un quarto uomo usc dai cespugli alle nostre spalle. - C' un caprimulgo che dorme su un albero.
- Questo tizio ha visto un gobbo mascherato, - disse il terzo uomo.
- Un gobbo mascherato!  sicuro? Conosce la femmina del gobbo rugginoso?
Gli altri due tornarono indietro di corsa. - Qualcuno ha detto caprimulgo?
- S, l'ho inquadrato col cannocchiale.
Ci inoltrammo tutti e cinque fra i cespugli. Il caprimulgo, addormentato su un ramo, sembrava un calzino da trekking grigio parzialmente appallottolato. L'uomo che l'aveva avvistato per primo, un amico del proprietario del cannocchiale, l'aveva identificato come un caprimulgo-sparviero minore, e non come un caprimulgo-sparviero comune. Il terzetto ben equipaggiato si dichiar d'altro avviso.
- Ha detto minore? Ha sentito il richiamo?
- No, - rispose l'uomo, - ma l'areale di distribuzione...
- L'areale non  d'aiuto.
- L'areale farebbe pensare al comune, semmai, in questo periodo dell'anno.
- Guarda dov' la barra alare.
- Comune.
- S, direi senz'altro comune.
I quattro partirono a passo di marcia per cercare il gobbo mascherato, e io cominciai a preoccuparmi. La mia identificazione, che sul momento mi era sembrata inoppugnabile, suonava pericolosamente avventata in presenza di quattro seri bird watcher che marciavano per chilometri nell'afa del pomeriggio. Andai a svegliare Manley.
- La sola cosa che conta, - disse, -  che lo abbiamo visto.
- Ma quel tizio ha preso il mio nome. Se ora non lo vedranno, mi far una cattiva reputazione.
- Se non lo vedranno, penseranno che  nel canneto.
- E se invece vedessero qualche gobbo rugginoso? Potrebbero esserci sia i rugginosi sia i mascherati, e i rugginosi sono meno timidi.
-  davvero una cosa per cui angosciarsi, - disse Manley, - se proprio vuoi angosciarti.
Andai al centro visitatori della riserva e scrissi sul registro: Tre GOBBI MASCHERATI, uno sicuro e due intravisti, estremit settentrionale Canneto di tifa n. 2. Chiesi a una volontaria se qualcun altro avesse segnalato un gobbo mascherato. 
- No, sarebbe il primo quest'inverno, - rispose.
Il pomeriggio seguente, a South Padre Island, nel terreno paludoso dietro il centro congressi dove una ventina fra pensionati del Midwest settentrionale e tizi dalla barba incolta passeggiavano avanti e indietro con macchina fotografica e binocolo, vidi una bella ragazza dai capelli scuri che fotografava un paio di anatre con il teleobiettivo. - Alzavole comuni, - dissi a Manley.
La ragazza alz gli occhi di scatto. - Alzavole comuni? Dove?
Accennai con la testa ai suoi uccelli.
- Quelli sono fischioni, - disse lei.
- Giusto.
Non era la prima volta che commettevo quell'errore. Sapevo benissimo com'era fatto un fischione, ma a volte, nella frenesia dell'avvistamento, il mio cervello si confondeva. Mentre battevamo in ritirata, mostrai a Manley alcune foto.
- Vedi, - dissi, - il fischione e l'alzavola comune hanno pi o meno gli stessi colori, per disposti in tutt'altro modo. Avrei dovuto dire fischione. Ora penser che non so distinguere un fischione da un'alzavola.
- Perch non gliel'hai detto? - chiese Manley. - Potevi dirle semplicemente che ti  uscita di bocca la parola sbagliata.
- Avrei peggiorato la situazione. L'avrei tirata troppo per le lunghe.
- Ma almeno le avresti dimostrato che conosci la differenza.
- Non sa come mi chiamo. Non la vedr mai pi.  l'unica consolazione che riesco a immaginare.
In America non c' posto migliore del Texas meridionale per avvistare gli uccelli in febbraio. Manley c'era gi stato trent'anni prima, da giovanissimo bird watcher, ma per me era un mondo completamente nuovo. In tre giorni avevo visto splendidi esemplari arruffati di ani beccosolcato in ozio sugli arbusti, aninghe dall'aria giurassica che si asciugavano le ali al sole, squadriglie di pellicani bianchi che si libravano sul fiume con un'apertura alare di due metri e mezzo, una coppia di caracara che mangiava un serpente reale ucciso da un'auto, un trogone elegante, un fringuello dal collare rosso e due tordi esotici, tutti appostati a Weslaco, in un'oasi della Audubon Society grande come un francobollo. L'unica delusione era rappresentata dall'obiettivo n. 1 del mio viaggio, la dendrocigna beccorosso. La dendrocigna, un uccello che nidifica sugli alberi, con le zampe stranamente lunghe, il becco rosa acceso e un marcato anello bianco intorno all'occhio, era una di quelle specie la cui esistenza, per quanto attestata dalla guida da campo, mi lasciava piuttosto in dubbio, come una creatura descritta da Marco Polo. Si riteneva svernasse in gruppi numerosi nei laghi di meandri abbandonati (chiamati resacas) dalle parti di Brownsville, e mentre esploravo invano una sponda dopo l'altra, avevo sempre pi la sensazione di inseguire una chimera.
A South Padre, mentre la nebbia arrivava a banchi dal Golfo del Messico, mi ricordai di alzare lo sguardo verso la torre cisterna, dove, secondo la guida, si posava spesso un falco pellegrino. E infatti lo intravidi, molto vagamente. Montai il cannocchiale da osservazione, e una coppia di bird watcher, due anziani dall'aria esperta, mi chiesero cosa avessi avvistato.
- Falco pellegrino, - dissi con orgoglio.
- Sai, Jon, - disse Manley con l'occhio appoggiato al cannocchiale, - dalla testa si direbbe piuttosto un falco pescatore.
- Quello  un falco pescatore, - conferm placidamente la donna.
- Dio, - dissi, tornando a guardare, - con questa nebbia  cos difficile distinguere, rendersi conto delle dimensioni, sa, da qui a lass, per ha ragione, s, lo vedo. Pescatore, pescatore, pescatore. S.
-  il bello della nebbia, - osserv la donna. - Si pu vedere quello che si vuole.
In quel momento, la ragazza dai capelli scuri si avvicin con un cavalletto e una grossa macchina fotografica. 
- Falco pescatore, - le dissi in tono sicuro. - A proposito, sa, mi vergogno terribilmente di aver detto alzavola, prima, quando in realt intendevo canapiglia. 
Lei mi fiss. - Canapiglia?
Tornato in macchina, telefonai al centro visitatori di Santa Ana, usando il cellulare di Manley per non rivelare il mio nome attraverso l'identificatore di chiamata, e chiesi se qualcuno avesse segnalato la presenza di gobbi mascherati nella riserva.
- S, una persona ne ha segnalato uno ieri. Gi al Canneto.
- Solo una persona? - chiesi.
- S. Io non c'ero. Ma qualcuno ha segnalato un gobbo mascherato.
- Fantastico! - dissi, come se il tono entusiasta potesse conferire una credibilit a posteriori alla mia segnalazione. - Verr a cercarlo!
Mentre tornavamo a Brownsville lungo una di quelle strette piste sterrate che Manley mi incitava a percorrere, ci fermammo ad ammirare una resaca blu circondata da un verde lussureggiante, con il tramonto alle nostre spalle. Il delta in inverno era cos bello che il mio imbarazzo non dur a lungo. Scesi dall'auto, e l, a galla nella parte in ombra della resaca, silenziosa e noncurante come se fosse la cosa pi naturale del mondo -  cos, dopotutto, che si comportano le creature magiche nei luoghi incantati -, c'era la mia dendrocigna beccorosso. 
Mi sembr strano tornare a New York. Dopo le emozioni del Texas meridionale mi sentivo cupo e irrequieto, come in crisi d'astinenza. Stentavo a farmi capire dagli amici, non riuscivo a concentrarmi sul lavoro. Ogni sera mi coricavo con un libro di ornitologia e leggevo di altri viaggi che avrei potuto fare, studiavo i segni caratteristici di specie che non avevo visto, e poi sognavo vivide immagini di uccelli. Quando due gheppi, un maschio e una femmina, forse spinti fuori da Central Park dall'artista Christo e da sua moglie Jeanne-Claude, cominciarono a posarsi sopra un comignolo davanti alla finestra della cucina intingendo il becco nel sangue fresco dei topi appena uccisi, mi sembr che il loro spaesamento riflettesse il mio. 
Una sera, all'inizio di marzo, andai alla Society for Ethical Culture per sentire Al Gore che parlava del surriscaldamento del pianeta. Mi aspettavo di divertirmi con la bruttezza retorica del discorso - di roteare gli occhi davanti a Gore che pontificava su destino e genere umano, sfoggiava le sue credenziali di secchione e rimproverava i consumatori americani. Invece Gore aveva ritrovato il senso dell'umorismo. Pronunci un discorso spiritoso, anche se incredibilmente demoralizzante. Per pi di un'ora, con l'ausilio di numerose immagini, offr le prove inconfutabili di catastrofi climatiche incombenti che avrebbero provocato sconvolgimenti e sofferenze inimmaginabili in tutto il mondo, forse gi durante la mia vita. Uscii dall'auditorium sotto una cappa di angoscia e preoccupazione, come quella che mi opprimeva da ragazzo quando leggevo della guerra nucleare. 
Di solito a New York tengo a freno la mia coscienza ambientale, confinandola idealmente ai dieci minuti all'anno in cui firmo assegni redimenti per organizzazioni come il Sierra Club. Ma il messaggio di Gore era cos inquietante che arrivai quasi fino al mio appartamento prima di trovare qualche motivo per sminuirne l'importanza. Per esempio: non mi stavo gi impegnando pi della maggior parte degli americani per combattere il surriscaldamento del pianeta? Non avevo la macchina, vivevo in un appartamento di Manhattan a basso consumo energetico, facevo la raccolta differenziata. E inoltre: quella non era forse una serata insolitamente fredda per l'inizio di marzo? E le carte geografiche della Manhattan del futuro mostrate da Gore, con l'isola semisommersa per l'innalzamento del livello del mare, non mostravano forse che l'angolo fra Lexington e Eighty-first Street, dove abito io, sarebbe rimasto all'asciutto perfino nella peggiore delle ipotesi? L'Upper East Side ha una topografia precisa. Sembrava improbabile che le acque di fusione della calotta glaciale della Groenlandia potessero avanzare oltre il Citarella market in Third Avenue, a sei isolati in direzione sudest. In pi, il mio appartamento era in alto, al nono piano.
Quando entrai in casa, nessun bambino mi venne incontro di corsa, e questa assenza sembr decisiva: avrei fatto meglio a investire il mio capitale di ansia in pandemie virali e bombe sporche piuttosto che nel surriscaldamento del pianeta. Anche se avessi avuto dei figli, avrei trovato difficile preoccuparmi per il benessere climatico dei figli dei loro figli. Non avere figli mi rendeva completamente libero. Non avere figli era la mia ultima e migliore linea di difesa contro quelli come Al Gore.
C'era solo un problema. Quella notte, mentre cercavo di addormentarmi e rivedevo mentalmente il Nordamerica desertificato delle immagini computerizzate di Gore, non riuscii a evitare di preoccuparmi per i miliardi di uccelli e le migliaia di specie aviarie che rischiavano di venire annientate in tutto il mondo. Molti dei luoghi che avevo visitato a febbraio in Texas si trovavano a meno di sei metri sopra il livello del mare, e laggi il clima era gi quasi mortalmente estremo. Probabilmente gli esseri umani si sarebbero adattati ai cambiamenti futuri - siamo famosi per la nostra creativit nell'evitare i disastri, e nell'inventare grandi storie quando non ci riusciamo - ma gli uccelli non avevano le stesse possibilit. Gli uccelli avevano bisogno di aiuto. E questo, compresi, era il vero disastro per un moderno americano benestante. Questo era lo scenario che per molti anni mi ero sforzato di allontanare: non la rovina del mondo nel futuro, bens il mio sentirmi fastidiosamente obbligato a preoccuparmi del mondo nel presente. Questo era il mio problema ornitologico.
Per molto tempo, negli anni Ottanta, io e mia moglie eravamo vissuti sul nostro piccolo pianeta personale. Passavamo da soli quantit di tempo sovrumane ed esaltanti. Nei primi due appartamenti dove abitammo, a Boston, eravamo cos presi l'uno dall'altra che andavamo d'accordo con un solo amico, il nostro compagno di college Ekstrm, e quando infine ci trasferimmo nel Queens, Ekstrm si trasfer a Manhattan, risparmiandoci cos la fatica di cercare un altro amico. 
Nei primi tempi del matrimonio, quando il mio vecchio professore di tedesco, Weber, mi chiese come fosse la nostra vita sociale, io risposi che non ne avevamo alcuna. Va bene per un anno, - disse Weber. - Due anni al massimo. La sua sicurezza mi offese. Lo giudicai molto presuntuoso, e non gli rivolsi mai pi la parola. 
Nessuno, fra quegli aggrondati climatologi dell'emotivit che erano i parenti e gli ex amici profeti di sventura, sembrava accorgersi che la nostra unione era straordinariamente ricca di risorse. Per dimostrare che avevano torto, facemmo funzionare il nostro isolamento per quattro anni, cinque anni, sei anni; e poi, quando l'atmosfera domestica cominci davvero a surriscaldarsi, lasciammo New York per un villaggio della Spagna dove non conoscevamo nessuno, e dove gli stessi abitanti parlavano a malapena lo spagnolo. Ci comportammo come quei popoli abitudinari descritti da Jared Diamond in Collasso, che reagiscono al degrado di un ecosistema sfruttandolo ancora di pi: i groenlandesi medievali, gli abitanti preistorici dell'Isola di Pasqua, i moderni proprietari di fuoristrada. Tutte le riserve di cui ancora disponevamo al momento del nostro arrivo in Spagna vennero consumate in sette mesi d'isolamento. 
Quando tornammo nel Queens, non riuscivamo a stare insieme per pi di qualche settimana di fila; vederci cos infelici ci faceva venir voglia di correre da un'altra parte. Reagivamo ai piccoli litigi dell'ora di colazione sdraiandoci per ore a faccia in gi sul pavimento delle rispettive stanze, in attesa che l'altro prendesse atto del nostro dolore. Scrissi velenose geremiadi ai membri della mia famiglia che secondo me avevano offeso mia moglie; lei mi consegn due manoscritti di quindici e venti pagine con le analisi delle nostre rispettive situazioni; consumavo un flacone di Maalox alla settimana. Ero certo che ci fosse qualcosa di terribilmente sbagliato. E questo qualcosa, decisi, era l'assalto all'ambiente da parte della moderna societ industrializzata. 
All'inizio ero troppo povero per pensare all'ambiente. In Massachusetts, la mia prima macchina era stata una Nova del '72 con il tetto in vinile, che aveva bisogno del vento in coda per fare quattro chilometri con un litro ed emetteva fumi corposi e compositi come un buf bourguignon. Quando la Nova si ferm per sempre, comprammo una Malibu station wagon con un ridicolo carburatore quadruplo corpo (800 dollari) che andava sostituito, e con la marmitta catalitica (350 dollari) svuotata per facilitare la fuoriuscita dei gas. Inquinare un po' meno ci sarebbe costato quanto mantenerci per due o tre mesi. La Malibu conosceva praticamente a memoria la strada fino alla losca autofficina dove compravamo il tagliando annuale del controllo dei gas di scarico. 
L'estate del 1988, tuttavia, era stata una delle pi calde mai registrate in Nordamerica, e la campagna spagnola aveva offerto uno spettacolo di sviluppo incontrollato, colline disseminate di rifiuti e scarichi di motori diesel; e se dopo lo smantellamento del Muro di Berlino la prospettiva di una catastrofe nucleare (da sempre la mia apocalisse preferita) si stava un po' allontanando, lo scempio della natura mi offriva la possibilit, come apocalisse alternativa, di incolpare me stesso. Ero cresciuto ascoltando predicozzi quotidiani sulla responsabilit personale. Mio padre era un risparmiatore di mozziconi di matita e pezzetti di spago, e un tramandatore di stravaganti preconcetti del protestantesimo svedese. (Considerava scorretto bere un cocktail a casa prima di andare al ristorante, perch i profitti dei ristoranti dipendevano dalla vendita di liquori). Preoccuparmi per i kleenex e i tovaglioli di carta che sprecavo, per l'acqua che lasciavo scorrere mentre mi facevo la barba, per le pagine del Times della domenica che buttavo senza averle lette e per le sostanze inquinanti che contribuivo a diffondere nel cielo ogni volta che prendevo l'aereo mi veniva naturale. Una volta discussi animatamente con un amico, il quale era convinto che si consumasse meno energia tenendo il termostato sui venti gradi anche durante la notte anzich alzandolo solo al mattino. Ogni volta che risciacquavo un barattolo di burro di arachidi, cercavo di calcolare se occorresse pi petrolio per fabbricare un nuovo barattolo o per riscaldare l'acqua del rubinetto e trasportare il vecchio barattolo a un centro di riciclaggio. 
Mia moglie se ne and di casa nel dicembre del 1990. Un'amica l'aveva invitata a trasferirsi a Colorado Springs, e lei era ormai pronta a sfuggire all'inquinamento del suo spazio personale provocato dalla mia presenza. Come la moderna societ industrializzata, anch'io continuavo ad apportare consistenti vantaggi materiali al nostro nucleo famigliare, ma quei vantaggi avevano un costo psicologico troppo elevato. Fuggendo nella terra dei cieli aperti, mia moglie sperava di recuperare la sua natura indipendente, che anni da donna troppo sposata avevano reso quasi irriconoscibile. Prese in affitto un bell'appartamento in North Cascade Avenue, e cominci a mandarmi lettere esaltate sul clima montano. Rimase affascinata dai racconti delle donne pioniere: mogli dure, oppresse e intraprendenti che avevano sepolto i loro bambini, avevano visto i raccolti distrutti e il bestiame ucciso dalle anomale bufere di giugno, ed erano sopravvissute per narrare la loro storia. Diceva di voler portare la sua frequenza cardiaca a riposo a meno di trenta battiti al minuto. 
Intanto io, rimasto a New York, non riuscivo a credere che ci fossimo separati sul serio. Vivere insieme era forse diventato impossibile, ma l'intelligenza di mia moglie mi sembrava ancora il tipo d'intelligenza migliore, i suoi giudizi morali ed estetici mi sembravano ancora gli unici che contassero qualcosa. L'odore della sua pelle e dei suoi capelli era ristoratore, insostituibile, il migliore. Disapprovare gli altri - la loro mancanza di perfezione - era sempre stato il nostro passatempo preferito. Non riuscivo a immaginare di non sentire pi il suo odore.
L'estate seguente partimmo verso ovest per una vacanza in campeggio. Ero francamente invidioso della nuova vita di mia moglie all'Ovest, e inoltre volevo immergermi nella natura, adesso che ero diventato ecologista. Per un mese seguimmo la neve che si ritirava sulle Montagne Rocciose e sulle Cascade, e tornammo verso sud attraversando le zone pi deserte che riuscimmo a trovare. Considerando che stavamo insieme ventiquattr'ore su ventiquattro, condividendo una piccola tenda ed evitando qualunque contatto sociale, andavamo straordinariamente d'accordo. 
Quello che mi disgustava e mi esasperava erano gli altri esseri umani del pianeta. L'aria fresca, il profumo degli abeti, i torrenti di neve sciolta, l'aquilegia e i lupini, le rapide apparizioni di alci dalle zampe sottili erano sensazioni piacevoli, ma in sostanza non pi piacevoli di un martini o di una bella bistecca. Per tenere davvero fede alla promessa, l'Ovest doveva anche conformarsi al mio desiderio di trovarlo disabitato e incorrotto. Guidare lungo una strada deserta attraverso colline deserte era un modo per ridiventare lo Straordinario Avventuriero delle mie fantasie infantili - per sentirmi di nuovo come i bambini di Narnia, come gli eroi della Terra di Mezzo. Ma Narnia non veniva disboscata da ruspe grosse come case dietro un paravento di alberi lasciati intatti per nascondere lo scempio. Frodo Baggins e i suoi compatrioti non avevano mai dovuto piantare le tende accanto a quarantacinque identiche Compagnie dell'Anello in parka di Gore-Tex marca Rei. Ogni rialzo della strada rivelava nuovi panorami di monocolture a irrigazione intensiva, colline sfregiate dalle miniere e parcheggi pieni di auto di amanti della natura. Per sfuggire alla folla, io e mia moglie facevamo lunghe escursioni nelle zone pi remote, arrancando fra tornanti che puntualmente sfociavano in una strada per il trasporto dei tronchi, polverosa e imbrattata di sterco di cavallo. E laggi - attenzione! - ecco arrivare un buffone fanatico in mountain bike. E lass, sopra le nostre teste, passava il volo Delta 922 per Cincinnati. E poi ecco una dozzina di boy-scout con le tazze sferraglianti e gli zaini grossi come frigoriferi. Mia moglie aveva le sue ambizioni cardiovascolari a cui badare, ma io ero libero di angosciarmi per tutto il giorno: erano voci umane quelle lass? L in mezzo alle foglie secche c'era forse un pezzetto di carta stagnola? E ancora, oh no, erano voci umane quelle che stavano salendo alle nostre spalle?
Rimasi in Colorado ancora per qualche mese, ma non sopportavo pi di vivere in montagna. Perch avrei dovuto restare? Forse per vedere la devastazione degli ultimi bei luoghi selvaggi, per odiare i membri della mia specie, e per accorgermi che anch'io, nel mio piccolo, ero colpevole di quella devastazione? In autunno mi trasferii di nuovo a est. L'ambiente della costa orientale, e in particolare quello di Philadelphia, aveva il pregio di essere gi devastato. Giacere, per cos dire, in un letto che avevo contribuito a costruire alleggeriva la mia coscienza d'inquinatore. E quel letto non era poi cos male. Malgrado tutti gli oltraggi che aveva subto, la Pennsylvania era ancora rigogliosamente verde. 
Non si poteva dire lo stesso del nostro pianeta coniugale. Era giunto il momento di un'azione decisiva; pi aspettavo, e pi danni avrei causato. Per esempio, la nostra riserva di tempo per avere figli, che prima ci era parsa illimitata, si era improvvisamente ridotta in modo allarmante, e continuare a esitare anche solo per qualche anno avrebbe comportato effetti definitivamente disastrosi. Eppure: quale azione decisiva potevo compiere? Ormai mi restavano solo due possibilit. Cercare di trasformarmi radicalmente - dedicarmi a rendere felice mia moglie, tentare di occupare meno spazio e diventare, se necessario, un pap a tempo pieno - oppure divorziare. 
Una trasformazione radicale, tuttavia, era allettante (e probabile) quasi quanto un coinvolgimento nella grigia e frugale societ post-consumistica che gli ecologisti profondi considerano la sola speranza a lungo termine per gli esseri umani del pianeta. Anche se parlavo della necessit di curare e risanare, e a volte ci credevo, la parte pi egoista di me si augurava da tempo che cominciassero i guai, e aspettava con tranquilla certezza che la catastrofe finale ci inghiottisse. Avevo vecchi diari in cui i litigi dei primi tempi, trascritti parola per parola, risultavano identici a quelli di dieci anni dopo. Avevo la copia carbone di una lettera che avevo scritto a mio fratello Tom nel 1982, quando, dopo che avevo annunciato il fidanzamento ai miei famigliari, mi aveva chiesto perch non provassimo prima a convivere per vedere come andavano le cose; gli avevo risposto che nel sistema hegeliano un fenomeno soggettivo (per esempio l'amore romantico) non diventava, a rigor di termini, reale finch non prendeva posto in una struttura oggettiva, e perci era importante che la sfera individuale e quella civile venissero sintetizzate in un rito di unione. Avevo fotografie in cui, prima del rito di unione, mia moglie aveva un'espressione beata mentre io aggrottavo le sopracciglia, mi mordevo il labbro e mi abbracciavo con forza. 
Tuttavia considerare il matrimonio finito era altrettanto impensabile. Era possibile che fossimo infelici perch intrappolati in un rapporto malato, ma era anche possibile che fossimo infelici per altre ragioni, e in tal caso dovevamo avere pazienza e cercare di aiutarci a vicenda. Per ogni dubbio documentato dalle testimonianze fossili, potevo trovare una vecchia lettera o una pagina di diario in cui parlavo del nostro matrimonio con lieta sicurezza, come se fossimo stati insieme fin dalla formazione del sistema solare, come se fossimo uniti da sempre e potessimo rimanere uniti per sempre. Nelle foto scattate al termine della cerimonia, il ragazzo magro con lo smoking guardava la moglie con palese adorazione. 
Quindi bisognava fare altre ricerche. Le testimonianze fossili erano ambigue. L'unanimit degli scienziati progressisti era faziosa. Forse in una nuova citt saremmo stati felici? Visitammo San Francisco, Oakland, Portland, Santa Fe, Seattle, Boulder, Chicago, Utica, Albany, Syracuse e Kingston, nello stato di New York, e in ognuna trovammo qualche difetto. Mia moglie torn a stare con me a Philadelphia, e io mi feci prestare i soldi a interesse da mia madre e affittai una casa a tre piani con cinque camere da letto, in cui gi a met del 1993 non sopportavamo pi di abitare. Presi in subaffitto un appartamento a Manhattan, che poi, sentendomi in colpa, passai a mia moglie. Tornai a Philadelphia e affittai un terzo appartamento che poteva fungere sia da studio che da abitazione, cos mia moglie avrebbe potuto disporre delle cinque stanze da letto della casa, se ne avesse avuto bisogno una volta tornata a Philly. La nostra emorragia finanziaria alla fine del 1993 somigliava parecchio alla politica energetica del paese nel 2005. La risolutezza con cui ci aggrappavamo a sogni insostenibili era coerente con l'impulso di andare in rovina il pi rapidamente possibile; anzi, forse le due cose coincidevano. 
Poco prima di Natale restammo completamente al verde. Sciogliemmo i contratti d'affitto e vendemmo i mobili. Io presi la vecchia auto, lei prese il nuovo laptop, io andai a letto con altra gente. Il fatto inimmaginabile, spaventoso e ardentemente desiderato era accaduto: il nostro piccolo pianeta era distrutto.
A met degli anni Settanta, un pezzo forte delle conversazioni conviviali della mia famiglia era rappresentato dal divorzio e dal nuovo matrimonio del capo di mio padre alle ferrovie, il signor German. Nessuno della generazione dei miei genitori, nelle famiglie allargate in cui erano cresciuti o tra i loro amici, aveva mai divorziato, e cos mio padre e mia madre si incoraggiarono a vicenda nel rifiuto di incontrare la nuova giovane moglie del signor German. Compatirono ampiamente la prima moglie, la povera Glorianna, cos dipendente dal marito che non aveva neppure imparato a guidare. Espressero sollievo e preoccupazione per l'uscita dei German dal circolo del bridge del sabato sera, perch il signor German era un pessimo giocatore, ma d'altro canto Glorianna non aveva pi una vita sociale. Una sera, mio padre torn a casa dicendo che per poco non aveva perso il lavoro durante la pausa pranzo. Nella mensa dei dirigenti, mentre il signor German e i suoi sottoposti stavano discutendo su come valutare il carattere di una persona, mio padre aveva affermato di giudicare un uomo da come giocava una mano di bridge. Non ero abbastanza grande per capire che non aveva rischiato davvero di perdere il lavoro, o che per i miei genitori condannare il signor German e compatire Glorianna era un modo per parlare di loro stessi e del loro matrimonio, ma capivo che piantare la moglie per una donna pi giovane era il genere di azione spregevole ed egoista che ci si poteva aspettare da un cattivo giocatore di bridge. 
In quegli anni, a quell'argomento se ne collegava un altro: l'odio di mio padre nei confronti dell'Ente per la protezione dell'ambiente. La giovane istituzione aveva approvato norme complicate sull'inquinamento del suolo, sugli scarichi tossici e sull'erosione degli argini, norme che mio padre trovava in parte irragionevoli. Ci che pi lo mandava in bestia, tuttavia, erano i funzionari. Ogni sera tornava a casa furibondo con quei burocrati e cattedratici, quei tipacci prepotenti che non si disturbavano a nascondere il loro senso di superiorit morale e intellettuale nei confronti delle imprese ispezionate, e che credevano di non dovere spiegazioni, e neppure un minimo di cortesia, a gente come mio padre. 
La cosa strana era che i valori di mio padre ricordavano da vicino quelli dei suoi nemici. L'innovativa legislazione ambientale dell'epoca, che comprendeva il Clean Air Act, il Clean Water Act e l'Endangered Species Act1, aveva ottenuto il sostegno del presidente Nixon e di entrambi i partiti del Congresso proprio perch era bene accetta ai protestanti all'antica come i miei genitori, che aborrivano gli sprechi, facevano sacrifici per il futuro dei figli, rispettavano l'opera di Dio e ritenevano doveroso assumersi la responsabilit dei guai che combinavano. Ma il fermento sociale che diede origine alla prima Giornata della Terra, nel 1970, liber uno stuolo di altre energie - l'incivilt dei tipacci, i piacevoli appagamenti del signor German, il culto dell'individualit - che erano ostili alla vecchia religione e che alla fine ebbero la meglio.
Senza dubbio io, un individuo alla ricerca di appagamento negli anni Novanta, avevo qualche difficolt con la logica disinteressata dei miei genitori. Privarmi di un piacere a portata di mano, perch? Fare docce pi brevi e pi fredde, perch? Continuare a discutere angosciosamente con una moglie ormai estranea sui nostri figli mancati, perch? Sforzarmi di leggere gli ultimi tre romanzi di Henry James, perch? Darmi pensiero per la foresta pluviale amazzonica, perch? New York, dove tornai definitivamente nel 1994, stava ridiventando un luogo molto piacevole per viverci. I vicini monti Catskill e Adirondack erano meglio protetti delle Montagne Rocciose e delle Cascade. Central Park, ricoltivato grazie alle elargizioni di cittadini facoltosi, appariva sempre pi verde a ogni nuova primavera, e le persone a passeggio nel parco non mi esasperavano: quella era una citt; era normale che ci fosse altra gente. Una sera di maggio del 1996 attraversai i folti prati appena ripiantati del parco per andare a una festa, dove vidi una donna giovane e bella dall'aria impacciata ferma in un angolo, dietro una lampada a stelo che per ben due volte fu sul punto di rovesciare, e provai un tale senso di liberazione che non riuscii a ricordare neppure un motivo per non presentarmi e, a tempo debito, invitarla a uscire con me. 
La vecchia religione era finita. Senza il suo sostegno culturale, la venerazione per la natura incontaminata del movimento ambientalista non avrebbe mai galvanizzato la folla. John Muir2, che scriveva da San Francisco in un'epoca in cui si poteva raggiungere lo Yosemite senza difficolt e tuttavia usufruire in solitudine del ristoro spirituale offerto dalla valle, fond una religione che necessitava di una grande quantit di terre remote e disabitate per ogni seguace. Ma le terre di quel genere non erano sufficienti neppure nel 1880. Anzi, per i successivi ottant'anni, finch Rachel Carson3 e David Brower4 non suonarono il loro allarme populista, la salvaguardia della natura incontaminata veniva generalmente considerata appannaggio delle lite. L'organizzazione che Muir cre per difendere le sue amate Sierras era un club, non una coalizione. Henry David Thoreau, che per i pini provava sentimenti romantici, se non esplicitamente sessuali, chiamava parassiti gli operai che li abbattevano. Per Edward Abbey5, uno dei pochi scrittori verdi con il coraggio della propria misantropia, il fascino dello Utah sudorientale dipendeva dichiaratamente dalla presenza del deserto, considerato inospitale dalla grande massa di americani incapaci di comprendere e rispettare il mondo della natura. Bill McKibben, laureato a Harvard, fece seguire all'apocalittico La fine della natura (in cui confrontava il suo atteggiamento di profondo rispetto con l'hobby superficiale che la natura rappresenta per molti amanti della vita all'aria aperta) un libro sull'inferiorit della Tv via cavo rispetto ai piaceri senza tempo della vita in campagna. Per Verlyn Klinkenborg, il professionista della banalit il cui lavoro consiste nel ricordare ai lettori del New York Times che all'inverno segue la primavera e alla primavera l'estate, e che ama sinceramente i cumuli di neve e lo spago per imballare il fieno, il resto dell'umanit  un puntino lontano, degno di nota per la sua venalit e ignoranza.
E cos, quando l'Epa ebbe ripulito il paese dalle porcherie pi macroscopiche, quando le lontre marine e i falchi pellegrini furono scampati all'estinzione e gli americani ebbero avuto uno sgradevole assaggio dei regolamenti di stampo europeo, il movimento ambientalista cominci a sembrare l'ennesimo interesse particolare nascosto sotto le gonne del Partito democratico. Era formato da fanatici della natura pieni di soldi, misantropi che infilavano chiodi negli alberi da abbattere, noiosi difensori di valori fuori moda (parsimonia, lungimiranza), sostenitori di astrazioni politicamente inservibili (il benessere dei nostri bisnipoti), petulanti strombazzatori di pericoli invisibili (surriscaldamento del pianeta) e rischi esagerati (amianto negli edifici pubblici), noiosi critici del consumismo, paladini di fatti e strategie in un'epoca di immagini: una compagine ostentatamente orgogliosa del proprio rifiuto di scendere a compromessi. Bill Clinton, il primo presidente baby boomer, sapeva riconoscere una scocciatura a prima vista. A differenza di Richard Nixon, che aveva istituito l'Epa, e di Jimmy Carter, che aveva creato una riserva naturale permanente di dieci milioni di ettari in Alaska, Clinton aveva bisogno del Sierra Club molto meno di quanto il Sierra Club avesse bisogno di lui. Nella zona del Pacifico nordoccidentale, su terre appartenenti ai nativi americani, il Corpo forestale stava spendendo milioni di dollari dei contribuenti per costruire strade per le multinazionali del legname che abbattevano splendide foreste primigenie, ricavandone profitti considerevoli, salvaguardando una manciata di posti di lavoro per boscaioli che presto sarebbero rimasti comunque disoccupati, e inviando la maggior parte del legname in Asia per la lavorazione e la vendita. Una campagna di protesta su questo argomento non sarebbe stata per forza controproducente, eppure gruppi come il Sierra Club decisero di combattere la battaglia lontano dagli sguardi del pubblico, in una corte federale, dove il pi delle volte si ottenevano vittorie di Pirro; e il presidente baby boomer, il cui bisogno d'amore veniva probabilmente appagato dai taglialegna molto pi che dagli abeti Douglas o dagli allocchi maculati, aggiunse ben presto la decimazione delle antiche foreste del Nordovest a una lunga lista di analoghe sconfitte - un NAFTA inefficace dal punto di vista ambientale, lo sviluppo metastatico dei sobborghi, il calo dell'efficienza energetica media delle auto su scala nazionale, il trionfo dei fuoristrada, il crescente impoverimento delle zone di pesca del mondo, il rifiuto del Senato per 95 voti a 0 di ratificare il Protocollo di Kyoto, eccetera - nel decennio in cui lasciai mia moglie, mi misi con una ventisettenne e cominciai a divertirmi sul serio.
Poi mia madre mor, e io andai a fare bird watching per la prima volta in vita mia. Era l'estate del 1999. Mi trovavo a Hat Island, una pagnotta di ghiaia coperta di boschi e lottizzata in villette da weekend vicino alla citt operaia di Everett, nello stato di Washington. C'erano aquile, martin pescatori, gabbiani di Bonaparte e dozzine di passeri identici che si ostinavano, per quanto li osservassi, a somigliare a sei diverse specie di passeri descritte nella guida da campo. Stormi di lucherini esplodevano luminosi sopra le scogliere assolate dell'isola come se fossero usciti da un rituale giapponese. Vidi divertito il mio primo picchio dorato, un uccello che sembrava confuso sulla propria identit. Con quel piumaggio per nulla da picchio, pi simile a una tortora lamentosa con i colori di guerra, aveva del picchio lo stile del volo, quando si tuffava mostrando il codrione bianco e passando da un'identit inadeguata all'altra. Atterrava ovunque con un piccolo schianto. La sua bellezza dai movimenti insicuri mi ricord la mia ex ragazza, quella che avevo visto per la prima volta alle prese con una lampada a stelo e a cui volevo ancora molto bene, anche se ormai da una distanza di sicurezza. 
Nel frattempo avevo conosciuto una scrittrice vegetariana della California con qualche anno pi di me, che si definiva una fanatica degli animali e non aveva alcun visibile interesse a rimanere incinta, sposarsi o trasferirsi a New York. Quando mi ero innamorato di lei, avevo subito cercato di cambiarne il carattere per renderlo pi simile al mio; e anche se dopo un anno i miei sforzi non avevano prodotto alcun risultato, almeno non dovevo pi temere di rovinare qualcuno. La californiana era a sua volta reduce da un matrimonio disastroso. La sua indifferenza all'idea dei figli mi risparmiava di controllare l'orologio ogni cinque minuti per vedere se fosse giunto il momento di prendere una decisione sul suo futuro riproduttivo. Quello che voleva figli ero io. Ed essendo un uomo, potevo permettermi di non avere fretta. 
L'ultimo giorno che passai con mia madre, a casa di mio fratello a Seattle, mi sentii ripetere continuamente le stesse domande: ero davvero sicuro che la californiana fosse la donna giusta? Ritenevo probabile che ci saremmo sposati? La californiana era gi effettivamente divorziata? Voleva avere un bambino? E io? Mia madre sperava di farsi una vaga idea di come sarebbe stata la mia vita dopo la sua scomparsa. Aveva incontrato la californiana una volta sola, in un rumoroso ristorante di Los Angeles, ma voleva credere che la nostra storia sarebbe continuata, e che lei vi avesse svolto un piccolo ruolo, anche solo esprimendo la propria opinione sul fatto che a quel punto la californiana avrebbe dovuto essere realmente divorziata. Mia madre amava rendersi partecipe, e avere opinioni forti era un modo per non sentirsi esclusa. In qualunque momento degli ultimi vent'anni della sua vita, i membri della famiglia sparsi in tre diverse zone di fuso orario potevano angosciarsi per le sue opinioni forti, dichiarare schiettamente il loro disinteresse per quelle opinioni, oppure telefonarsi a vicenda per chiedere consiglio su come affrontarle. 
Chiunque abbia pensato che AMA TUA MADRE fosse uno slogan adatto per il paraurti di un ecologista, evidentemente non ha avuto una mamma come la mia. Nel pieno degli anni Novanta, guidando dietro Volvo o Subaru decorate con quell'ammonizione e con la relativa istantanea della Terra, mi sentivo oscuramente intimidito, come se il messaggio fosse La natura si chiede perch non ti fai sentire da quasi un mese, o Il nostro pianeta disapprova risolutamente il tuo stile di vita, oppure La Terra detesta brontolare, ma... Al momento della mia nascita, mia madre, un po' come l'ambiente, non era pi in buona salute. Aveva trentotto anni, aveva subto tre aborti spontanei uno dopo l'altro e soffriva di colite ulcerosa da un decennio. Non mi mand alla scuola materna perch non voleva lasciarmi nemmeno per poche ore alla settimana. Singhiozz spaventosamente quando i miei fratelli se ne andarono al college. Dopo la loro partenza, mi ritrovai a dover trascorrere nove anni come ultimo oggetto accessibile delle sue brame, frustrazioni e critiche materne, e cos mi alleai con mio padre, che era imbarazzato dalla sua emotivit. Cominciai con l'alzare gli occhi al cielo ogni volta che apriva bocca. Nei venticinque anni successivi, mentre i suoi acciacchi proseguivano con: flebite acuta, embolia polmonare, impianto di due protesi al ginocchio, frattura del femore, tre operazioni ortopediche varie, morbo di Raynaud, artrite, colonscopie semestrali, analisi mensili per i coaguli di sangue, estremo gonfiore al viso dovuto agli steroidi, scompenso cardiaco congestizio e glaucoma, mi sentii spesso profondamente addolorato per lei, e cercai di pronunciare le parole giuste e di essere un bravo figlio, ma solo nel 1996, quando ricevette una brutta diagnosi di cancro, cominciai a comportarmi secondo gli ammonimenti degli adesivi attaccati ai paraurti.
Mor a Seattle un venerd mattina. La californiana, che aveva in programma di arrivare quella sera e trascorrere qualche giorno con lei per conoscerla meglio, rimase sola con me per una settimana nella casa di villeggiatura di mio fratello a Hat Island. Scoppiavo in lacrime a intervalli di poche ore, e lo consideravo un segno del fatto che stessi elaborando il lutto e che presto ne sarei uscito. Mi sedevo sul prato con il binocolo a guardare un tou macchiato raspare vigorosamente nel sottobosco, come uno che si diverte un mondo a lavorare in giardino. Provavo soddisfazione nel vedere una cincia dorsocastano saltellare tra le conifere, visto che, secondo la guida, le conifere erano il suo habitat preferito. Tenevo una lista delle specie che avvistavo. 
A met settimana, per, avevo gi trovato un passatempo pi avvincente: cominciai a tormentare la californiana con l'argomento dei figli e del suo divorzio non ancora concluso. Nello stile di mia madre, che era esperta nell'urtare la suscettibilit delle persone di cui era scontenta, raccolsi ed esaminai tutti i difetti e le debolezze che la californiana mi aveva rivelato in confidenza, e le dimostrai che quell'intreccio di difetti e debolezze le impediva di decidere, in quel preciso istante, se intendesse sposarmi e avere figli. Alla fine della settimana, a sette giorni esatti dalla morte di mia madre, ero sicuro di aver superato il momento peggiore, e cos mi sentii disorientato e irritato per la riluttanza della californiana a trasferirsi a New York e cercare subito di rimanere incinta. Mi sentii ancora pi disorientato e irritato un mese dopo, quando prese il volo per Santa Cruz e si rifiut di tornare indietro.
La prima volta che ero stato nel suo cottage sulle Santa Cruz Mountains, avevo guardato i germani reali nuotare nel fiume San Lorenzo. Ero impressionato dalla frequenza con cui maschio e femmina giravano in coppia, aspettandosi a vicenda mentre frugavano tra le alghe. Non avevo alcuna intenzione di vivere senza bistecche e bacon, ma dopo quel viaggio, come pegno di vegetarianismo, smisi di mangiare l'anatra. Chiesi ai miei amici cosa sapessero delle anatre. Tutti concordarono che erano animali molto belli; alcuni aggiunsero che non erano addomesticabili. 
A New York, mentre la californiana si rifugiava nel suo cottage, io brulicavo di opinioni forti. Il mio unico desiderio era starle vicino, e sarei andato volentieri in California se solo lei mi avesse detto esplicitamente che non intendeva venire a New York. Pi mesi passavano senza che ci avvicinassimo a una gravidanza, e pi la incalzavo perch andassimo a vivere insieme; pi la incalzavo, e pi la californiana diventava volubile; a quel punto decisi che occorreva lanciare un ultimatum, che port a una rottura, e poi un ultimatum pi definitivo, che port a una rottura pi definitiva, e poi un ultimatum definitivo definitivo, che port a una rottura definitiva definitiva, subito dopo la quale andai a fare una passeggiata lungo un laghetto nella parte meridionale del parco e vidi una coppia di germani reali nuotare l'uno accanto all'altra, frugando insieme tra le alghe, e scoppiai a piangere.
Pass un altro anno, dopo che la californiana aveva cambiato idea ed era venuta a New York, prima che affrontassi i dati clinici e ammettessi con me stesso che non stavamo per avere un figlio da un momento all'altro. E anche allora pensai, In questo momento la nostra vita domestica funziona, ma se un giorno mi venisse voglia di provare una vita diversa con un'altra persona, avrei una via di fuga bell'e pronta: Non ti ho sempre detto che volevo dei figli? Solo dopo aver compiuto quarantaquattro anni, l'et che aveva mio padre quando nacqui, riuscii a chiedermi perch, se desideravo tanto avere bambini, avessi scelto una donna la cui indifferenza alla prospettiva della maternit era stata chiara fin dall'inizio. Era possibile che volessi avere figli solo con quella particolare persona, perch l'amavo? Era evidente, in ogni caso, che il mio desiderio di paternit era diventato non trasferibile. Non ero Enrico VIII. Non che considerassi la fertilit un tratto caratteriale adorabile o una base promettente per una vita di conversazioni appassionanti. Anzi, incontravo un mucchio di gente fertile estremamente noiosa. 
Infine, nel periodo di Natale, giunsi alla triste conclusione che la mia via di fuga bell'e pronta era sparita. Forse ne avrei trovata un'altra in seguito, ma questa non c'era pi. Per un po', nel cottage della californiana, trovai una consolazione stagionale stordendomi con abbondanti dosi di acquavite, champagne e vodka. Ma poi arriv il Capodanno, e dovetti affrontare il problema di cosa fare di me stesso nei successivi trent'anni senza figli; e il mattino dopo mi alzai presto e andai in cerca del fischione europeo che era stato segnalato nel Sud della contea di Santa Cruz.
La mia relazione con i volatili era cominciata in modo innocente - un incontro a Hat Island, un mattino a Cape Cod con amici che mi avevano passato il binocolo. La mia vera introduzione al bird watching avvenne un caldo sabato di primavera, quando la sorella e il cognato della californiana, due seri bird watcher in visita a New York per la migrazione primaverile, mi portarono nel parco. Cominciammo dal Belvedere Castle, e proprio l, nel terreno coperto di foglie secche dietro la stazione meteorologica, vedemmo un uccello con la forma di un merlo americano, ma con il petto chiaro e il piumaggio dalle sfumature rossicce. Un tordo usignolo bruno, disse il cognato.
Non l'avevo neppure sentito nominare. I soli uccelli che avevo notato durante le mie centinaia di passeggiate nel parco erano piccioni e passeri, e da lontano, oltre una sfilza di cannocchiali, le poiane della Giamaica che avevano nidificato l, diventando celebrit sovraesposte. Era strano vedere un tordo usignolo bruno, forestiero e sconosciuto, saltellare sotto gli occhi di tutti a pochi passi da un sentiero assai frequentato, un giorno in cui mezza Manhattan prendeva il sole nel parco. Ebbi l'impressione di essermi sempre sbagliato su qualcosa di importante. Seguii i miei ospiti nel Ramble in preda a una piacevole incredulit, come in un sogno dove parule golagialla comuni, codirossi, dendroiche blu golanera e dendroiche verdastre golanera fossero stati collocati a mo' di decorazione tra il fogliame cittadino, e una troupe cinematografica avesse disseminato tangare e zigoli come rotoli di nastro adesivo da elettricista, e tordi corona dorata passeggiassero lungo i pendii erosi del Ramble come minuscoli figuranti in costume usciti da una parata in Fifth Avenue: come se quegli uccelli fossero solo effimere cartacce scintillanti, e il parco dovesse venire presto ripulito e reso di nuovo riconoscibile. 
E and proprio cos. A giugno la migrazione era finita; gli uccelli canori non volavano pi durante la notte per arrivare a New York all'alba, vedere squallide distese di asfalto e finestre e dirigersi verso il parco in cerca di riposo. Ma quel sabato pomeriggio avevo imparato a stare pi attento. Cominciai a uscire qualche minuto prima quando dovevo attraversare il parco per andare da qualche parte. Fuori citt, dalle finestre di anonimi motel, guardavo le tife e il sommacco vicino ai cavalcavia delle interstatali e rimpiangevo di non aver portato il binocolo. Un'occhiata di sfuggita a una fitta boscaglia o a un tratto di costa rocciosa mi riempiva di una sorta d'infatuazione, del sentore che il mondo fosse pieno di possibilit. C'erano nuovi uccelli dappertutto, e a poco a poco scoprii l'orario migliore (al mattino) e i luoghi migliori (vicino a uno specchio d'acqua) per andare a cercarli. Anche allora, a volte mi capitava di attraversare il parco senza vedere nessun volatile pi insolito di uno storno, letteralmente nessuno, e di sentirmi trascurato, abbandonato e offeso. (Quegli stupidi uccelli: dove si erano cacciati?) Ma poi, qualche giorno dopo, vedevo un piro piro macchiato vicino al Turtle Pond, o uno smergo dal ciuffo sul Reservoir, o un airone verde nel fango vicino al Bow Bridge, ed ero felice. 
Gli uccelli erano i discendenti dei dinosauri. Quei cumuli di carne le cui ossa pietrificate erano esposte al Museo di storia naturale si erano brillantemente rinnovati nel corso dei secoli, e ora vivevano sotto forma di orioli sui platani ai bordi della strada. I dinosauri erano stati un'ottima soluzione al problema della vita sulla Terra, ma i virei solitari, le dendroiche gialle e i passeri golabianca - canterini, leggeri come piume e con le ossa cave - erano ancora meglio. Gli uccelli rappresentavano la parte migliore dei dinosauri. Avevano lunghe estati e una vita breve. Tutti noi dovremmo avere la fortuna di lasciare eredi simili. 
Pi osservavo i volatili, e pi rimpiangevo di non averli conosciuti prima. Mi sembrava un triste spreco l'aver passato tanti mesi all'Ovest, campeggiando e camminando fra pernici bianche, solitari e altri uccelli fantastici, ed essere riuscito, in tutto quel tempo, a notarne e ricordarne solo uno: un chiurlo americano visto nel Montana. Come sarebbe stato diverso il mio matrimonio se avessi potuto fare bird watching! Quanto pi sopportabile sarebbe stato il nostro anno in Spagna grazie agli uccelli acquatici europei!
E com'era strano, a ripensarci, che fossi cresciuto senza venire condizionato da Phoebe Snetsinger, la madre di un mio compagno di classe di Webster Groves che pi tardi divenne la pi grande bird watcher del mondo. Quando le venne diagnosticato un melanoma maligno metastatico, nel 1981, Snetsinger decise di dedicare gli ultimi mesi di vita a un bird watching intensivo, e nei vent'anni successivi, fra continue remissioni e recidive, vide pi specie di qualsiasi altro essere umano prima o dopo di lei; la sua lista era quasi arrivata a ottomilacinquecento quando mor in un incidente d'auto mentre cercava specie rare in Madagascar. Negli anni Settanta, il mio amico Manley aveva subto l'influenza di Snetsinger. Fin le superiori con un elenco di avvistamenti che superava le trecento specie, mentre io, anche se mi interessavo alla scienza pi di lui, non puntai mai il binocolo verso qualcosa di diverso dal cielo notturno. 
In parte dipendeva dal fatto che i migliori bird watcher della scuola facevano uso intensivo di marijuana e acidi. Inoltre, erano perlopi maschi. Il bird watching non era necessariamente un'attivit da nerd (i nerd non venivano a scuola fatti di acido), ma non l'associavo a nulla di particolarmente elettrizzante. O sexy. Vagare fra boschi e campi per dieci ore guardando continuamente uccelli, senza parlare d'altro che di uccelli, passando in quel modo tutto il sabato, era straordinariamente simile, come esperienza sociale, a strafarsi di marijuana. 
Questo avrebbe potuto spiegare perch, l'anno dopo il mio primo contatto con il tordo usignolo bruno, mentre cominciavo a osservare gli uccelli pi spesso e a rimanere fuori pi a lungo, provassi uno strisciante senso di vergogna per quello che stavo facendo. A New York, mentre studiavo gabbiani e passeri, stavo ben attento a non portare il binocolo a tracolla, ma lo tenevo nascosto con discrezione nella mano a coppa, e se portavo una guida del parco facevo in modo di tenere la copertina, con la parola UCCELLI scritta in grande, rivolta verso l'interno. Durante un viaggio a Londra accennai a un amico inglese, un editor con un ottimo gusto nel vestire, di aver visto un picchio verde che mangiava formiche in Hyde Park, e lui fece una smorfia orribile e disse: Oh Cristo, non dirmi che sei uno di quei fanatici. Con una reazione analoga, un'amica americana, redattrice di una rivista di design e anche lei persona molto elegante, si strinse la testa fra le mani quando le dissi che ero andato a osservare volatili. - No, no, no, no, no, no, - disse. - Non puoi diventare un bird watcher.
- Perch no?
- Perch i bird watcher... acch. Sono tutti cos... acch.
- Ma se sono io a farlo, - dissi, - e io non sono cos...
-  questo il punto! - rispose lei. - Diventerai cos. E allora non vorr vederti mai pi.
Si riferiva in parte agli accessori, come l'imbracatura elastica che i bird watcher attaccano al binocolo per non affaticare il collo e che viene soprannominata, ahim, il reggiseno. Ma lo spettro davvero inquietante che la mia amica aveva in mente era la schiettezza inerme dei bird watcher. La visibilit della loro ricerca. La loro brama spasmodica impossibile da nascondere. Il problema era meno grave fra le ombre del Ramble (i cui recessi, non a caso, sono frequentati da bird watcher di giorno e da gay in cerca di partner durante la notte); ma nei luoghi pubblici pi popolari di New York, come il Bow Bridge, riuscivo a tenere il binocolo davanti agli occhi solo per pochi secondi. Era troppo imbarazzante sentire, o immaginare, che newyorchesi meno sensibili di me assistessero ai miei slanci personali.
E cos fu in California che il rapporto decoll sul serio. I miei furtivi incontri di un'ora lasciarono il posto a fughe di giornate intere, che trascorrevo a osservare apertamente i volatili con indosso il reggiseno. Nel cottage della californiana puntavo la sveglia a un'ora indecente. Destreggiarsi fra il cambio e un thermos di caff quando le strade erano ancora grigie e deserte, uscire prima degli altri, percorrere la Pacific Coast Highway senza vedere nessun faro di automobile, lasciare la macchina nel parcheggio ancora vuoto del parco nazionale di Rancho del Oso, trovarsi gi sul posto quando gli uccelli si svegliavano, ascoltare le loro voci nei boschetti di salici, nell'acquitrino salmastro e nel prato con le sporadiche querce coperte di epifite, sentire che la bellezza collettiva degli uccelli era prossima, che l'avrei trovata l dentro: tutto questo era gioia pura. A New York, quando dormivo poco, restavo tutto il giorno con la faccia indolenzita; in California, dopo la prima occhiata mattutina a un frosone in cerca di cibo o a un orchetto marino in picchiata, mi sembrava di essere collegato a una flebo con una buona dose di anfetamina. I giorni passavano come ore. Mi muovevo allo stesso ritmo del sole nel cielo; riuscivo quasi a percepire la rotazione della Terra. Schiacciavo un pisolino in macchina, e mi risvegliavo da un sonno breve e pesante per vedere due aquile reali volteggiare con arroganza sopra il fianco di una collina. Mi fermavo nel pascolo di un allevamento per cercare itteri tricolore e itteri testagialla fra un migliaio di altri uccelli pi plebei, e invece, quando la moltitudine cominciava a turbinare in un volo difensivo, vedevo uno smeriglio appollaiarsi sopra una torre cisterna. Camminavo per quasi due chilometri in un bosco promettente senza vedere quasi nulla, un tordo in fuga, qualche banale regolo, e poi, proprio mentre ricordavo che il bird watching era un colossale spreco di tempo, il bosco si animava di canti di uccelli, qualcosa di nuovo su ogni ramo, e per i quindici minuti successivi ogni movimento di ali diventava un regalo da scartare - piui di bosco occidentale, parula di MacGillivray, picchio muratore pigmeo - finch, altrettanto repentinamente, l'ondata passava, come un'ispirazione o un'estasi, e il bosco tornava silenzioso. 
In passato non ero mai stato capace di sentirmi appagato dalla bellezza della natura. A volte, durante le nostre escursioni all'Ovest, io e mia moglie avevamo raggiunto cime non devastate da altri escursionisti, ma anche allora, in quelle gite perfette, mi chiedevo: E adesso? E scattavo una foto. Scattavo un'altra foto. Come un uomo con una fidanzata fotogenica di cui non era innamorato. Come se, visto che io stesso non riuscivo a sentirmi appagato, volessi almeno impressionare qualcun altro pi tardi. E quando fotografare fin col sembrarmi un'attivit troppo insulsa, cominciai a scattare foto mentali. Chiedevo conferma a mia moglie che un certo panorama fosse straordinario, poi immaginavo me stesso in un film con quel panorama sullo sfondo e varie ragazze che avevo conosciuto alle superiori e al college che mi guardavano ammirate; ma era tutto inutile. Gli stimoli rimanevano testardamente teorici, come il sesso sotto l'effetto del Prozac.
Solo quando la natura divenne il luogo dove vivevano gli uccelli, capii finalmente perch suscitava tanto entusiasmo. Il tou della California che guardavo tutte le mattine all'ora di colazione, il pi ordinario degli uccelli marroni medio-piccoli, un modesto nidificatore che depone le uova a terra ed emette cinguettii elementari e gioiosi, mi dava pi piacere dell'Half Dome all'alba o della costa dell'oceano a Big Sur. Il tou della California in genere, l'intera specie, con la sua scontata uniformit di piumaggio e abitudini, era come un amico dotato di un'energia e di un ottimismo sfuggiti ai confini di un unico corpo per andare ad animare strade e giardini in un raggio di migliaia di chilometri quadrati. E c'erano altre seicentocinquanta specie che vivevano negli Stati Uniti e in Canada, una popolazione cos variegata per aspetto, habitat e comportamento - gru, colibr, aquile, puffini, beccaccini - che, presa nell'insieme, somigliava a un compagno dalla personalit infinitamente sfaccettata. Mi rendevano felice come nessuna attivit all'aria aperta aveva mai fatto.
La mia reazione a quella felicit, naturalmente, fu la paura di essere in preda a qualcosa di morboso, cattivo e sbagliato. Una dipendenza. Tutte le mattine, mentre guidavo verso l'ufficio che avevo preso in prestito a Santa Cruz, lottavo contro l'impulso di fermarmi a osservare volatili per qualche minuto. Vedere un bell'esemplare mi faceva desiderare di rimanere fuori per vederne altri. Non vedere un bell'esemplare mi rendeva bisbetico e afflitto, cosa a cui potevo porre rimedio solo, inutile dirlo, continuando a osservare. Se ce la facevo a non fermarmi per qualche minuto, e se poi il lavoro non andava bene, rimanevo seduto a pensare che il sole stava salendo e io ero stato uno stupido a incatenarmi alla scrivania. Alla fine, verso mezzogiorno, agguantavo il binocolo, e a quel punto il solo modo per non sentirmi in colpa per la giornata di lavoro sprecata era concentrarmi unicamente sul rendez-vous, aprire una guida da campo sopra il volante e confrontare, per la ventesima volta, la forma del becco e il piumaggio della strolaga del Pacifico e della strolaga minore. Se restavo bloccato dietro una macchina lenta o svoltavo nel punto sbagliato, imprecavo con rabbia, sterzavo bruscamente, schiacciavo il freno e pigiavo sull'acceleratore.
Ero preoccupato per il mio problema, ma non riuscivo a smettere. Durante i viaggi di lavoro mi prendevo intere giornate per il bird watching, in Arizona, Minnesota e Florida, e fu durante quei viaggi solitari che la mia relazione con i volatili cominci a esacerbare il dolore a cui cercavo di sfuggire. Phoebe Snetsinger, nella sua autobiografia appropriatamente intitolata Birding on Borrowed Time6, aveva raccontato quanti grandi rifugi ornitologici da lei visitati negli anni Ottanta fossero ormai rimpiccioliti o distrutti alla fine dei Novanta. Guidando lungo nuove arterie, vedendo una valle dopo l'altra invasa dal cemento, un habitat dopo l'altro spazzato via, mi angosciavo sempre di pi per la situazione degli uccelli selvatici. Quelli che nidificavano a terra venivano uccisi a decine di milioni da gatti domestici e randagi, quelli che volavano a bassa quota finivano schiacciati sulle strade extraurbane in continua espansione, quelli che preferivano le quote medie si sfracellavano su ripetitori per cellulari e turbine a vento, quelli d'alta quota si schiantavano contro grattacieli illuminati, scambiavano parcheggi lucidi di pioggia per laghi o atterravano in riserve dove uomini con gli stivali erano schierati per abbatterli. Sulle strade dell'Arizona, i veicoli a pi alto consumo di carburante si riconoscevano dalle bandiere americane e da adesivi con messaggi tipo SE NON PUOI NUTRIRLI, NON GENERARLI. Secondo l'amministrazione Bush, il Congresso non aveva mai inteso che l'Endangered Species Act interferisse con il commercio se c'erano in gioco posti di lavoro - in pratica, le specie in pericolo potevano godere della protezione federale solo in terreni privi di qualunque concepibile interesse commerciale. L'intero paese era diventato cos ostile ai bisognosi che molti di loro avevano finito per votare contro i propri interessi economici. 
Il problema degli uccelli, in un clima politico come questo,  che sono profondamente poveri. Cio, per dirla senza giri di parole: si nutrono d'insetti. E anche di vermi, semi, germogli, roditori, pesciolini, vegetazione degli stagni, larve d'insetto e rifiuti. Alcune specie fortunate - quelli che i bird watcher chiamano uccelli della spazzatura - vivono a scrocco nei quartieri urbani, ma per trovare specie pi interessanti  meglio andare in zone poco raccomandabili: pozze di liquame, colline di rifiuti, piane di fango maleodoranti, terreni attigui ai binari della ferrovia, edifici abbandonati, paludi di larici, rovi, tundra, radure infestate da erbacce, rocce limacciose in lagune poco profonde, distese pianeggianti di ruvido falasco, pozze di letame negli allevamenti di bovini, letti di torrente storta-caviglia nel deserto. Le specie che vivono in questi ghetti ornitologici o nei dintorni sono a loro volta abbastanza fortunate. Sono gli uccelli dai gusti pi raffinati, le sterne e i pivieri che insistono a volere una residenza con vista mare, le uriette e i gufi che nidificano nelle foreste antiche, a finire sulla lista delle specie in pericolo.
Gli uccelli non solo vogliono usare la nostra preziosa terra, ma sono anche disperatamente incapaci di pagarne il prezzo. In Minnesota, a nord di Duluth, in un mattino nuvoloso con temperature che si aggiravano intorno ai meno dodici, vidi un gruppo di crocieri fasciati, uno stormo dai colori tenui nei toni del rosso, dell'oro e del verde, che affollavano la sommit di una picea innevata. Pesavano meno di trenta grammi l'uno, erano stati all'aperto per tutto l'inverno, sgargianti nel loro mantello di piume, e trovavano evidentemente squisite le pigne della picea; e mentre li invidiavo per la loro socievolezza nella neve, mi preoccupavo per la loro incolumit nel futuro for-profit progettato dai conservatori di Washington. In quel futuro, una piccola percentuale di persone vincer il primo premio - il Lincoln Navigator, la villa con l'atrio su due piani e i due ettari di giardino, la seconda casa a Laguna Beach - e a tutti gli altri verranno offerti simulacri elettronici di beni di lusso come oggetti da desiderare. In quel futuro, l'ovvia difficolt per i crocieri consister nel fatto che i crocieri non vogliono il Navigator. Non vogliono l'atrio o le attrattive di Laguna Beach. Quello che vogliono  una foresta boreale dove poter aprire le pigne con il loro becco da pappagallo del Nord. Quando il carbonio atmosferico avr innalzato la temperatura globale di altri tre gradi, e le ultime foreste boreali saranno state sopraffatte dagli insetti ringalluzziti dagli inverni pi brevi, i crocieri non avranno pi nessun posto dove vivere, e la societ di proprietari non li aiuter. Il loro tenore di vita non potr essere migliorato dal libero commercio globale. Non avranno neppure la possibilit di partecipare alla patetica lotteria di stato.
In Florida, nella Estero Lagoon di Fort Myers Beach, dove secondo la mia guida avrei probabilmente trovato centinaia di piovanelli maggiori e corrieri di Wilson, trovai invece una canzone di Jimmy Buffett trasmessa dagli altoparlanti dell'Holiday Inn davanti alla spiaggia, e uno stormo di gabbiani che gironzolavano sulla sabbia bianca dietro l'albergo. Era l'happy hour. Mentre scrutavo lo stormo per assicurarmi che fosse formato esclusivamente da gavine americane e gabbiani sghignazzanti, arriv una turista con la macchina fotografica. Continu ad avvicinarsi, assorta nei suoi scatti, e lo stormo si distanzi con lentezza ameboide; poi alcuni gabbiani si misero a saltellare per la fretta, il gruppo mormor a disagio e infine proruppe in grida di allarme mentre la donna piombava su di loro con la sua macchina digitale tascabile. Come faceva, mi chiesi, a non accorgersi che i gabbiani volevano solo essere lasciati in pace? Ma d'altra parte, i gabbiani non sembravano infastiditi da Jimmy Buffett. L'animale che pi chiaramente voleva essere lasciato in pace ero io. Proseguendo lungo la spiaggia, sempre in cerca delle moltitudini di piovanelli maggiori e corrieri di Wilson che mi erano state garantite, mi imbattei in un tratto di sabbia fangosa particolarmente brutto dove si trovava un gruppetto di uccelli acquatici pi comuni, piovanelli pancianera, corrieri semipalmati e piro piro americani, nel loro piumaggio invernale grigio-brunastro. Accampati fra condomini e alberghi a molti piani, con gli occhi puntati sulla spiaggia e un'aria di malumore sonnolento, la testa incassata e gli occhi semichiusi, sembravano una piccola banda di disadattati: la premonizione di un futuro in cui tutti gli uccelli collaboreranno con la modernit oppure se ne andranno a morire da qualche parte in silenzio. Ci che provavo per loro andava oltre l'amore. Era una completa identificazione. Le moltitudini ben inserite di volatili collaborazionisti della Florida meridionale, i piccioni e le gracole amanti della spazzatura ma anche i pi nobili ma altrettanto sottomessi pellicani e cormorani, adesso mi sembravano formate da traditori. La compagnia eterogenea di piro piro e pivieri sulla spiaggia mi ricordava invece gli esseri umani che amavo di pi: quelli che non riuscivano a integrarsi. Non importava se quegli uccelli fossero in grado di provare emozioni: l'aspetto dei miei amici emarginati, ridotti di numero e assediati, corrispondeva perfettamente a come mi sentivo io. Mi avevano detto che non si dovevano umanizzare gli animali, ma non riuscivo a ricordare perch. E ad ogni modo, umanizzare significava solo vedere se stessi in altre specie, non il contrario. Avere sempre fame, essere avidi di sesso, non credere al surriscaldamento della Terra, essere poco lungimiranti, vivere senza pensare ai propri nipoti, trascorrere met dell'esistenza a curare il proprio aspetto, stare sempre sul chi vive, essere compulsivi, abitudinari, avidi, incuranti dell'umanit, prediligere i propri simili: questi erano tutti modi per somigliare agli uccelli. Quella sera, nell'elegante mortorio di Naples, davanti a un albergo con le porte dell'ascensore ornate da enormi fotografie di bei bambini e dalla scritta perentoria SMILE, scorsi due adolescenti imbronciate, due pulcini in livrea gotica, e desiderai di poterle presentare ai disadattati grigi-brunastri sulla spiaggia.
Qualche settimana dopo aver sentito il discorso di Al Gore alla Ethical Culture Society, tornai in Texas. Secondo il mio nuovo software per la catalogazione degli uccelli AviSys 5.0, il martin pescatore verde che avevo visto nell'ultima ora del viaggio con Manley era stato il mio trecentosettantesimo volatile nordamericano. Ero vicino alla soddisfacente pietra miliare di quattrocento specie, e il modo pi semplice per arrivarci senza aspettare la migrazione primaverile era tornare a sud.
Inoltre, il Texas mi mancava. Per una persona con un problema ornitologico, quel luogo aveva qualcosa di stranamente rassicurante. La bassa valle del Rio Grande conteneva alcuni dei territori pi brutti che avessi mai visto: piatte distese di allevamenti industriali e di sobborghi popolari attraversati dalla Route 83, un instabile viadotto fiancheggiato da strade di servizio a tre corsie, Whataburger, magazzini, cartelloni pubblicitari con frasi come RINGIOVANIMENTO VAGINALE e LA FEDE PIACE A DIO e NON GETTATE I RIFIUTI (Portate la vostra spazzatura in una discarica), centri cittadini cadenti dove gli unici negozi aperti sembravano le rivendite di scarpe a buon mercato, e quartieri commerciali di finti adobe, cos integralmente squallidi che non si capiva se fossero ancora in costruzione o se avessero aperto e fossero gi falliti. Eppure, per gli uccelli, quella valle era una meta da tre stelle Michelin: vale il viaggio! Il Texas era la terra del presidente Bush e del capogruppo repubblicano alla Camera Tom DeLay, nessuno dei quali era mai stato scambiato per un amico dell'ambiente; i suoi proprietari terrieri erano notoriamente ostili alle leggi federali; e tuttavia era uno stato dove, impegnandosi a guidare un po', si potevano contare duecentotrenta specie di uccelli in un solo giorno. C'erano fiorenti sedi della Audubon Society, il pi grande operatore turistico specializzato del mondo, parcheggi per camper e campeggi riservati ai bird watcher, venti raduni annuali, e infine il Great Texas Coastal Birding Trail, un percorso che si snodava per quasi tremilacinquecento chilometri fra impianti petrolchimici, scafi di superpetroliere e immense piantagioni di agrumi, da Port Charles a Laredo. I texani non passavano notti insonni a riflettere sulla distinzione fra natura e civilt. In Texas, i volatili venivano definiti collettivamente la risorsa persino dagli appassionati. Si usava spesso l'ossimoro controllo delle specie selvatiche. I texani non erano contrari alla caccia, di cui il bird watching rappresentava a loro avviso una versione non violenta. Mi lanciavano sguardi vacui e sbalorditi quando chiedevo loro se si identificassero con gli uccelli e li sentissero affini, oppure se, al contrario, li considerassero creature molto diverse da loro. Mi chiedevano di ripetere la domanda.
Raggiunsi McAllen in aereo. Dopo essere tornato nelle riserve che avevo visitato con Manley, incamerando rarit come il succiacapre collobianco (n. 374), l'elfo (n. 379) e la dendrocigna fulva (n. 383), guidai verso nord fino a uno scampolo di territorio demaniale dove il vireo capinero (n. 388) e la dendroica guancedorate (n. 390), due specie in pericolo, mi fecero la cortesia di annunciare ad alta voce la loro posizione. I migliori avvistamenti, per, si verificarono quasi tutti su terreni privati. Un amico di un amico di un amico mi accompagn in giro per il suo ranch di tremila ettari vicino a Waco, permettendomi di scorgere tre nuove specie continentali di piro piro in una palude che lui stesso aveva creato con un finanziamento federale. Nel King Ranch, che occupa un appezzamento di terreno pi grande del Rhode Island e comprende pi di quarantamila ettari di habitat costiero importantissimo per gli uccelli canori in migrazione, pagai centodiciannove dollari per poter vedere la mia prima civetta nana rossiccia e il mio primo tiranno imberbe del Nord. Andai a trovare altri amici di amici di amici, un dentista pediatrico e sua moglie, che avevano istituito una riserva naturale privata su quasi duemila ettari di cespugli di mesquite a nord di Harlingen. La coppia aveva creato un lago artificiale, sostituito il vecchio capanno per la caccia con un capanno per la fotografia naturalistica, e allestito grandi aiuole fiorite per attirare uccelli e farfalle. Mi parlarono dei loro sforzi per rieducare alcuni dei proprietari terrieri confinanti, i quali, come mio padre negli anni Settanta, erano infastiditi dai burocrati dell'ambiente. Essere texani significava andare fieri della bellezza e della diversit della flora e della fauna del Texas, e la coppia era convinta che lo spirito conservazionista di molti proprietari di ranch texani avesse semplicemente bisogno di un po' d'incoraggiamento.
Questo, naturalmente, era un assioma del movimento conservatore - se il governo smetter di intromettersi, la gente si assumer volentieri la responsabilit - che mi sembrava al contempo illusorio e potenzialmente egoistico. Guardandoli a distanza, da New York, attraverso la nebbia della politica contemporanea, avrei probabilmente identificato il dentista e sua moglie, che erano sostenitori di Bush, come miei nemici. Visto da vicino, per, il quadro era pi complesso. Tanto per cominciare, tutti i texani che incontravo mi erano simpatici. Cominciavo anche a chiedermi se gli uccelli, per quanto poveri, non avrebbero preferito affidarsi alla sorte in un'America radicalmente privatizzata, con una distribuzione del reddito ancora pi disomogenea e senza alcuna imposta patrimoniale, dove gli allevatori texani orgogliosi della propria terra fossero in grado di salvaguardare boschetti di querce e macchie di mesquite per darli in affitto a ricchi cacciatori. Era senz'altro molto piacevole osservare gli uccelli in un ranch privato! Lontano dai gitanti e dagli autobus carichi di scolaresche! Lontano dai ciclisti, da quelli con il fuoristrada, da quelli con il cane, dai pomicioni, dai seminatori d'immondizia, dai festaioli, dalle masse indifferenti agli uccelli! Gli steccati che tenevano fuori gli intrusi non erano d'impedimento a tordi e scriccioli. 
Fu in territorio demaniale, tuttavia, che avvistai la mia quattrocentesima specie. Nel villaggio di Rockport, nella baia di Aransas, salii a bordo dello Skimmer, una barca da bird watching a basso pescaggio capitanata da un giovane e affabile marinaio di nome Tommy Moore. Gli altri passeggeri erano alcune anziane signore entusiaste e i loro silenziosi mariti. Se li avessi incontrati, magari seduti a fare un picnic, mentre tenevo d'occhio una specie rara, probabilmente non mi sarebbero piaciuti; invece erano sullo Skimmer per osservare gli uccelli. Mentre attraversavamo le basse acque color cemento della baia e ci avvicinavamo al luogo di sosta di una dozzina di aironi azzurri maggiori - uccelli cos comuni che ormai non li notavo quasi pi -, le donne cominciarono a gemere di meraviglia e felicit: Oh! Oh! Che uccelli magnifici! Oh! Guardateli! Oh mio Dio!
Ci fermammo accanto a un'estesa palude salmastra dalle acque verdi. In lontananza, immerse fino ai fianchi nell'erba, c'erano due gru americane adulte; la luce si riflett sul loro petto bianco, sul collo lungo e robusto e sulla testa rossiccia, attravers il binocolo e mi si avvent contro le retine, permettendomi cos di dichiarare la gru il mio numero 400. Uno degli animali si stava chinando, come se ci fosse qualcosa che lo preoccupava in mezzo all'erba alta; l'altro scrutava l'orizzonte con aria inquieta. Il loro atteggiamento mi ricord quello di vari uccelli angosciati per i loro piccoli che avevo visto altrove - due ghiandaie azzurre nel Ramble che battevano le ali con rabbia folle e inutile mentre un procione divorava le loro uova; una strolaga nervosa, troppo vigile, seduta con le ali nell'acqua sulla riva di un lago straripato del Minnesota, che si ostinava a covare uova che non si sarebbero schiuse - e il capitano Moore spieg che doveva essere successo qualcosa di brutto al loro piccolo di un anno; i due animali erano fermi nello stesso punto da pi di un giorno, e la giovane gru non si vedeva da nessuna parte. 
- Potrebbe essere morta? - chiese una delle donne.
- I genitori non sarebbero ancora l, se fosse morta, - disse Moore. Tir fuori la radio e chiese informazioni sugli uccelli all'ufficio dell'Aransas National Wild Refuge; gli risposero che il biologo responsabile delle gru era uscito a indagare. 
- Infatti, - ci disse Moore, mettendo via la radio, - eccolo l.
A circa un chilometro di distanza, oltre una bassa pozza salmastra, vidi una minuscola figura umana che avanzava lentamente a capo chino. L'apparizione di quell'uomo in un terreno federale severamente protetto era sconcertante come un microfono a giraffa dentro l'inquadratura nella scena cruciale di un film, come un macchinista sul palcoscenico dietro Giasone e Medea. Il genere umano doveva proprio infilarsi dappertutto? Avendo pagato trentacinque dollari per il biglietto, mi aspettavo un'illusione di naturalit meglio riuscita.
D'altro canto il biologo, mentre procedeva solitario verso le gru con i piedi calzati negli stivaloni, non sembrava affatto imbarazzato. Cercare di impedire l'estinzione della gru americana era semplicemente il suo compito. E quel compito, in un certo senso, era abbastanza disperato. Al momento erano rimaste meno di trecentocinquanta gru americane selvatiche in tutto il pianeta, e malgrado ci rappresentasse senz'altro un miglioramento rispetto ai ventidue esemplari del 1941, la prospettiva a lungo termine per una specie con un patrimonio genetico cos ridotto non era certo rosea. Al parco naturale di Aransas mancava solo lo scioglimento di un'altra calotta glaciale della Groenlandia per diventare un luogo adatto allo sci d'acqua, e solo una violenta tempesta per diventare un campo di sterminio. Tuttavia, come ci spieg allegramente il capitano Moore, gli scienziati avevano preso le uova dai nidi delle gru nel Canada occidentale e le avevano tenute in incubatrice in Florida, dove adesso c'era un secondo stormo di pi di trenta uccelli creato completamente dall'uomo, e poich le gru americane non riconoscono istintivamente il tragitto della migrazione (ogni generazione impara la strada seguendo i genitori), gli scienziati della Florida avevano cercato di insegnare alle gru a seguire un aereo verso un altro luogo dove trascorrere l'estate, nel Wisconsin...
Sapere che una certa cosa era condannata a finire eppure cercare allegramente di salvarla: era una caratteristica di mia madre. Avevo finalmente cominciato ad amarla verso la fine dei suoi giorni, quando viveva sola e stava subendo un anno di chemio e radioterapia. Avevo ammirato il suo coraggio. Avevo ammirato la sua volont di guarire e la sua straordinaria sopportazione del dolore. Mi ero sentito orgoglioso quando sua sorella mi aveva fatto notare:  pi presentabile tua madre due giorni dopo un intervento all'addome di quanto non lo sia io a una festa. Avevo ammirato la sua abilit e spietatezza al tavolo da bridge, dove manteneva lo stesso cipiglio deciso sia quando aveva tutto sotto controllo sia quando si rendeva conto di perdere. I suoi ultimi dieci anni di vita, che cominciarono con la demenza di mio padre e terminarono con il suo cancro al colon, furono una mano sfortunata che lei gioc da vincitrice. Eppure, nemmeno verso la fine sopportavo di starle accanto per pi di tre giorni alla volta. Anche se lei rappresentava il mio ultimo legame vivente con una trama di rapporti e tradizioni del Midwest che avrebbe cominciato a mancarmi nel momento stesso della sua scomparsa, e anche se, l'ultima volta che la vidi a casa sua, nell'aprile del 1999, il cancro si era ripresentato e la stava rapidamente divorando, feci comunque in modo di arrivare a St Louis il venerd pomeriggio e ripartire il luned sera. Lei, dal canto suo, era abituata alle mie partenze e non si lament troppo. Ma continuava a provare per me quello che aveva sempre provato, e che io non avrei davvero provato per lei fino a dopo la sua scomparsa. Non mi piace quando si passa all'ora legale mentre sei qui, - mi disse sulla strada per l'aeroporto, - perch vuol dire che ho un'ora in meno da passare con te.
Mentre lo Skimmer risaliva il canale, riuscimmo ad avvicinarci ad altre gru tanto da sentirle sgranocchiare i granchi blu, l'alimento base della loro dieta invernale. Ne vedemmo un paio esibirsi nella danza impettita, elegante, semiaerea che le eccita sessualmente. Seguendo l'esempio degli altri passeggeri, tirai fuori la mia macchina digitale e scattai le foto di prammatica. Ma d'un tratto - forse per il fatto di aver raggiunto l'altopiano deserto delle quattrocento specie - mi sentii stanco di uccelli e bird watching. Per il momento, almeno, ero pronto a tornare a casa, a New York, tra i miei simili. Ogni giorno felice con la californiana rendeva un po' pi angosciosa la portata della nostra futura, reciproca perdita, ogni ora piacevole acuiva la mia tristezza per la velocit con cui scorrevano le nostre vite, per la rapidit con cui la morte ci veniva incontro, eppure ero impaziente di rivederla: di posare le valigie oltre la soglia, di andare a cercarla nel suo studio, dove probabilmente l'avrei trovata intenta a smaltire la sua interminabile lista di e-mail, e di sentirla dire, come sempre quando tornavo a casa: Allora? Cos'hai visto?
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1Leggi antinquinamento per aria e acqua e sulla salvaguardia delle specie in pericolo [Nota del traduttore].
2John Muir (1838-1931) fu il fondatore e primo presidente del Sierra Club di SanFrancisco, una delle pi attive istituzioni americane per la conservazione della naturae la difesa dell'ambiente [Nota del traduttore].
3Rachel Carson (1907-1964), biologa e zoologa, autrice del libro Silent Spring (Pri-mavera silenziosa) che lanci il movimento ambientalista [Nota del traduttore].
4David Brower (1912-2000), fondatore di vari gruppi ambientalisti, fra cui Amici della Terra [Nota del traduttore].
5Edward Abbey (1927-1989), filosofo, saggista e romanziere, con The Monkey Wrench Gang (I sabotatori) fu consacrato nel 1975 eroe della nuova ondata ecologista americana [Nota del traduttore].
6Bird watching nel tempo che rimane (American Birding Association, 2003)[Nota del traduttore].
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FINE.